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Associazione Culturale Due Sicilie – Sede di Milano

Archivio del 2005

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 Rievocare le “Insorgenze” (1796-1814) non può dirsi un’operazione di “revisionismo”, buono o cattivo che sia; ciò per il semplice motivo che c’è poco da “revisionare” essendo tutto o quasi – ancora dopo 200 anni! – da.”visionare” e in tanti casi per la prima volta: si può parlare, infatti, di “revisione” nei riguardi, poniamo, del Risorgimento, del Fascismo, del Comunismo, della Resistenza., eventi su cui sono stati versati fiumi diinchiostro; ma dell’Insorgenza no, perché è accaduto che essa sia stata negletta e quasi cancellata dalla memoria ad opera delle élites che nell’800 e nel 900 sono state padrone della cultura e della politica: basta scorrere qualsiasi manuale di storia moderna e contemporanea delle medie superiori per avere la conferma.
Ma entriamo subito in medias res per sapere di cosa si sta parlando.
Per “Insorgenze” o “Insorgenza” si intende la resistenza del popolocattolico italiano alle armate francesi e ai giacobini nostrani loro  sostenitori, che durò dal 1796 al 1814 interessando tutta intera la Penisola dal Sud Tirolo alla Calabria. I libri scolastici a cui accennavo e che, da
studente e da in insegnante, sono stato costretto ad usare per oltre 40 anni, dicevano pochissimo; quelli di adesso cominciano a dire qualcosa a
seconda della ideologia dominante nelle case editrici, ma fino a ieri l’ argomento era tabù. E, infatti, alla cultura liberale, figlia primogenita
della “rivoluzione” detta “francese” del 1789, non conveniva far sapere ché altrimenti avrebbe dovuto raccontare che nel processo risorgimentale di “liberazione” delle masse, queste erano state o assenti o, più spesso, ostili anche perché il famoso “riscatto” e l’unità conseguente dell’Italia
vennero condotti contro la Chiesa e la stessa Religione che – esse sì, veramente – in 17 secoli di Cristianesimo avevano unificato il popolo
italiano. Il liberalismo, per imporre il mito risorgimentale, dovette saltare l’Insorgenza affidando le scuole alla educazione massonica del
socialista De Amicis; così nelle aule scolastiche imperversò il “cuore” languoroso di Edmondo dove non comparve mai neanche una paglia della
Religione che – ad esempio – con Don Bosco, Cottolengo, Murialdo, Faà di Bruno, Saccarelli, Brunone Lanteri, Cafasso, Allamano. aveva scritto di gran pagine proprio a Torino, città simbolo ed emblematica! Del periodo in, durante la “parentesi” littoria del nazional-fascismo, nelle
scuole ai balilla venne raccontata solo mezza verità: si disse loro che il popolo era insorto contro i francesi in quanto “stranieri” e che questa
insurrezione aveva preparato il “risorgimento”. La successiva tesi comunista-“gramsciana” cercò di dimostrare che si era trattato – come
sempre – di “lotta di classe”: i poveri contro i ricchi. Pochissimo – a parte, ovviamente, scritti e memorie locali delle parrocchie – disse la
cultura cattolica; nulla di nulla quella democristiana come se il fatto non la riguardasse, e dire che qualcuno sostiene che la vittoria epocale del 18
aprile del 1948 (quella delle famose elezioni in cui fu battuto il Socialcomunismo di Nenni e Togliatti) affonda le sue radici anche nella
controrivoluzione cattolica dell’Insorgenza!
Dopo la caduta del famigerato Muro di Berlino, 1989, si cominciano finalmente a “visionare” fatti e documenti di quell’importante ventennio, a
vederne le luci e le ombre e, soprattutto, a definire nel suo giusto significato l’evento “Insorgenza”: essa fu una sollevazione spontanea e
uniforme sul territorio di tutta la Penisola da parte del “basso popolo” italiano e cattolico guidato talora dal clero e da qualche nobile, non tanto
e non solo contro gli “stranieri” francesi che depredavano i Monti di Pietà, le opere d’arte che finivano a Parigi, bruciavano in grandi roghi libri
religiosi di altissimo valore, che davano il sacco alle nostre città e alle campagne e uccidevano e violentavano anche nei conventi; ma contro chi
voleva introdurre in Italia idee irreligiose e rivoluzionarie del tutto “straniere” e sconosciute alla tradizione italiana, contro chi irrideva e
insultava la nostra Religione chiamandola “superstizione” e profanava le chiese e i simboli religiosi, chi voleva abolire le libertà locali e le
diversità legittime in nome di una dea “Libertà” astratta e incomprensibile ai più, contro chi voleva cancellare confraternite e corporazioni figlie
dirette di quelle libertà e della cultura cattolica del nostro popolo sedimentata in tanti secoli. Non una sollevazione “di classe” come vorrebbe
il solito schema marxista dei “poveri” contro i “ricchi” perché il basso popolo spesso andava a cercare i nobili e il clero e con questi si appattava
come era accaduto in Vandea.
E le rivolte esplosero spontanee subito coi primi soprusi commessi dagli invasori e dai giacobini italiani; una dopo l’altra si propagarono a
macchia d’olio a suono di campane, da paese a paese; i francesi spararono alle campane, le buttarono giù dai campanili e, talvolta, distrussero anche questi, fucilarono e uccisero per rappresaglia di più e “meglio” di come oltre un secolo dopo avrebbe fatto l’esercito tedesco. Qualcuno ha contato i morti: furono circa 100 mila gli italiani ammazzati durante il dominio napoleonico; certo, una percentuale piccola rispetto ai 5 milioni di morti nelle guerre volute dal “grande Corso” per imporre il suo dominio e la rivoluzione, tuttavia resta una cifra enorme che i nostri storici laureati hanno completamente dimenticato. Così le prime avvisaglie si ebbero a Milano, a Porta Ticinese (23 maggio 1796) col popolo che tumultua contro i giacobini provocatori che fanno il girotondo attorno all’ “albero della libertà” e schiamazzano con grida di “morte ai preti, ai frati, ai re!” Lo stesso giorno insorge Pavia e i popolani gridano per le vie: “giù le coccarde, viva l’Imperatore!” (è quello.d’Austria!); il mattino seguente l’esercito francese saccheggia la città, ma i giacobini pavesi qualche giorno dopo scrivono che è stato un “giusto saccheggio”. Peggio toccò a Binasco che fu bruciata per rappresaglia e perché fosse di esempio e questo scoraggiasse altre rivolte, come disse Bonaparte in persona che da allora anche in Germania e altrove minacciava di far fare “la fine di Binasco” a quei paesi che non si fossero sottomessi alla Francia! Il 9 giugno venne saccheggiata Arquata Scrivia, il 30 a Lugo di Romagna ci furono centinaia di morti nei feroci combattimenti. A Verona il “basso popolo” insorse al grido di “Viva San Marco!” e quel grido aveva significato religioso e politico; il risultato fu il massacro e il solito saccheggio delle opere d’arte nelle chiese: il fatto passa alla storia col nome di “Pasque Veronesi” (aprile 1797) ed è uno dei pochissimi episodi che riuscivano a bucare le pagine dei nostri famigerati manuali di storia. A Genova contro i giacobini borghesi lettori di Voltaire e di Rousseau erano insorti “in gran parte facchini, carbonai, bettolieri, tutta gente grossa e fiera”, ancora una volta il basso popolo. Il 15 febbraio 1798 i francesi sono a Roma, viene piantato “l’albero” al Campidoglio, ma il 25 i popolani di “Trestevere” scendono nelle strade e gridano “Viva Maria!”; e “Viva Maria!” si chiameranno i gruppi controrivoluzionari toscani che opporranno feroce resistenza all’esercito napoleonico tra il 1799 e il 1800. A Napoli una folla di “lazzaroni” – si parlò di 60 mila uomini – nel gennaio del 99 si oppose all’entrata dei francesi in città che dovettero combattere strada per strada, mentre dal Forte Sant’Elmo i bravi “patrioti” giacobini tiravano cannonate sulla “plebaglia” insorta che, alla fine della giornata, dovette contare tremila morti! Quando, poi, dalla Calabria e da tutto il Sud arrivò l’Armata della “Santa Fede” (da cui il termine dispregiativo “sanfedista” usato ancora dagli intellettuali di oggi), il comandante cardinale Fabrizio Ruffo dovette faticare assai per frenare la feroce reazione contro i giacobini, così i “patrioti” giustiziati in piazza furono 116!

Da allora sono trascorsi due secoli e molta acqua è passata sotto i ponti. Oggi si combattono battaglie anche importanti ma per fortuna
incruente. E, tuttavia a ben guardare, lo schema di fondo resta immutato ein certe particolari occasioni – vedi referendum sulla legge 40 – esso
risalta meglio nella sua semplicità: esiste la Religione cattolica da un lato, ed esistono quelli che la osteggiano più o meno apertamente dall’
altro. Questi – per loro esplicita ammissione – si riconoscono nella rivoluzione che 200 anni fa le armate francesi volevano imporre con la
violenza ai nostri antenati e volentieri si dicono pronipoti dei giacobini che abbiamo visto in azione; ecco perché quando, specie in questi ultimi
anni, da parte cattolica si è cercato di fare – come è giusto – un poco di luce tra gli avvenimenti del 1796-1814 per ricavarne un racconto più
veritiero ed equilibrato, costoro hanno risposto con l’alterigia tipica degli intellettuali e spesso a male parole: “sanfedisti”, “vandeani”,
“reazionari”, “fondamentalisti”, “talebani cattolici” sono i termini che hanno usato sui loro giornali che io, peraltro, leggo e conservo. Di mutate
sembrano esserci, purtroppo, la capacità di comprensione di ciò che accade e, quindi, la volontà di reagire da parte di tanti che si dicono cattolici ma sono malati di “relativismo” e che, confusi o impauriti, sbiadiscono la loro identità e non riconoscono più quelle “radici cristiane” di cui parlava con forza Giovanni Paolo il Grande. E però, nonostante tutto, a cercarle e saperle riconoscere, esse – le “radici” – esistono anche se talvolta appaiono lontane, nascoste e un po’ rinsecchite; ci sono e ogni tanto, come per miracolo e con rabbia di chi si è ingegnato in due secoli a reciderle, le “radici” affiorano improvvise e ramificate perfino in un terreno da anni non più arato e irrigato.: la grande e inaspettata vittoria popolare nel referendum e il silenzio tombale di lorsignori che è seguito alla cocente sconfitta del SI può esserne una.prova?

Rozzano, Ottobre 2005 CarmeloBonvegna

Nota bibliografica

GIACOMO LOMBROSO, I moti contro i francesi alla fine del secolo XVIII
(1796-1800), Maurizio Minchella Editore, Milano 1997.
FRANCESCO MARIO AGNOLI, Rivoluzione scristianizzazione insorgenze, Edizioni
Krinon, Caltanissetta 1991.
C. BARBESINO, P. MARTINUCCI, O. SANGUINETTI (a cura di), Guida dell’
Insorgenza in Lombardia (1796-1814), Edizioni Regione Lombardia 1999.
GIOVANNI RUFFO, Il cardinale rosso, Calabria Letteraria Editrice, Soveria
Mannelli (Catanzaro) 1998.

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  • Brigantaggio Meridionale

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    ( 1806 – 1863 )

     Tommaso Pedio

     

    L’autore propone un quesito fondamentale, il brigantaggio è un movimento politico e reazionario oppure rivolta dei diseredati e dei vinti?

    Lo studio del fenomeno, nell’arco temporale proposto, è esaustivo e convincente, ma la questione per quanto analizzata fin nei minimi particolari non è ancora risolta.

    La cosiddetta Questione Meridionale si oppone di fatto agli interessi forti e nessun governo ha saputo o voluto risolverla.

      CAPONE EDITORE

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  • La risposta di Paolo Granzotto a un lettore del Giornale che, letto l’articolo di Stefano Passaquindici sul quotidiano milanese del 22 settembre, gli chiedeva lumi sul carico della nave della De Luchi – Rubattino, risposta pubblicata nel nostro sito, mi induce a tornare sull’argomento, dato che sono in qualche modo coinvolto nella vicenda: infatti ho collaborato con Enrico Cappelletti nella gestione dell’ufficio stampa dell’evento: il recupero del prezioso carico del Polluce colato a picco la notte del 17 giugno 1841 in seguito a collisione con l’analogo “pacchebotto” a vapore Mongibello della Amministrazione per la navigazione a vapore del Reame delle Due Sicilie. (altro…)

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  • E noi stiamo a guardare…

    e noi stiamo a guardare…

    Emigranti italiani al lavoro sulle strade ferrate della Union Pacific

    Bruxelles, 14 novembre 2005

    La Sicilia ha coltivato nei secoli una “vocazione multietnica”, ma questo continuo e incontrollato sbarco di extracomunitari ci preoccupa come da noi rilevato in un nostro precedente comunicato (SICILIA: TERRA DI EMIGRANTI E… DI IMMIGRANTI) del 16 agosto c.a. (altro…)

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  • Brigantaggio

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    LEGITTIMA DIFESA DEL SUD

     gli articoli della “Civiltà Cattolica” ( 1861-1870)

    A cura di Giovanni Turco

      Un libro  utilissimo per la comprensione del fenomeno detto del “Brigantaggio”, ma che in in realtà è stata vera e propria guerra civile tanto subdola quanto sanguinosa.

    Gli articoli della Civiltà  Cattolica  sono un inequivocabile atto d’accusa contro i fautori di un’unità nazionale ottenuta sulle punte delle baionette.

    Oggi, a distanza di oltre 140 anni, la rilettura di quei tragici eventi consente interessanti comparazioni con i mali che ancora affliggono la nostra società, quasi che derivassero da una ferita che non è mai guarita.

      Editoriale il giglio Via Crispi, 36/A- 80121 Napoli – Tel- 081-666440

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  • Gli ultimi Borboni di Napoli (1825-1861)

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    ( Volume Secondo )

    HAROLD ACTON

     

    L’epilogo.

    Acton, prosegue la saga dei Borbone accompagnandoli fino all’esilio dopo il dramma di Gaeta. Egli non dimostra una generosità gratutita, né si mostra tenero sugli errori compiuti, ma alla luce dei numerosissimi ed inoppugnabili documenti, non può che concludere  con una significativa rivalutazione politica ed umana. di questa dinastia confermando, di fatto, le tesi ormai note a tutti del complotto internazionale.

    Giunti Gruppo Editoriale, Firenze

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  • Libri

    May-C Publishing

    Selected Title

    Con questa ricerca storica “Perché Briganti?, gli autori descrivono il fenomeno del brigantaggio in Italia prima dell’Unità e partendo dai periodi più remoti, con particolare riferimento alla Calabria, distinguendo quello ordinario, costituito da organizzazioni malavitose dedite alla grassazione, perpetrate nelle campagne o sulle montagne, ma che più spesso agiva lungo le vie di comunicazione tra i centri abitati ai danni di inermi viandanti, da quelli derivanti da insofferenze sociali e passati per bassi fenomeni di banditismo come è il caso di quello di recente memoria post unitaria e definito dalla letteratura italiana come un “…..ampio fenomeno misto di banditismo e di ribellione politico sociale nelle campagne del Mezzogiorno, dopo l’unificazione italiana che, con l’imposizione di misure amministrative e fiscali di particolare durezza, ivi comprese la completa abolizione dei secolari usi comuni delle terre a tutto vantaggio del latifondo, di grandi dimensioni ma solitamente mal coltivato ed adibito a colture estensive, che diede esca alla propaganda filoborbonica e clericale, ostile al nuovo stato liberale e a sua volta incapace di una politica che non fosse di pura repressione.

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    “Fra tutte queste regioni, la matrice della nuova Italia fu il Piemonte, situato a nord ovest, con Torino come capitale. Più a oriente, era la grande città di Milano, che doveva diventare il centro finanziario, commerciale e artistico del nuovo regno. La sua popolazione era attiva e dotata di senso pratico. Il sud assolato e la Sicilia formavano una regione a parte, e ciò sia per ragioni storiche e climatiche che per il carattere dei suoi abitanti. Questa differenza tra nord e sud era radicale. Un contadino della Calabria aveva ben poco in comune con un piemontese, mentre Torino era infinitamente più simile a Parigi e Londra che a Napoli e Palermo; e ciò in quanto queste due metà del paese si trovavano a due livelli assai diversi di civiltà. I Borbone, erano stati tenaci sostenitori di un sistema feudale colorito superficialmente dallo sfarzo di una società cortigiana e corrotta. Avevano terrore della diffusione delle idee”. Questa è la pagina iniziale della Storia d’Italia dello storico inglese Mack Smith ed è la storia che si impara a scuola: si può definire la storia ufficiale. Io credo che la Storia non sia quella impersonata da marionette come Vittorio Emanuele, Garibaldi, Cavour, Gladstone e raccontata da pennivendoli come Denis Mack Smith. Ho provato a ricostruire gli avvenimenti e ad arrivare, a differenza dello storico inglese e a differenza di tutti gli storici ufficiali, a conclusioni vere o più vicine alla verità.

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    Il presente lavoro deve le sue origini al suggerimento dell’amico Domenico Iannantuoni che mi ha sollecitato a ricordare il ruolo a cui è chiamato il Mezzogiorno italiano nel processo di integrazione europea e nello sviluppo dell’Italia nel contesto globale in cui viviamo2.Un lavoro contro lo stato attuale di maggior povertà alimentato da una politica ascara e orientata a voler continuare a mantenere tale condizione di differenza all’intero del Paese, quando addirittura incapace di porre rimedio.
    L’idea, quindi, di un libro che pensi al Sud parlando dell’Unione Europea intesa come unione di persone, racconti del percorso comunitario che, dagli interessi degli Stati/Nazione, si muove verso quelli che arrivano direttamente a coloro che sono i portatori dei bisogni specifici dell’agire umano, ai bisogni di prossimità: in pratica, alle persone.
    Tale percorso,che ci fa porre al centro dell’attenzione il “ben- essere” dell’uomo, nasce dalla lotta per la democrazia, di cui le grandi rivoluzioni sono state le interpreti e le fautrici, e si sviluppa nella costruzione della capacità di vivere in democrazia, per arrivare a concepire in maniera compiuta quest’ultima come forma di vita sociale.

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    Con questo libro è la prima volta che viene proposta un’antologia della storia del risorgimento in chiave marcatamente antirisorgimentale. Se ne fa promotore e compilatore Antonio Nicoletta mettendo insieme alcuni saggi, articoli di giornale e lettere inviate a vari quotidiani su argomenti tutti relativi ai contraccolpi che ebbe il Mezzogiorno d’Italia durante e dopo l’unificazione nazionale. Autori Filippo Chiappisi, Mario Montalto, Maurizio di Giovine, Glauco Reale, Antonio Pagano, Lorenzo Terzi, Mario Perfetti, Riccardo Scarpa e lo stesso Antonio Nicoletta.

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    Questo volume descrive in modo dettagliato una importante e sconosciuta opera di ingegneria, il ponte sospeso Real Ferdinando sul Garigliano, del Regno delle Due Sicilie realizzata nel 1832. Primo ponte sospeso realizzato con catenarie in ferro d’Italia. Costruito ben 29 anni prima dell’unificazione della penisola italiana, il ponte Real Ferdinando è una delle testimonianze più tangibili dell’alto grado di sviluppo del Sud Italia antecedente alla sanguinosa guerra di annessione ad opera del Piemonte. Attraverso la descrizione di quest’opera, l’autore propone una nuova visione delle dinamiche politiche ed industriali che hanno marcato lo sviluppo del sistema economico italiano dall’unità ad oggi. Dimostra inoltre che l’attuale divario di ricchezza tra Nord e Sud d’Italia, voluto e programmato da un’inadatta “casta” politica ed industriale orientata esclusivamente allo sviluppo del Nord Italia, è la ragione primaria dell’inarrestabile declino complessivo del Paese.

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    Per maggiori informazioni visita il sito: www.ilmeravigliosopontesulgarigliano.com.

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