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Associazione Culturale Due Sicilie – Sede di Milano

Real Osservatorio Astronomico di Capodimonte

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Il Real Osservatorio di Capodimonte oggi 

L’Abate Generale dei Celestini, Celestino Galiani, nato a San Giovanni Rotondo nel 1681 e morto a Napoli nel 1753, fu colui che sotto il Regno di Carlo di Borbone, progettò e realizzò il piano di riforma dell’Università Napolitana.

Fu questo lo sprone che in breve fece diventare l’università di Napoli un importantissimo punto di riferimento per lo studio della giurisprudenza e del diritto. Allo stesso tempo, però, su espressa volontà del sovrano, fu istituita la cattedra di “Astronomia e Nautica”, poi denominata Astronomia e Calendari.

Con queste iniziative fu fatto un importante passo avanti verso l’applicazione del vero diritto, fino allora approssimato e condizionato dai governi e dalla politica in tutti gli stati del mondo, e, nello stesso tempo, fu dato il via alla conoscenza scientifica dello spazio ed all’applicazione delle relative discipline.

Ma la grande novità che creò non poche perplessità alle potenze del tempo, fu che se in altre patri del mondo c’erano già strutture del genere, come ad esempio il noto e moderno Osservatorio di Greenwich, quella napoletana fu assolutamente particolare perché aperta a tutti gli scienziati del mondo.

Con tale iniziativa, Carlo di Borbone fondò un vero e proprio “polo scientifico” mondiale di primo ordine che in poco tempo collocò il Regno delle Due Sicilie al centro dell’interesse internazionale, scippando all’Inghilterra le migliori menti del tempo. Leggi tutto »

Signoraggio, questo sconosciuto

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 di Achille della Ragione

Lo scec: una lodevole iniziativa nel nome di Masaniello
Signoraggio questo sconosciuto

La presentazione alla Feltrinelli di un libro su Masaniello è stata l’occasione, nel corso del successivo dibattito, per conoscere l’iniziativa di un gruppo di giovani napoletani, che hanno creato una sorta di carta moneta lo scec.(www.progettoscec.com)
Questa sorta di denaro, che viene distribuito gratuitamente, può essere utilizzato per fare spesa con uno sconto(intorno al 20%) nei negozi convenzionati o per usufruire di una serie di servizi, dalle lezioni private al baby sitting, dalle riparazioni ai lavori artigianali.
Per capire il funzionamento dello scec bisogna conoscere il significato del signoraggio, un argomento affascinante e scabroso, che contiamo di sviscerare in un prossimo contributo.
In attesa di una migliore preparazione teorica cerchiamo lo stesso di spiegare lo spirito che anima questi giovani, i quali sognano, oltre che una valuta diversa dall’euro, anche uno Stato diverso dall’Italia e dall’Europa, memori di un glorioso passato, quando per secoli Napoli è stata la capitale di una nazione che batteva moneta.
Il linguaggio è una convenzione adoperata dagli uomini per intendersi, serve per comunicare, mentre il denaro serve come mezzo di scambio di prodotti e servizi.
Così come nel linguaggio scegliamo delle sequenze arbitrarie corrispondenti a oggetti e concetti astratti, parimenti negli scambi in denaro un pezzo di carta corrisponde arbitrariamente a un valore. Così come il linguaggio ci appartiene perché è frutto di un patto tra di noi e perché serve a comunicare ciò che siamo e quello che ci circonda, anche il denaro dovrebbe appartenerci, perché frutto di un altro patto e perché serve a scambiarci quello che abbiamo e che siamo in grado di fare: le nostre ricchezze. Ma il denaro ha perso la sua semplicità, ne dimentichiamo l’arbitrarietà e soprattutto non ci appartiene. Il denaro ha smesso di appartenerci, da quando sono sorte le banche centrali, che lo coniano e quelle commerciali, che ce lo forniscono in cambio di ricchezza, carta stampata al posto di beni reali. Noi paghiamo la moneta che ci viene prestata con quella stessa moneta che abbiamo avuto in prestito e in più ne paghiamo gli interessi. Così finiamo con l’indebitarci, perché non avremo mai denaro sufficiente a saldare il debito. Ma ciò che è evidente è che in questo modo il denaro perde la sua funzione, perché non serve più a creare ricchezza, ma diventa esso stesso ricchezza. Non è più il denaro a servirci, ma siamo noi che serviamo lui. Per cercare di ripristinare la genuinità della primitiva convenzione possiamo utilizzare gli scec, i quali, lo ribadiamo sono semplici pezzi di carta ai quali, chi aderisce al circuito, attribuisce un valore. Attraverso il loro uso lentamente si toglie potere alle banche che ci soffocano, si ristabilisce il patto di solidarietà e si ripristina il reale uso della moneta.
Questo concetto ci sembrerà più chiaro quando avremo capito cosa si intende per signoraggio. In attesa dell’articolo promesso, che potrete leggere fra pochi giorni sul mio sito www.guidecampania.com/dellaragione vi fornisco la definizione:
Il signoraggio è l’insieme dei redditi derivante dall’emissione di moneta e deriva il suo nome dal francese seigneur, che in italiano significa signore. Nel medio evo erano infatti i signori feudatari ad avere titolo a battere moneta e ad incamerarne i benefici che derivavano da questa facoltà. Oggi in economia si intende per signoraggio i redditi che la Banca centrale e lo Stato ottengono grazie alla possibilità di creare moneta in condizioni di monopolio.
Un esempio semplicissimo per capire il concetto che abbiamo appena definito è ricordarsi della funzione impropria che venne ad assumere anni fa il gettone telefonico, in un momento di carenza di spiccioli, quando veniva tranquillamente accettato da tutti al posto della moneta da cinquanta lire.
La differenza tra il costo per coniarlo(pochi centesimi) ed il valore di mercato (cinquanta lire) costituiva l’entità del signoraggio che incamerava la Sip(per i più giovani la vecchia Telecom).
Vorremmo concludere tornando di nuovo alla presentazione del libro dedicato a Masaniello, un personaggio fondamentale della nostra storia.
Il parterre dei presentatori era prestigioso da Titti Marrone ad Aurelio Musi e Luigi Mascilli Migliorini ed il dibattito particolarmente interessante. A conclusione ho chiesto la parola per un auspicio:” Per chi crede nell’anima è facile immaginare che quella di Masaniello non trovi pace ed alberghi ancora da queste parti, disperandosi delle precarie condizioni di una città da lui tanto amata e per chi vuole, teme, spera nella reincarnazione l’augurio è che trovi ospitalità in un giovane focoso ed irruente che metta, per dieci e più giorni, a ferro e fuoco Napoli e la Campania, liberandoci finalmente dal triste fardello dei nostri incapaci amministratori.”
Pubblico e presentatori erano quasi tutti di sinistra, ma l’applauso, interminabile, è stato sincero e scrosciante.

Achille della Ragione 

Un’anima divisa in due

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 di Fiore Marro

Il titolo del romanzo di Fiore Marro, “Un’anima divisa in due”, evoca nell’immediato e fugace sguardo che si suole dare alla copertina dei libri il perenne dualismo che tormenta l’uomo fin dalla notte dei tempi: la vita e la morte, il bene ed il male, la luce e le tenebre, la gioia ed il dolore.
Ben presto, però, addentrandosi nella lettura si scopre che non è questo l’argomento che l’Autore vuole trattare. Certo, sarebbe bastata qualche semplice riflessione per comprendere da subito un messaggio diverso.Infatti un’anima come si può dividere in due? Non è essa stessa l’essenza dell’unicità? Può mai esistere un anima spaccata in due? Ecco questo è il messaggio.

Fiore Marro interpreta così la situazione sociale, politica ed economica  dello Stato delle Due Sicilie subito dopo la sua brutale e sanguinosa conquista ad opera del Piemonte nel 1860/61.
Uno Stato, un Popolo, che da quel momento di indicibile sofferenza non potrà più scegliere tra il bene ed il male, tra la vita e la morte come accade normalmente per chi è appunto libero di scegliere.
La sua anima è stata divisa , le due parti separate e tra loro allontanate perchè la schiavitù del suo corpo sia assicurata nel tempo.  Il problema che pone l’Autore diventa quindi quello del ricongiungimento dei i due frammenti per ritornare ed essere liberi e forti ed ancora in grado di scegliere per il proprio futuro.
I protagonisti sono da Marro utilizzati solo a tale scopo, in modo quasi ossessivo ma sicuramente efficace.
Sullo sfondo, insieme al rimpianto di un passato glorioso, anche la consapevolezza di un rinascimento che viene dato possibile solo attraverso il recupero delle verità storiche fino ad oggi negate dalla storiografia ufficiale…e allora la lotta diventa contro il tempo. Più il tempo passa e più i due frammenti dell’anima si distanziano tra di loro rendendo sempre più difficile il rinascimento del SUD. 
Il romanzo basato su rigorosi vincoli storici è dinamico ed avvincente e sarebbe indicato, con gli opportuni adattamenti, anche come traccia per una rappresentazione teatrale o riduzione cinematografica. (Domenico Iannantuoni)

Giuseppe Vozza Editore in Casolla S.r.l. ,Via Iannelli, 24 -81100 Caserta-Casolla – tel.0823-386367/338-4587150

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  • Francesco II e Maria Sofia

    di Sergio della Valle

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    Il volume contiene una raccolta di immagini (ritratti ad olio e acquarello, monete, stampe, fotografie originali) dei Borbone di Napoli, che hanno regnato sulle Due Sicilie dal 1734, con l’avvento di Carlo III, al 1860, con la resa di Francesco II a Gaeta e l’annessione al Piemonte. Sono anche riportati due significativi documenti firmati da Francesco II, ovvero il Proclama di Gaeta e l’ultimo Ordine del Giorno all’Esercito delle Due Sicilie, nonchè una breve biografia di Maria Sofia, ultima regina di Napoli. Il libro riporta in chiusura una bibliografia minima ed un elenco dei siti web di interesse.

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    Sergio della Valle ha conseguito la laurea in Ingegneria Meccanica presso l’Università di Napoli nel 1971. Dopo una brillante carriera professionale in alcune primarie aziende internazionali intraprende quella accademica presso l’Università di Napoli Federico II presso la quale  è professore ordinario di Meccanica applicata alle macchine, poi titolare della cattedra di Meccanica delle vibrazioni, quindi di Dinamica delle macchine e dei sistemi meccanici  e Fenomeni dinamici nelle macchine ed è presidente del Corso di Laurea in Ingegneria Meccanica con ruolo di coordinatore del Dottorato di ricerca in Ingegneria dei Sistemi Termomeccanici.  
    E’ presidente del  Gruppo nazionale di Meccanica applicata (Italian Group of Mechanics for Machines and Mechanical Systems) nonchè membro del Gruppo di Tribologia, dell’IFToMM, dell’AIMETA, dell’EUROMECH, dell’A.I.S.I. (Associazione Italiana di Storia dell’Ingegneria).
    Svolge attività di ricerca avanzata ed è stato coordinatore o responsabile locale di Progetti di Rilevante Interesse Nazionale (PRIN) nonchè chairman o presidente di sessione di numerosi congressi nazionali ed internazionali.

    Oltre a questi gravosi impegni l’ing. Sergio della Valle non ha mai smesso di coltivare i suoi interessi personali riguardanti prevalentemente la storia del Regno di Napoli, con particolare riferimento al periodo borbonico, che egli considera, non a torto, il periodo aureo dell’Italia moderna e del SUD in particolare. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni di pregio sia di carattere filatelico, sia numismatico. Con questo volume egli vuole tracciare in modo succinto ed efficace l’excursus della storia del Regno di Napoli e di Sicilia, poi delle due Sicilie, affidandone la narrazione principale ad una organica e sequenziale serie di eloquenti immagini; alcune di queste di rara pubblicazione se non inedite.

    Stampata per i tipi di lulu.com (www.lulu.com), aprile 2008 

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  • L’età dello scrocco

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    di Nicola Zitara 

    C’è l’età della pietra,  l’età preistorica, l’età storica e parecchie altre, sia precedenti sia seguenti. Quella attuale è l’età dei consumi, la cui versione meridionale è bene definirla l’età dello scrocco. Qualche giorno fa, un quotidiano regionale ci ha offerto un’inaspettata notizia: un illustre storico della letteratura e una nota e affermata casa editrice roman-reggina, hanno ripubblicato il volume di Cesare Lombroso intitolato In Calabria. Di tali prestigiosi innovatori culturali non do i nomi. Non lo faccio per prudenza,  ma perché mi sento come Caio Giulio Cesare che,  ancora tribuno militare,  si prosternò piangente ai piedi di una marmorea statua di Pompeo Leggi tutto »

    La storia scomparsa

    Uomini e fatti di un’Italia da non dimenticare!

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    Stemma araldico “Minerva di Mormanno”

    Torino, 24.04.2006 – Premessa. Accogliamo, onorati e con un pizzico di orgoglio, Alberto Maria Minerva, Conte di Mormanno, con un articolo già pubblicato sul Periodico “Europa Reale”, ma aggiornato per questa occasione con commento e nuove interessanti notizie relative alla figura e alle vicende storiche del suo avo Francesco Minerva.
    Alberto è nato e vive a Torino, mentre il suo predecessore Francesco, appartenente all’illustre famiglia Minerva di Canosa, cittadina il cui territorio, dal punto di vista storico-etnonologico è da considerarsi come facente parte dell’odierna Capitanata, è nato l’8/10/1831 e ivi morì il 10/2/1913.
    Con questa testimonianza, a dir poco emozionante, Alberto ci fa rivivere le vicende appassionanti del suo bisnonno Francesco, un autentico pezzo di storia della sua e della nostra terra, un uomo che seppe tenere alto con orgoglio e dignità la fedeltà al suo Re S.M. Francesco II e alla sua Nazione, il Regno delle Due Sicilie. Non è poco per un popolo come quello meridionale, che a distanza di quasi 150 anni dall’occupazione sembra ancora oggi essere “sbandato” e che non solo non ha mai conosciuto la sua vera storia, ma ha anche smarrito quella dignità e quell’orgoglio di cui Francesco Minerva ne è un fulgido esempio.

    E. Gemminni

    In questa sede esamineremo, di volta in volta, le verità nascoste sul cosiddetto mito del “Risorgimento”, mistificazione storica voluta e creata dai Savoia per legittimare il nuovo Regno d’Italia, costruito sul tradimento Leggi tutto »

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  • 1861: I decreti legislativi di occupazione del governo piemontese unitario

    di Ettore d’Alessandro di Pescolanciano

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    Nel 1861, allorquando ancora si combatteva nel regno delle Due Sicilile contro gli occupanti sabaudo-garibaldini, il ministro Cavour si accingeva ad esternare la leggendaria frase: “l’Italia è fatta! Facciamo ora gli italiani”. Tale processo di italianizzazione si attuò già dai primi mesi del suddetto anno, cioè già sotto la Luogotenenza del generale Garibaldi, anche attraverso una variegata legislazione, ispirata al modello in essere nel regno di Sardegna. Difatti, i nuovi “architetti” del nascituro “suolo italico” emanarono un elenco fitto di leggi, tralasciando la secolare tradizione giuridica duosiciliana e conformandosi con il nuovo processo razziale di “piemontizzazione” di Lombrosiana memoria. Numerosi decreti, pertanto, deliberati nei mesi in cui si bombardava dal mare la roccaforte di Gaeta,  risultano decisamente ideati sullo stereotipo del modello giuridico-culturale sabaudo, presentando, tra l’altro, quale unica finalità intrinseca quella di garantire lo “stato di occupazione” nelle province meridionali. Nei primi mesi del 1861 risultano, così, pubblicati decine di decreti di soppressione di antichi enti o apparati istituzionali locali, in auge nell’ex regno delle Due Sicilie, nonché di nomina di nuove configurazioni organizzative con i rispettivi responsabili, legati al Piemonte. Tra le prime delibere troviamo il “decreto di consegna delle armi”(6 genn.1861), con il quale l’autorità comunale invitava i detentori di armi da fuoco alla loro consegna,  previo rimborso di una modesta somma in ducati. Simile ordinanza intendeva pianificare l’azione preventiva e cautelativa verso eventuali focolai d’insorgenza contro il governo torinese. Con la medesima finalità fu pensato il decreto di “adeguamento del servizio delle Poste alle leggi delle Province dell’Alta Italia”, in cui si ordinava (art.6) agli ufficiali delle Poste di vigilare sul “trasporto clandestino delle lettere e pieghi, di giornali e gazzette”, cioè su tutto l’eventuale materiale propagandistico in uso presso i legittimisti. Tale obbligo veniva esteso anche agli agenti di polizia e finanza, autorizzati ad effettuare perquisizioni presso “vetturieri, mulattieri, conducenti, pedoni, barcajuoli”. In sostanza, simile decreto istituì la regolamentazione di un pubblico servizio, sottoponendolo al rigido controllo governativo, di contro al funzionante e meno vincolante ente postale borbonico. Seguì, il 6 gennaio, altro significativo decreto di abolizione dell’antico Consiglio di Stato con prepensionamento dei rispettivi consiglieri, sostituiti da esponenti (F.Gamboa, R.Batti, G.Vignale, A.Cimino etc) scelti dalla Luogotenenza. Agli esodanti in “ritiro” spettò modesta pensione, pari ad un terzo della remunerazione goduta. Invece, il decreto di abolizione delle “decime sacramentali”, che venivano normalmente erogate dai Comuni a favore della Chiesa, in particolare delle parrocchie non autosufficienti  e bisognose di fondi di sostentamento, fu altro tentativo politico di laicizzare le terre meridionali secondo l’occulta cultura liberista-massonica del Piemonte, a discapito di un’antica tradizione risalente alla dominazione normanna. Questo programma di “italianizzazione”, mediante l’attività legislativa si ampliò, poi, con la Luogotenenza generale del principe Eugenio di Savoia Carignano, cugino del re Vittorio Emanuele II, nelle province napoletane. Il nuovo reggente, salito con pieni poteri nell’esecutivo (dai decreti, regolamenti, alle concessioni di grazia e pena etc), capo militare (comandante delle forze di terra e mare)e di polizia -cariche per le quali gli venne conferito un annuo assegno di due milioni di lire (per“spese di rappresentanza”)-, favorì maggiormente il citato processo di soppressione del passato regime amministrativo borbonico per un sistema normativo, gradito alla casa Savoia. Avvenne, per tale motivo, la decisione di deliberare il decreto di “revisione delle pensioni di grazia”(7 gennaio), con cui non solo si intese colpire indiscriminatamente, attraverso la cessata erogazione della pensione, i rappresentanti del precedente reame duosiciliano, colpevoli di essersi “prestati nella distruzione delle istituzioni Costituzionali e nelle persecuzioni politiche della parte liberale” , ma si introdusse anche la possibilità di un monitoraggio delle posizioni godute dai soggetti in quiescenza, basandosi su un criterio soggettivo e politicizzato. Tappa successiva del suddetto processo “d’integrazione razziale” fu, poi, l’introduzione nell’ex regno napoletano del Codice penale militare, in uso presso il regno di Sardegna dal 1859. Seguì la forzata adozione della “legge sull’ordinamento della Pubblica Sicurezza”, sempre improntata su modello piemontese in quanto si giustificò che “tale legge è il risultato di dodici anni di libertà e d’ordine”. Tale ordinamento previde la formazione gerarchica dei Governatori, Sotto-governatori, Questori, Ispettori, Segretari di Pubblica Sicurezza. Inoltre, fu istituito un ingente corpo di Agenti ed Ufficiali di P.S. per garantire il tanto agognato programma di osservanza delle leggi, nonché del mantenimento dell’ordine pubblico e della prevenzione dei reati in terre sempre più minacciate da briganti e ribelli. La legge introdusse un autoritario regime di polizia con controlli serrati e permessi autorizzati su persone ed attività anche attraverso la figura civica del Sindaco. Si giunse, ad esempio, a regolamentare e controllare attraverso il sistema delle licenze tutte le attività commerciali (dagli alberghi, osterie ai caffè etc), esercitando un’indiretta attività di sorveglianza su tutta l’economia locale, causa poi del susseguente affermarsi del fenomeno clientelare. Il clientelismo, inoltre, attecchì anche nel mercato del lavoro, grazie sempre alle normative piemontesi di regolamentare la forza lavoro attraverso l’uso del libretto e della certificazione di “buona condotta”, documentazione -questa- pur sottoposta alla vidimazione dell’autorità di P.S..La stessa autorità di pubblica sicurezza ebbe pure il compito di conciliare tutte le questioni di lavoro, pendenti tra il datore ed il prestatore d’opera. Analogo controllo degli organi di polizia fu esteso anche a tutte le categorie professionali e soprattutto al comparto editoriale, quest’ultimo sottoposto a ristrette misure “cautelative” onde scongiurare il proliferarsi di una stampa insurrezionale ostile al governo sabaudo. Furono costantemente vigilati attraverso periodici controlli amministrativi (dal cui esito dipendeva la conferma/revoca del permesso) tutti gli stampatori, i venditori di scritti, i giornalisti e gli incisori. La stessa legge di P.S. fu alquanto coercitiva ed autoritaria anche su altri aspetti societari, quale la regolamentazione del flusso dei viandanti nelle province per tramite delle “carte di passaggio”, l’obbligo di autorizzazione di eventuali assembramenti di persone, l’ammonimento contro gli “oziosi e vagabondi” potenziali sospetti di azioni criminose contro la collettività italiana. Il decreto, a firma del citato Savoia-Carignano, sulla concessione della pensione ai militari del cessato esercito delle Due Sicilie, invece, fu ideato probabilmente per rassicurare gli animi turbati degli ex soldati rientrati nella vita civile ed ancora nostalgici del deposto re Francesco II. Va, poi, annotato che nonostante la guerra in corso a Gaeta si pubblicarono ulteriori decreti di nomina nei ruoli amministrativi di esponenti politici e culturali, ferventi sostenitori dell’impresa unitaria garibaldina. Tra tali atti si menzionano quello relativo all’incarico affidato al cav.E.Fasciotti, già console del sovrano sabaudo, presso la sezione Affari Esteri della Luogotenenza; di nomina del “patriota” L.Settembrini ad Ispettore generale degli studi; di incarico del maggiore camicia rossa C. de Gaeta alla direzione del Dicastero dei lavori pubblici o di A. de Sterlich al Dicastero dell’Interno ed Agricoltura-Industria-Commercio e di E.Pessina alla direzione del Dicastero di Grazia e Giustizia. Con la caduta di Gaeta e sua capitolazione firmata il 13 febbraio 1861, il programma di trasformazione delle popolazioni napoletane in fedeli sudditi italiani si accentuò nel proseguo, come si evince dalla più articolata e frequente legislazione filo-sabauda. I decreti emanati successivamente a tale periodo riguardarono l’aspetto fiscale-economico delle Province meridionali. Le cinque principali tassazioni dell’ex regno delle Due Sicilie furono sostituite da una miriade di imposte più onerose, cui fece seguito l’azzeramento dell’economia napoletana che ebbe inizio con il decreto del 17 febbraio, cioè allorquando si autorizzò la zecca di Napoli a coniare la moneta italo-piemontese ritirando dalla circolazione la centenaria moneta in rame, il tornese. Successivamente cominciò l’elenco delle leggi sull’esecuzione delle grandi opere pubbliche (strade, rete ferroviaria, canalizzazione fluviale etc.), fatte eseguire per lo più da imprenditori non locali, come avvenne nel caso della grande stazione ferroviaria di Napoli, data in appalto al signor Talabot (4 aprile 1861).        

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  • Singolare o plurale, sempre Borboni sono

    di Paolo Granzotto, da “il Giornale del 23 Aprile 2008″

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  • Ultime avvertenze per evitare i brogli

    Di Paolo Granzotto, da  “Il Giornale” del 13 Aprile 2008

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  • La generosità di Garibaldi con i soldi dei Borbone!

    di Paolo Granzotto, da il Giornale del 10/04/2008

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