La resistenza calabrese all’occupazione francese (1806/1813) e sua incompatibilità con l’agiografia risorgimentale italiana
( con note sulla battaglia dimenticata di MAIDA, 4/7/1806 )

 

Premessa

Il periodo storico che va dal 1787 al 1815 è da considerarsi per l’Italia uno tra i più drammatici dell’era moderna. Le devastazioni, portate prima dai rivoluzionari francesi e successivamente dalle armate imperiali napoleoniche, causarono centinaia di migliaia di vittime mai ricordate dalla storia ufficiale.

All’invasione francese seguirono intense insorgenze controrivoluzionarie ( antigiacobine, antifrancesi ed antinapoleoniche) che si svilupparono in tutt’Italia, assumendo fin da subito il carattere di resistenza armata, spontanea e duratura.

Resta da chiedersi come mai queste insorgenze, che ebbero risonanza internazionale, siano ancora oggi trascurate o mistificate, alla pari di quelle antiunitarie (tutte meridionali) del 1860/1880.

Questa omertà ufficializzata conferma già da sola la tesi che un’attenta rilettura di quel periodo faccia emergere scomode verità, assolutamente incompatibili con l’agiografia risorgimentale, verità che demolirebbero in larga parte l’impianto dottrinario su cui si fonda la stessa unità d’Italia.

Lo studio della resistenza popolare calabrese all’occupazione militare francese del 1806/1813, più di ogni altro evento storico, accaduto nel nostro Mezzogiorno, ci permette di comprendere in modo esaustivo alcune fondamentali contraddizioni risorgimentali.

Tutto inizia con la rivoluzione francese o se vogliamo con Napoleone…

Sappiamo che il “concetto – nazione” d’Italia, ovvero il Regno d’Italia, nasce nel 1796 con la costituzione, avallata da Napoleone, della Repubblica Cispadana, con tanto di tricolore ed esercito detto “Legione italica”; seguì l’aggregazione della Lombardia nel 1797( Cisalpina, vedasi figura) e quindi di altre province minori durando fino al 1815.

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Questa unificazione territoriale portò ad un’ovvia quanto necessaria armonizzazione amministrativa.

Invece il Regno delle Due Sicilie (prima regno di Sicilia, poi di Napoli e di Sicilia) fin dall’anno 1130, aveva mantenuto la medesima integrità territoriale. La dinastia dei Borbone lo governò dal 1738, ma anche durante la breve reggenza (solo per la parte continentale del regno) di Giuseppe Bonaparte (fino al 1808 ) alla quale seguì quella di Murat ( fino al 1815 ) non si ebbero sconvolgimenti nell’amministrazione dello Stato.

Se ne desume che il regno d’Italia visse un pieno ventennio di egemonia culturale francese ma anche di una nuova ed insperata autonomia amministrativa. Infatti anche dopo la restaurazione sancita dal Congresso di Vienna, resterà viva la nostalgia per il Regno d’Italia con Napoleone. Il risorgimento italiano, ben alimentato da Francia ed Inghilterra non a caso troverà il suo centro di sviluppo nella stessa area della citata Repubblica Cisalpina, si trattava solo di trovare un re disposto a cingerne la corona e che non fosse il Papa o altro imparentato con gli Asburgo o amico dello Zar di Russia.

Tutto inizia con la rivoluzione francese o se vogliamo con Napoleone…

“Il regno d’Italia comprendeva la Lombardia, Venezia, Modena, lo Stato Pontificio, l’Istria, la Dalmazia, il Piemonte, la Savoia, Genova, Parma e la Toscana; e la sua storia bellica si commenta da sola:

Contingenti italiani inseriti nella Grand Armèe combatterono contro l’Austria già nel 1805 e nel 1809, contro le Due Sicilie ( nel e la Prussia nel 1806 e nel 1807, in Spagna dal 1808 al 1812 e diedero un contributo significativo anche nella fallita campagna di Russia del 1812 in cui morirono 25.000 dei 27.000 italiani presenti. Rimanendo leali alla causa di Napoleone anche quando molti altri avevano disertato, gli italiani si arruolarono nel ricostituito esercito napoleonico che si batte’ in Sassonia nel 1813 e riuscirono a fermare l’avanzata degli Austriaci in Italia fino alla forzata abdicazione del principe Eugenio nell’aprile del 1814.”

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Moneta circolante nel Regno d’Italia, raffigurante Napoleone re che cinge la corona ferrea

Dobbiamo aggiungere che anche diversi contingenti di napoletani, sotto le insegne del re Murat parteciparono ad alcune imprese della Grand Armèe (in Spagna d Russa ), mentre meriterebbero ampie rivisitazioni ed utili approfondimenti gli ultimi due anni ( 14/15) del re Gioacchino (cognato di Napoleone) e delle sue imprese militari alla testa dell’esercito napoletano contro quello franco-italico e poi austro-italico pro indipendenza italiana.

Da quanto sopra esposto si riconferma quanto già a tutti noto e cioè che che le basi ideali del risorgimento italiano, per come è stato poi compiuto sotto la corona dei Savoia-Carignano (1861), sono tutte da ricondurre al periodo rivoluzionario francese e napoleonico.

Fasi della controrivoluzione nazionale italiana
(1787-1815 )

Prima di esaminare la specifica situazione calabrese tra il 1806 ed il 1813, non possiamo esimerci dal rammentare che in quel periodo, e già dal quindicennio precedente, tutta la penisola italiana fu teatro non solo di significativi eventi bellici tra eserciti, ma soprattutto di una infinità di insorgenze armate popolari celate da un’omertà letteraria al giorno d’oggi non più sostenibile.

Diciamolo francamente, fu qui in Italia un pieno ventennio di soprusi, di furti immensi, di orrori e di terrore, ben peggio di ciò che fu a Parigi e in Vandea, fatti così lancinanti da generare una vera e propria controrivoluzione che possiamo così suddividere :

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Antico Duomo di Strasburgo diventato tempio della nuova filosofia francese

1) Insorgenze antigianseniste ( dal 1787 al 1790), a Prato e a Pistoia, contro il vescovo Scipione dè Ricci che voleva far nascere una chiesa scismatica toscana e filoilluminista già interprete di alcuni contenuti propri dell’imminente rivolgimento rivoluzionario francese.

2) Insorgenze antifrancesi ( dal 1792 al 1795 ), avvenute soprattutto nel Regno di Sardegna (Piemonte, Val d’Aosta, Sardegna ) con vigore di guerriglia di resistenza a seguito della guerra tra l’appena nata Repubblica Francese e le potenze europee della prima coalizione.

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Ritratto del nocchiero sardo, Domenico Millelire, che compì
un’ eroica impresa alla Maddalena ove i Francesi tentarono lo sbarco Nord per la conquista della Sardegna.
Egli, con l’aiuto di un pugno di pastori e di soldati sardi, danneggiò gravemente la nave ammiraglia francese e scacciò dall’isola di S. Stefano i resti della spedizione che era al comando diretto di Napoleone Buonaparte!

3) Insorgenze antigiacobine ( dal 1796 al 1798); la democratizzazione francese non portò solo l’adozione dell’ingegnoso e meritevole sistema metrico decimale, imposto per legge in Francia nel 1793 ed esteso quindi successivamente a tutti gli stati vassalli con identico metodo; essa, sostenuta dai giacobini italiani e dalle baionette d’oltralpe, comportò soprattutto i furti dei nostri tesori d’arte, l’umiliazione della millenaria civiltà cattolica e gli eccidi più efferati causando con ciò una vera e propria controrivoluzione popolare in tutto il CentroNord e successivamente nel Sud.

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17-25 Aprile 1797- Le pasque Veronesi-

4) Controrivoluzione generale italiana ( 1799); essa vede come centro nevralgico di sviluppo il Regno di Napoli dove si conteranno, nel solo anno 1799, più di 60.000 ( 10.000 solo nella città di Napoli) civili trucidati dalle truppe francesi coadiuvate, in questo orribile atto, da quelle ascare-giacobine italiane (fonte francese, Gen. Thièboult ). L’estensione generalizzata della controrivoluzione in tutta la penisola ed il suo impeto faranno sì che a fine anno non resterà nemmeno un francese sul suolo italiano.

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Combattimento tra lazzari e francesi al ponte della Maddalena (Napoli)

5) Ricordiamo di questa fase la riconquista del Regno di Napoli che fu compiuta dal Cardinale Fabrizio Ruffo che, partito da Messina il 6 Febbraio del 1799 con soli sette uomini, giunse invitto a Napoli Il 13 giugno dello stesso anno, alla testa di un esercito ( detto della Santa Fede) dalle proporzioni ormai smisurate. La maggior parte di quell’esercito era composta da calabresi.

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Percorso dell’armata della Santa Fede e ritratto del Card. Fabrizio Ruffo

6) Insorgenze antinapoleoniche (dal 1800 al 1815); esse avvengono senza sosta in forma di guerriglia organizzata in tutta l’Italia ma resta il meridione il vero baluardo inespugnabile, con Calabria e Basilicata in testa, che possiamo considerare a pieno titolo regioni martiri sia per numero di caduti civili e militari sia per quantità di paesi e città devastate, saccheggiate ed incendiate. Anche per questo periodo ( detto napoleonico) Il numero di vittime italiane non è stato mai “volutamente” calcolato ma recentemente alcuni storici revisionisti hanno iniziato a pubblicare resoconti sia di parte francese sia italiana, che, pur ancora sottostimati portano a cifre ben superiori ai 100.000 morti fra la popolazione civile, mentre il numero totale degli insorgenti è già appurato in molte centinaia di migliaia in tutt’Italia.

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Scena di guerra tra Marateoti
e cavalleggeri francesi

Per dare un’immediata visione della portata nazionale dei fatti controtivoluzionari riportiamo la cartina sottostante che evidenzia con piccoli quadrati verdi i principali luoghi “teatro” di forti insorgenze popolari antigiacobine (1796-1799), con tondini gialli quelle relative all’occupazione napoleonica (1800-1815). Con piccoli triangoli rossi le principali battaglie combattute dall’esercito francese su suolo italiano. Si noti l’assenza di quelle di Campo Tenese, Maida e Mileto/Rosarno!

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Il grafico riporta sulle ordinate le quantità degli eventi documentati negli archivi storici ufficiali; è però opinione diffusa tra gli storici revisionisti che il loro numero effettivo sia enormemente superiore.. Nell’istogramma sono state aggiunte, perché mancanti per tradizionale omissione storica dai libri di testo, alcune importanti battaglie, avvenute nel Sud Italia: quella di Campo Tenese ( sconfitta duosiciliana sotto il comando di Damas, oltre 1200 caduti duosiciliani), Maida ( sconfitta francese sotto il comando di Reynier oltre 900 caduti francesi ) e Mileto/Rosarno (sconfitta duosiciliana sotto il comando di Philippstal, oltre 400 caduti, seicento feriti e tremila prigionieri duosiciliani, fonte italiana)

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Nel presente istogramma possiamo invece rilevare come il territorio calabrese fu soprattutto teatro di insorgenza antinapoleonica, qui si registrarono oltre il 60% degli scontri militari avvenuti nel solo Regno delle Due Sicilie; scontri che comportarono ingentissime perdite tra le fila della “Grand Armèe” e naturalmente molte di più tra i popolani insorgenti combattenti ed i civili inermi colpiti dalle terroristiche rappresaglie francesi.

L’armata francese alla prova della Calabria 1806/1813

E’ utile rammentare che i Borbone Due Sicilie furono sempre contrari alle mire espansionistiche della Francia, infatti aderirono a due delle numerose coalizioni militari contro di essa e precisamente alla seconda ( 1799-1802 ), Inghilterra, Austria, Russia, Due Sicilie, ed alla terza coalizione( 1805), Inghilterra, Russia, Austria, Due Sicilie, Svezia e Turchia.

Napoleone, che pretese il riconoscimento del titolo di re d’Italia anche da parte di Ferdinando IV ( re delle Due Sicilie), pena l’immediata aggressione francese, aveva probabilmente già progettato l’invasione delle Due Sicilie anche per dare maggior efficacia al blocco continentale contro Inghilterra e America che di lì a breve avrebbe decretato.

Ferdinando IV di Borbone ratificò l’8 ottobre del 1805 il trattato di cooperazione ( terza coalizione) che prevedeva oltre all’impegno militare napoletano, quello dello Zar ad inviare truppe sufficienti ad aiutare Napoli in caso di invasione francese, similmente ciò valeva per gli altri alleati: Turchia, Svezia e Inghilterra, sebbene quest’ultima già possedesse numerosi punti d’appoggio militari in Sicilia e a Malta oltre alla più potente flotta del Mondo assolutamente padrona del Mediterraneo.

In effetti il 19 novembre dello stesso anno sbarcarono a Napoli 6.600 inglesi al comando del gen. Craigh e 13.000 russi al comando del gen. LASCY

Dopo la vittoria francese di Austerlitz ( 2 Dicembre 1805) contro l’esercito austro-russo, Napoleone, il 27 Dicembre del 1805, sentenziò dispoticamente la caduta della dinastia dei Borbone Napoli ordinando al Massena di invadere il Sud d’Italia alla testa di un esercito di ca. 40.000 uomini riunitisi in centro Italia con le divisioni di “Gouvion Saint-Cyr”.
Le truppe francesi furono divise in tre corpi, uno al comando di Massena, il secondo sotto il Reynier, il terzo formato da italiani del regno d’Italia sotto il gen. Lechi, ed entrarono in Napoli il 14 febbraio.

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Coccarda degli insorgenti duosiciliani

Contravvenendo al trattato di cooperazione tra le forze della terza coalizione, le truppe russe ed inglesi avevano già abbandonato la parte continentale delle Due Sicilie al loro destino, salpando le prime per Corfù e le seconde per la Sicilia ( 23 gennaio 1805).

Quelle inglesi restavano pronte a riprendere le ostilità insieme con l’esercito duosiciliano, non avendo sottoscritto, come i russi e gli austriaci, il trattato di pace di Presburgo (27 dicembre 1805).

Francesco I (luogotenente del regno su decreto del padre Ferdinando IV), abbandonato dagli alleati, cercò di evitare inutili spargimenti di sangue cedendo le fortezze meno difendibili (Capua, Pescara e la stessa Napoli) e si spostò con l’intero esercito, al comando del Damas, nelle Calabrie per organizzare la resistenza armata ( 10 febbraio 1805). Restavano ancora inespugnate, più a Nord, le fortezze di Gaeta (al comando del principe d’Assia Philippstal) che cadrà il 19 luglio e Civitella del Tronto (al comando di Matteo Wade) che capitolò il 21 maggio. Il Massena divise l’esercito e incaricò il Reynier di inseguire ed annullare le forze duosiciliane pienamente sostenute dal popolo già memore dell’invasione francese del 1798.

Le retroguardie duosicilane a Campestrino ( n.ro 400 ) e quelle del colonnello Sciarpa ( n.ro 2000), che manteneva il passo del Noce( 6 marzo, furono rapidamente sopraffatte dalle soverchianti forze francesi.

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Divisa da artigliere Duosiciliano 1802/1806

A Campo Tenese ( 9 marzo), dopo strenua resistenza, l’esercito duosiciliano fu sconfitto ed ebbe oltre 1200 morti e ca. 2000 prigionieri compresi i gen Tschudy e Ricci; il resto delle truppe potè ritirarsi per merito del marchese Rodio e del duca di Ceserano che impegnarono il nemico in una astuta manovra diversiva.

Rodio, Ceserano e i loro soldati furono invece catturati dalle truppe italiane comandate dal tenente Stucchi.

Mentre le milizie francesi occupanti già si davano ad inaudite violenze contro i civili, il 20 marzo la flotta duosicilana, protetta da quella inglese, portava in Sicilia quattromila soldati; degli altri dodicimila, molti si sbandarono facendo definitivo ritorno alle proprie case, ma una gran parte, sotto il comando di “capimassa” e più in generale di ufficiali dell’esercito, si disperse su tutto il territorio calabro-lucano, sviluppando una efficace resistenza armata sempre appoggiata dalla popolazione e restando in attesa di un contrattacco il cui ordine arrivò puntualmente, a fine giugno, con proclama di Ferdinando IV, nel quale si dava il comando di tutte le forze duosiciliane militari e civili-armate agli inglesi.

I mesi di aprile , maggio e giugno non trascorsero certo in quiete.

I 18.000 kmq del territorio calabrese non erano facilmente controllabili dalle pur numerose forze francesi, mentre le flotte inglese e duosiciliana restavano padroni delle coste; frequenti erano gli sbarchi per attaccare le guarnigioni francesi (Scalea, Cetraro, Crotone) o per rifornire di armi e munizioni le popolazioni insorgenti e i reparti dell’esercito regolare sparsi ovunque.

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Divisa da cavalleggero Duosiciliano 1802/1806

IL 12 maggio la flotta inglese si impadroniva dell’isola di Capri (controllando così Napoli ) e di quella di Ponza ( per aiutare Gaeta ).

Il 29 giugno Michele Pezza occupava Amantea, a nord del golfo di S. Eufemia. Amantea resisterà ai francesi fino al 7 gennaio 1807.
Questo è il contesto in cui si deve inserire la battaglia di Maida che si deve considerare un’ importante vittoria della terza coalizione contro il dittatore Napoleone!

La presa di Amantea, fu quindi solo l’inizio di una intensa offensiva militare della coalizione anglo-duosiciliana che dovrebbe trovare ampio spazio nei trattati di storia in quanto parte complementare ed integrante dei conflitti tra le forze dalla terza coalizione e la Grand Armèe sul fronte del Mediterraneo.

La dispotica decisione di Napoleone di usurpare il Regno delle Due Sicilie era funzionale da un lato all’attuazione del progettato blocco continentale e dall’altra apriva concrete speranze di conquista

dei preziosi giacimenti sulfurei della Sicilia oltre che della strategica posizione di quest’ultima.

In quest’ottica i numerosi conflitti che si svilupparono sul territorio calabrese e lucano tra il 1806 ed il 1807 acquisiscono un’enorme valenza strategica politica e militare. Infatti la Calabria, solo parzialmente stabilizzata sotto il dominio francese e la Sicilia, con Capri e Ponza, ancora saldamente in mano anglo-duosiciliana sminuiscono enormemente la vittoria Napoleonica di Austerlitz in quanto, dei cinque alleati della terza coalizione, capitolarono solo lo Zar e l’imperatore d’Austria.

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Divisa da cacciatore di linea Duosiciliano 1802/1806

La battaglia di Maida 4/07/1806

Maida ancora oggi è rievocata in Inghilterra; è persino ricordata, più mestamente, in Francia, mentre è assolutamente taciuta in Italia, come mai?

Essa non fu, come detto, un evento bellico isolato bensì un fatto “nodale” di una precisa strategia militare volta a frenare gli appetiti napoleonici nel mar Mediterraneo e contemporanemente a mantenere una parte del suo esercito lontano dal centro Europa.

Lo sbarco del corpo d’invasione anglo-duosiciliano nel Golfo di S. Eufemia iniziò il giorno dopo quello di Michele Pezza ad Amantea, non è difficile pensare quindi ad una azione coordinata per tagliare le via tirrenica al Reynier), e cioè il 30 giugno. Il primo luglio l’intero corpo era a terra, un forte vento rallentò lo sbarco delle munizioni e delle artiglierie. Questo ritardo consentì al gen francese Reynier di concentrare un maggior numero di soldati che, secondo fonte inglese, erano: 5690 fanti, 328 cavalleggeri e 373 artiglieri . La forza d’invasione era invece composta da: 5.100 fanti divisi in quattro brigate, la prima(quella che sopporterà lo scontro più violento e decisivo) di fanteria leggera sotto il comando del colonnello Kempt era composta da 8 compagnie inglesi, due di rangers corsi e da una compagnia di soldati duosiciliani; le altre tre brigate ( Cole, Akland, Oswald) erano tutte inglesi. Il 3 luglio il gen. Stuart, comandante della forza, lasciò sulla spiaggia 350 uomini di retroguardia, l’ incrociatore Apollo all’ancora con i suoi cannoni pesanti di lunga gittata e due piccole corvette di collegamento. Così, con la massima protezione sulla via di fuga, iniziò la marcia verso il fiume Lamato (Maida) dove si erano concentrate le truppe francesi di Reynier.

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Sbarco di Amantea e S.Eufemia

Fonti francesi dichiarano il seguente assetto :

Forze francesi totale 5.800 unità composte da due brigate per complessivi 5.300 uomini ( 2.800+ 2500) più un reggimento di cavalleria compresa l’artiglieria a cavallo, per complessivi 500 uomini.

Forze anglo-duosiciliane per un totale di 5.050 unità più una divisione di artiglieria da sei pezzi più, un numero indefinito di truppe regolari duosiciliane e di bande calabresi.

La vittoria inglese fu attribuita ad un banale errore del col. Compère che, interpretando la manovra di abbandono dei cappotti dei fanti i di Kempt come atto di ritirata, lanciò in attacco orizzontale i suoi fanti che furono falcidiati da nutritissime scariche di fucileria a distanza ravvicinata. In poche ore i Francesi ebbero ( loro fonte) 700/900 morti, 1000 feriti e 1000 prigionieri e persero bagagli, viveri, munizioni e tesoro.

Solo l’intervento della cavalleria consentì la fuga dei francesi . Stuart commentò lo scontro lamentando 57 morti ma aggiungendo che se avesse avuto anche solo un paio di squadroni di cavalleria nessun francese sarebbe potuto sfuggire al di là del fiume Lamato.

Le forze inglesi non inseguirono i resti dell’esercito esercito di Reynier e tornarono alla spiaggia per reimbarcarsi verso la Sicilia mentre una brigata al comando di Oswald si diresse a Monteleone per conquistarla. Il 10 Luglio, 1200 anglo-duosiciliani occuparono Reggio C. ( 700 francesi prigionieri) ed il 23, con il concorso delle truppe di Oswald, fu presa Scilla. Sostanzialmente da Amantea a Reggio C. il controllo era tutto anglo-duosiciliano.

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Schema della battaglia. Nel cerchio rosso le compagnie al comando di Kempt, tra cui la duosiciliana, che affrontò il primo ed anche il maggior urto della battaglia

La fuga di Reynier verso Nord

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Scena della battaglia di Maida, in primo piano un insorgente calabrese spara contro un artigliere (francese) a cavallo

La fuga di Reynier fu disastrosa, il suo esercito, ridotto a meno di 3000 unità, privo di sufficienti  viveri e di munizioni ,avendo abbandonato sul campo di Maida tutte le salmerie ingombranti, raggiunse a fatica Catanzaro dove stanziò per una ventina di giorni per aspettare la guarigione dei feriti leggeri. In quel periodo Reynier dispose numerose offensive contro i villaggi vicini riversando tutto l’odio possibile ed immaginabile contro l’inerme popolazione,  pensando forse così di lavare l’onta della bruciante sconfitta di Maida. Si svelò la vera natura di un esercito violento e mercenario, i cui efferati delitti sono a tutt’oggi da considerarsi atti contro l’umanità.  E’ questo il momento scatenante della  generale rivolta della popolazione calabrese e lucana. La guerra assunse così un carattere di resistenza popolare all’invasore.

Purtroppo la morte del primo ministro inglese ( W. Pitt 23/1/1806) con il conseguente cambio della politica estera della Gran Bretagna,  fece sì che l’insurrezione calabrese fosse privata del sostegno militare alleato.

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Scena della battaglia di Maida, la fanteria inglese mette in fuga quella francese.

La colonna di Reynier , il 26 luglio, si rimise in marcia verso Cassano; continuamente attaccata da gruppi di civili armati e di militari duosiciliani che infliggevano giornalmente significative perdite. A Crotone  lasciò gli ammalati e ca. 300 polacchi che già due giorni dopo si arrendevano alle truppe regolari anglo-duosiciliane
Strongoli,  Corigliano e molti piccoli villaggi furono saccheggiati e dati alle fiamme dall’orda francese ( che come abbiamo visto era piuttosto un’orda multinazionale), mentre i civili subivano ogni tipo di violenza prima di essere ammazzati. Il piccolo esercito in fuga raggiunse Cassano il 3 agosto dove si riunì alle truppe di Verdier raggiungendo una numerosità sufficiente per potersi difendere dalle numerosissime “bande” armate determinate a cacciare lo straniero dalla propria patria.

Mentire pur di salvare l’onore !

Giustificare la perdita della Calabria non fu facile per il Reynier .

La reazione popolare, forte, diffusa e parte organica di un piano generale di insurrezione armata fu invece trasformata e riportata nei diari militari francesi come  aggressione gratuita del popolo verso i soldati della Grand Armèe. Paesani ladri, paesani guerrieri, paesani assassini…

e così i cittadini meridionali “sont tous des brigands!”.

“in questo modo la resistenza popolare calabrese fu svuotata di qualsiasi ideale patriottico”

Demonizzato così il nuovo nemico, il Massena, espugnata Gaeta, mise la Calabria in stato d’assedio il 31 luglio e, alla testa di un esercito di 15.000 uomini iniziò la campagna militare.

La sua però non fu una guerra di riconquista  ma una spedizione punitiva contro le popolazioni calabresi e lucane responsabili di resistere; responsabili di non capire il valore della civiltà portato dalle baionette imperiali.

Laurino, Rocca Gloriosa, Lauria, Camerota, Acri , Sora, Amantea, Maratea, Reggio, Scilla e decine e decine di altri centri minori conobbero le più inaudite violenze. I francesi rispolverarono tra le più efferate torture persino quella dell’impalamento.

All’inaudita violenza il popolo rispose con altrettanta determinazione I francesi riportano ancora oggi con orrore sui loro testi di scuola universitaria che molti soldati della Grand Armèe furono letteralmente “mangiati” dagli insorgenti calabresi. Ciò potrebbe anche corrispondere a verità, ma vi è da domandarsi a quali sofferenze furono sottoposti questi “briganti” prima di giungere a compiere questo atto.

Il significato della resistenza calabrese…

La resistenza  in Calabria continuò senza sosta anche durante il regno di Murat in un crescente stato di impoverimento della popolazione poichè l’economia della regione, basata principalmente sull’esportazione, era ormai azzerata e a nulla valsero alcuni autarchici e sporadici tentativi di rivitalizzarla ( es. ristrutturazione delle ferriere di Mongiana).

Si narra di insorgenti che, catturati e arruolati forzosamente nell’esercito murattiano per essere spediti al fronte spagnolo, disertassero alla prima occasione pur di tornare a combattere in Calabria; dimostrazione questa di un particolare attaccamento al re Borbone ed all’autonomia (economica) perduta del Regno.

Questa resistenza, lunghissima, drammatica e sanguinosa, rappresenta a priori una grande “pietra d’inciampo” per il risorgimento italiano che emenda solo le insorgenze convenienti perché, come abbiamo visto, esse furono in tutta Italia!

Allora noi oggi ci domandiamo come mai gli insorgenti del nord Italia quali :

Brandaluccioni, don Paolo Bianchi, Pasquale Dolazza, Andreas Hofer  e tantissimi altri che qui non possiamo elencare per brevità,  sono oggi considerati dai loro concittadini degli EROI della resistenza antigiacobina e antinapoleonica, mentre gli insorgenti del Sud Italia quali: Sciabolone, Michele Pezza, Rodolfo Mirabelli, il marchese Rodio, e tantissimi altri che qui non possiamo elencare per brevità , sono oggi considerati dai loro concittadini dei BRIGANTI antigiacobini e antinapoleonici ?

Come può una stessa categoria di persone che ha compiuto le stesse azioni di resistenza alla rivoluzione essere giudicata in modo diametralmente opposto?

La resistenza calabrese e la sua incompatibilità con l’agiografia risorgimentale
–Ragioni economiche-

La macchina da guerra napoleonica coinvolse tutta l’Europa. Se ci stacchiamo per un attimo dalla visione puramente militare per addentrarci in quella economica, scopriamo che l’impero napoleonico deve anche essere visto come un vasto mercato comune che operò attivamente per ca. 15 anni.

I benefici delle numerose vittorie francesi ricaddero naturalmente anche sugli stati vassalli che fornirono militari, lavoro e denari per il sostegno delle guerre. Anche il regno d’Italia (con capitale Milano) ne trasse un grande beneficio, amplificato dal fatto che, raggruppando le piccole economie delle province di cui era composto, generò per effetto scala un’economia importante, diventando ricco e naturalmente  molto ricca diventò la sua classe dirigente.

Le Due Sicilie al contrario, per quanto fossero già all’epoca lo Stato preunitario più prospero della penisola, subirono una contrazione dell’economia per la riduzione degli scambi commerciali (blocco Continentale) da e verso L’Olanda, Gli Stati Uniti, l’Austria, la Francia, L’inghilterra e la Russia etc. per complessivi 15.000.000 di ducati/anno valutati ante 1798 ).

Se a questo aggiungiamo la devastazione portata dall’occupazione militare ci rendiamo conto del dramma vissuto dai cittadini delle Due Sicilie in quel periodo.

Abbiamo anche visto però che la parte continentale delle Due Sicilie non fu annessa al Regno d’Italia, cosa che Napoleone avrebbe potuto fare benissimo, ma semplicemente fu sostituito il re prima con Giuseppe, poi con Murat. Segno questo di una inequivocabile sufficienza organizzativa, economica e dimensionale dello stato meridionale ed anche di una sua diversa identità nazionale che 55 anni dopo diventerà il primo problema dello stato unitario (Fatta l’Italia bisogna ora fare gli italiani,M.d’A).

Napoleone ebbe dunque il merito di far nascere e crescere nella mente della classe dirigente emiliano-lombarda  il progetto della “nazione italiana”, con il suo implicito e positivo significato economico. In quel periodo Milano concepì il ruolo che avrebbe avuto nel  futuro e non è un caso che l’impresa dei “mille di Garibaldi” fu finanziata anche dalla sua omonima Camera del Commercio. Quindi il risorgimento portò ad una  riedizione del Regno d’Italia di Napoleone ma con un un altro re; questa volta con la variante dell’annessione forzata delle due Sicilie che cessarono di esistere nel 1861, portando come conseguenza il lento ed inesorabile declino economico del SUD. I governi di Torino prima e quelli di Firenze e Roma poi, anziché fare il blocco continentale all’import/export delle merci del nostro Mezzogiorno, come fece Napoleone,  imposero quello nazionale con dazi sui prodotti meridionali, annullamento di rotte commerciali a favore dei porti settentrionali, chiusura di opifici per far  nascere e crescere  quelli più a Nord…etc.etc.

La resistenza calabrese all’occupazione francese (1806 ed il 1813) viene quindi liquidata ufficialmente come basso fenomeno di brigantaggio dagli agiografi risorgimentalisti  per legittimare la successiva occupazione piemontese del 1860/61 che portò all’unità d’Italia; occupazione con tanto di stato d’assedio proclamato e che  fu combattuta anch’essa, guarda caso, dal popolo “Brigante”!

Ecco perché non si parla della battaglia di Maida e di tanti altri accadimenti.

Perché per salvare la “bugia risorgimentale” non resta che la ”Damnatio Memoriae del SUD”, oscurare il suo passato, distruggere la coscienza e la dignità  collettiva, spezzettare gli eventi storici che gli competono in un “puzzle” difficilissimo da ricomporre, minimizzare il valore dei suoi combattenti … anzi, trasformarli tutti in fuorilegge, in briganti-ladri, briganti assassini..insomma in esseri di cui i loro posteri debbano solo vergognarsi.

Fortunatamente…… “le opere dell’iniquità non sono mai eterne”!

Domenico Iannantuoni