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Associazione Culturale Due Sicilie – Sede di Milano

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Giuseppe Catenacci e Roberto Maria Selvaggi

 

 LA NUNZIATELLA E L’EPOPEA DI GAETA DEL 1860 – 1861

Il 21 aprile del 1855 un convoglio speciale delle Regie ferrovie borboniche entrava, tra le acclamazioni del numeroso pubblico accorso a festeggiare l’avvenimento, nella stazione di Maddaloni.

Il convoglio trasportava gli allievi, gli ufficiali ed i docenti del glorioso Real Collegio Militare della Nunziatella che re Ferdinando II di Borbone aveva decretato fosse trasferito nella cittadella ducale di Maddaloni, già feudo dei Carafa, per poter così seguire più da vicino – essendosi egli trasferito nella Reggia di Caserta – l’istruzione di quelli che sarebbero stati i futuri ufficiali dei Corpi speciali dell’esercito.

Dopo i moti del 188 che videro non pochi ufficiali, insegnanti e cadetti del Real Collegio Militare tra i protagonisti di quelle giornate che a buona ragione vengono considerate il vero inizio del “ Risorgimento “, Ferdinando II  intuì immediatamente i pericoli ai quali era esposta la sua Accademia e dopo aver decretato l’espulsione degli alunni Francesco Pesatane e Luigi Pessina e dei professori Francesco De Sanctis, Fedele Amante, Filippo Cassola ed Enrico Alvino maturò la determinazione di allontanare la stessa Nunziatella dallo storico sito di Pizzofalcone e quindi da Napoli.

Il trasferimento non riuscì gradito praticamente a nessuno per cui non appena morto Ferdinando II, il figlio Francesco II  fu costretto a piegarsi alla richiesta avanzata nel giugno 1859 del potentissimo Generale Carlo Filangieri che gli chiese di disporre il rientro del Real Collegio Militare a Napoli nel rosso maniero di Pizzofalcone.

Il 7 novembre successivo il Real Collegio Militare rientrava così nell’edificio della Nunziatella a Pizzofalcone.

Gli avvenimenti che nei primi mesi del 1860 contrassegnarono la vita del Regno, scossa da forti fermenti liberali culminati nello sbarco di Garibaldi a Marsala il 18 maggio 1860, non propiziarono di certo il ritorno alla vita normale della Nunziatella dove l’arrivo di 31 nuovi allievi aggiunse confusione a confusione.

Non dissimile la situazione a Napoli dove, dopo il tentativo di formare un governo forte con a capo Pietro Ulloa, antico allievo della Nunziatella, Francesco II si determinò, il 6 settembre 1860, a lasciare la capitale ed a riparare a Gaeta ………….

Edito da Associazione Nazionale ex Allievi Nunziatella- Napoli –

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  • Così finirono i Borbone di Napoli

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    Michele Topa

    PREMESSA DELL’AUTORE

                                                                              

    Quando, un anno fa, ci fu chiesto di compilare per i lettori de “ Il Mattino” una rievocazione degli ultimi anni del Regno delle Due Sicilie, esitammo prima di affrontare quella fatica, ed esitammo perché le lunghe letture, fatte sin dall’ adolescenza su Ferdinando II e l’infelice figlio Francesco e intorno agli avvenimenti del ’59 – ’60, pur non intaccando la nostra radicata convinzione unitaria, ci avevano portato a formulare giudizi e a trarre conclusione che non erano proprio quelli così generosamente diffusi negli scritti apologetici dei Savoia e nelle liriche narrazioni delle imprese garibaldine, in quelle pseudo-storie, insomma, nelle quali la retorica tiene il posto dell’indagine attenta e serena.

    Sapevamo che, discostandosi da certi abituali schemi, ignorando  certe tradizionali visioni oleografiche, ispirandoci quanto più possibile al principio dell’obiettività e rivelando verità più che note agli studiosi ma, purtroppo, non ancora conosciute dalla gran maggioranza degli Italiani, avremmo rischiato di attirarci la definizione – oggi, invero, risibile – di “ borbonici “; tuttavia ci mettemmo al lavoro, e, fin dalle prime puntate della nostra rievocazione, poi via via sempre più vivo e caloroso, avvertimmo il consenso del pubblico; consenso che, manifestatosi attraverso centinaia di lettere, tuttora ci conforta e ci spinge a cedere alle insistenze del nostro amico editore, Fausto Fiorentino, e a raccogliere in volume quella serie di articoli. Ora teniamo a dire, anzitutto, che questo libro è un atto di amore e di fede verso la nostra terra e la nostra gente; un atto che, ci auguriamo, valga a spingere gli specialisti della storia – o dell’” alta storia “, come diceva Croce – a riesaminare i turbinosi eventi di cento anni fa e a riproporli all’opinione pubblica nazionale, in particolar modo a giovani, sotto la luce di una critica più severa e di una più obiettiva valutazione. Scrive, appunto Croce: “ Lo spirito animatore della cosiddetta “ Storia del Risorgimento “ è tutt’al più poetico, ma non certamente storico; e, a dissolverla, basterebbe nient’altro che introdurvi lo spirito storico, perché in questo caso essa si fonderebbe nella storia politica del secolo decimonono, nella quale il moto italiano prenderebbe il suo significato proprio, spogliandosi dei colori onde il sentimento e l’immaginazione lo hanno finora rivestito. E si renderebbe giustizia, come in storia è doveroso fare, alle forze di resistenza che al moto liberale opponevano la vecchia Italia e la vecchia Europa, o, nella fraseologia dei politicanti, l’oscurantismo e la reazione. Giustizia : il che non significa recriminazione o rimpianto del passato, che è morto, ma semplicemente intelligenza di quel passato e, mercè di essa, intelligenza del presente e dei problemi del presente.

    Ecco i principii che dovrebbero ispirare chi scrive sui fatti risorgimentali; ecco i principii cui dovrebbero essere informati i testi di storia delle nostre scuole. Il passato di Napoli e del Mezzogiorno è raccontato, purtroppo, da cento anni – quasi vi fosse ogni giorno un Borbone da abbattere – secondo i più stolidi schermi della più stolida propaganda, dando ancora credito a certe calunniose favole che, se potettero essere utile a scalzare una dinastia divenuta di ostacolo al moto unitario, oggi certamente non ci aiutano a conoscere la verità.

    E’ nostro fermo convincimento che la secolare e, per taluni aspetti, ingiusta campagna antiborbonica abbia finito col trasformarsi in campagna antimeridionalistica e finito col nuocere  al buon nome e alla dignità dei Napoletani in specie, dei Meridionali in genere; il che è come dire di oltre un terzo della popolazione italiana.  E’ nostro altrettanto fermo convincimento che non sarà mai detto e ripetuto abbastanza , con chiarezza e con forza, quanto sia costata al Mezzogiorno l’unità d’Italia.  Tutto ha sacrificato il Sud – e ne è fierissimo – a quel processo unitario :  indipendenza, ricchezze, industrie, credito e persino la coerenza morale di certi uomini, salvando soltanto l’onore dei suoi soldati; e ha ricevuto, purtroppo, e ancora riceve le più basse, sfrontate menzogne e le più odiose calunnie.

    Noi siamo convinti infine, e perciò affidiamo alla dignità di un libro queste nostre parole, che una rinascita del Mezzogiorno non possa cominciare che nella coscienza delle genti meridionali, restituendo ad essa tutti quei motivi di orgoglio che può trovare in un passato non sempre privo di grandezza; restituendo ad essa fiducia, il senso delle sue capacità e del suo prestigio ; capacità e prestigio che permisero di edificare, dal Tronto al Capo Passero, sulle strutture di una monarchia antichissima, il più vasto, il più ricco, il più potente Stato della Penisola.

     

    Edito da Fratelli Fiorentino di Fausto Fiorentino- Editrice per la Scienza e per l aTecnica -80135 Napoli, Via Avvocata, 10- Tel. 081-213592

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  • Le insorgenze

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    Rivoluzione&Controrivoluzione in Italia (1792-1815)

    Massimo Viglione

    Le rivolte popolari che dal 1792 al 1815 divamparono in Italia contro gli invasori francesi e i locali fautori della “grande Rivoluzione” costituiscono alcune delle pagine più drammatiche della storia nazionale, pressochè ignote alla coscienza etico-politica del Paese; una singolare anomalia.
    Infatti le “insorgenze” coinvolsero centinaia di migliaia di persone nella difesa della propria cultura e tradizione, definendo un transito d’epoca, uno scontro di civiltà, che vide Papi esiliati o arrestati, chiese e conventi violati, depredati musei e monti di Pietà, rovesciati gli antichi assetti politico-istituzionali della Penisola, eccidi e stragi nel segno dell’odio ideologico dall’una e dall’altra parte in lotta.
    Su tutto ciò accenni sommessi, reticenze, letture distorte degli avvenimenti.
    La conoscenza almeno generale della storia delle “insorgenze” è indispensabile per andare allel radici dell’Italia contemporanea, agli albori di quel “risorgimento” segnato dalla violenza e dall’inganno di minoranze interpreti dello “spirito del Mondo”.
    Queso libro non rappresenta semplicemente un solido punto di riferimento per orientarsi nella complessa trama di fatti che nel sanfedismo meridionale raggiunsero la loro espressione più tragica, ma anche, e soprattutto, consente di penetrare le problematiche fondamentali dell’intero fenomeno dell'”insorgenza”, sia ideali e politiche sia storiografiche.

    Edizioni Ares, Via A. Stradivari,7-20131 Milano-www.ares.mi.it

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  • Processo a Napoleone

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    Gigio Zanon

    Si dice cha la Storia la scrivano i vincitori, e senz’altro è così da quello che noi possiamo dedurre leggendo i libri scolastici o quelli appena più specialistici ma ancora di “regime” e, peggio, assistendo ai programmi che ci vengono propinati da “mamma TV” e
    dai media in generale.
    Tuttavia, anche se la maggioranza degli esseri umani dà per veri il verbo scritto sui libri dei “pennivendoli” e ciò che mostrano le fiction televisive, vi è un discreto numero di persone (oggi sempre più crescente) che tiene in vita un minimo di critica o anche di vera e propria opposizione culturale denunciando le bugie vendute per verità.

    D’altro canto la manipolazione delle informazioni si può dire che sia sempre stata la base comune di comportamento delle classi dominanti che da sempre si succedono al potere e che nella vana speranza di meglio puntellarlo e renderlo così più resistente agli urti delle verifiche storiche s’ingegnano quotidianamente nell’esercizio del plagio;
    Così le verità, spesso anche le più oggettive, si intrigano sempre con altre parzialmente mistificate e anche con vere e proprie invenzioni di fatti mai accaduti, nel permanente tentativo di legittimare, e mantenere, il potere costituito e quindi giustificare il comportamento della classe dominante.
    Accade però che le condizioni al contorno socio-economiche, meglio sarebbe dire del “mercato”, mutando celermente e costantemente in modo spesso imprevedibile fanno sempre cadere  il castello di bugie ( Le opere dell’iniquità non sono mai eterne! – Francesco II dagli spalti di Gaeta 14/02/1861-) mettendo in luce alcune contraddizioni che via via diventando sempre più numerose, rendono definitivamente insostenibile l’impianto dottrinario della classe dominante fino alla perdita della sua CREDIBILITA’. 

    A questo punto una nuova classe si afferma demonizzando quella precedente, ripetendo esattamente il copione o al massimo apportandovi piccole variazioni nella speranza vana di essere enormemente migliore della precedente, e così nel tempo…

    Naturalmente non tutte le classi dominanti si comportano allo stesso modo o dispongono di identico vero legittimo diritto/dovere di governo .legate come sono ad  un giudizio soggettivo di difficilissima mediazione proprio perchè  “umorale”, ovvero legato anche alle mode e  alle circostanze.

    E’ anche questo il motivo per cui  lo studio critico, direi asettico, della Storia non è cosa facile poichè imporrebbe un’ analisi MECCANICISTICA degli eventi, spogliandoli dai sentimentalismi e dalle stucchevoli ideologie; ma proprio studiando solo le cause e gli effetti ci si può avvicinare di più alle cosiddette verità oggettive; ed è questo, appunto, l’arduo compito dei posteri.

    Veniamo al dunque.

    Se noi volessimo avvicinarci alla verità nel giudicare un personaggio storico, sia nel bene, sia nel male, dovremmo istruire un vero e proprio processo giudiziario con tanto di accusa, difesa, parte Civile e collegio giudicante.

    Luigi Gigio Zanon, che non finirà mai di stupirci, insieme con un nutrito gruppo di magistrati, avvocati e storici hanno voluto processare Napoleone Bonaparte per i danni che egli causò alla Serenissima Repubblica di Venezia.
    L’elemento scatenante dell’iniziativa fu la recente donazione di una statua del “Corso” al Comune di Venezia con relativa sua sistemazione in un pregevole e visitatissimo ambiente pubblico veneziano.
    L’opposizione di Zanon e di buona parte degli ambienti culturali veneziani alla collocazione di tal simulacro fatale fu notevole fino a scatenare anche qualche attrito con l’ambasciata di  Francia, paese che, nonostante le decine di milioni di morti che causò il sanguinario dittatore in tutt’Europa, ancora lo adora e lo riverisce e mal comprende l’astio veneziano ( e non solo veneziano) verso il prediletto.
    Ciò che fa ancor più specie è che anche a Venezia le Autorità locali restarono sorde alle proteste accogliendo il dono e magnificando l’epoca napoleonica che invero portò la distruzione della Serenissima Repubblica Veneta.
    Ora noi ci chiediamo come mai ancora oggi, a distanza di oltre duecento anni,la classe dominante sente la necessità di deificare il Bonaparte.
    Che sia ancora al governo la stirpe della classe dominante del tempo?

    Secondo noi la risposta è affermativa!

    Il processo tenutosi con i santi crismi della legalità ha fatto emergere tutte le colpe dell’imputato oltre alle connivenze dell’Austria e di gran parte  della massoneria italiana. Le testimonianze degli storici mostrano però ampie lacune sulle responsabilità della Gran Bretagna che, a nostro avviso, diventano evidenti con lo scandaloso risultato del Congresso di Vienna che restaura tutti gli stati prerivoluzionari ad eccezione di Venezia (e di Genova); risultato che Albione accettò di buon grado o addirittura promosse per togliersi di torno, in un colpo solo, importanti, legittimi e autonomi rivali commerciali nel Mediterraneo e non solo. 


    Il sig. Napoleone Buonaparte, per la cronaca, è stato condannato dalla Corte per immensi furti di opere d’arte di inestimabile valore,incendi e gratuite
    distruzioni di edifici religiosi, pubblici, privati e di vasta parte del patrimonio artistico veneziano, innumerevoli eccidii di innocenti e quindi per aver voluto e
    provocato la cessazione della legittima Repubblica Veneziana all’epoca neutrale nel conflitto Franco-Austriaco.

    A Gigio Zanon va il nostro più vivo apprezzamento per questo suo lavoro che speriamo possa trovare la massima divulgazione in tutte le scuole d’Italia e  anche il meritevole accoglimento cinematografico o televisivo.

    Domenico Iannantuoni

    Filippi Editore Venezia

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  • Memento domine

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    (Ricordati, o Signore)

    Le verità negate sulla tragedia del SUD fra Borbone, Savoia e briganti.

    ( Dora Liguori )

    E’ difficile descrivere questo libro come “romanzo storico” oppure come “saggio di storia, vera, romanzata”, certo è che  una volta iniziata la lettura se ne viene catturati.
    Sulle prime battute le fasi descrittive degli ambienti, dei protagonisti e delle situazioni fanno pensare ad una narrazione classica, qua e là un po’ noiosa, in taluni casi anche troppo infiorata e soprattutto fin troppo precisa e ripetitiva…poi, proprio quando si è quasi deciso di deporre il libro, ecco un nuovo evento, un cambio di scena, un richiamo storico che ti fa riflettere o ti solleva nuova curiosità e così, in questo susseguirsi di colpi di scena, la lettura diventa sempre più piacevole e interessante.
    La trama che all’inizio sembra semplice o addirittura scontata si complica pagina dopo pagina rendendo il romanzo sempre più vero, mentre le figure dei protagonisti e del microcosmo che li circonda assume un rilievo quasi fotografico.

    Quando poi la storia d’amore tra Argenzia ed Aldrigo si “intriga” con i reali eventi storici della conquista delle Due Sicilie,
    ecco che il ritmo narrativo progressivamente si trasforma e si evolve generando alternativamente suspence, curiosità, rabbia e passione per i protagonisti principali nei quali tutti, credo, ad un certo punto desidererebbero immedesimarsi.
    Dora Liguori, con questo romanzo d’amore, riesce a trasmettere una quantità esorbitante di vere informazioni storiche senza che il lettore se ne avveda, contestualizzandole nei momenti d’amore, di passione, di sofferenza, di paura o di vera e propria angoscia, ma anche nei momenti di speranza che, verso la fine della narrazione, prendono via via il sopravvento riportando lentamente il lettore al presente ma con la consapevolezza tangibile di quella che fu la drammatica “conquista del SUD”.

    Domenico Iannantuoni

    Ricordati, o Signore, di quel genocidio operato al SUD dal 1860 al 1863 ad opera dei Savoia per costruire, con il sangue della
    popolazione inerme, il nuovo Regno d’Italia.
    Il libro si basa su una rigorosa ricostruzione storica, integrata da fatti tramandati oralmente, dell’avventura vissuta, suo  malgrado, da un capitano spagnolo (specie di agente segreto) coinvolto nelle tragiche vicende del Meridione d’Italia per ordine di
    Isabella di Borbone, regina di Spagna.
    Infatti, il capitano Aldrigo Seguento, marchese di Valleloid, viene inviato in Italia, per scopi di “copertura politica”, a sostegno della spedizione capeggiata dal generale, anch’esso spagnolo, Josè Borjes, per il ripristino dei Borbone nel Regno delle Due Sicilie.
    Il capitano, travestito da prete, sarà testimone e parteciperà anche direttamente alle battaglie precedenti la mancata conquista di
    Potenza, supportato da una giovane nobile, coraggiosa ma disturbata nella psiche. Egli vivrà, soffrendola da vicino, l’immane tragedia delle popolazioni del salernitano e della Lucania, strette fra l’invasione dell’esercito piemontese e la reazione dei filo-borbonici capeggiata, oltre che dal Borjes, dal feroce capo-brigante Carmine Crocco Donatelli.
    Mai raccontato nei particolari della storia ufficiale, questo è il resoconto, realistico nel suo squallore, della conquista di un regno da parte dei Savoia, mossi non da principi idealistici o per l’unità di un popolo che poco aveva in comune per essere unito, ma dall’esigenza di mettere mano alle ricche riserve auree del Regno delle Due Sicilie, riserve indispensabili a salvare dalla
    bancarotta l’indebitato stato sabaudo.
    Dopo il primo sconvolgimento prodotto dalle imprese di Garibaldi che, nella pratica, consegnava il Sud ai Savoia, nasce una
    reazione, all’inizio confusa, ad opera di alcuni nobili (pochi), del clero e soprattutto dello strato più povero del popolo che
    preferiva i Borbone agli “stranieri” piemontesi: la cosiddetta “rivolta delle pezze ‘n culo”. La violenta rivolta, divampata in tutte le province del già regno borbonico, fu condotta da povera gente che, quasi del tutto disarmata rispetto all’organizzato esercito piemontese, riuscì ugualmente ad impegnare quest’utimo in violente battaglie dando…parecchio filo da torcere.
    I Savoia, infine, ebbero ragione del SUD per un coacervo di situazioni ancora oggi non del tutto chiare e, soprattutto, ebbero
    ragione poichè soffocarono, spietatamente, la reazione in un bagno di sangue. E ciò potè avvenire attraverso esecuzioni sommarie degli abitanti di interi paesi nonchè fucilazioni di massa, senza alcun regolare processo (legge Pica), di migliaia di uomini colpevoli solo di essere meridionali.
    Le fosse comuni ad opera del governatore. generale Cialdini, non avranno nulla da invidiare all’orrore di altri più recenti stermini. L’unica differenza consisterà nel fatto che, mentre queste ultime povere vittime hanno avuto, almeno, la pietà della Storia, alle vittime dei Savoia è stata negata anche la conoscenza storica del loro olocausto.
    Il libro, nel ripercorrere l’infelice missione dell’agente segreto spagnolo, racconta il modo e i fatti che determinarono la mancata vittoria dell’esercito reazionario, fatti avvenuti tra Padula e Potenza.
    La sconfitta non consentirà mai più, anche nell’arco dei decenni successivi, al SUD di riprendersi ed ai sopravvissuti lascerà
    solo un’amara scelta: l’emigrazione.

    Dora Liguori

     

    Edito A.C.M. Matera – Roma – Via Cupa, 14 – 00162 Roma

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    (PROPOSTA DI CAMBIAMENTO DEL NOME AD ALCUNE VIE CITTADINE)

     

    Antonio Larocca

      Questo lavoro è dedicato alle centinaia di migliaia di persone che, nel periodo a cavallo dell’Unità d’Italia, sono state uccise o hanno subito violenze e soprusi, nonchè ai milioni di emigranti meridionali costretti ad abbandonare il suolo italico per fuggire dalle condizioni di estrema povertà e costruirsi un domani più vivibile altrove. 

    Motivazioni sulla proposta di sostituire gli attuali nomi di vie dedicate a regnanti  in genere- ed in particolare ai Savoia e ai loro collaboratori dell’ultimo ‘800- con nomi legati alla simbologia repubblicana e a uomini caduti e a cose decadute per conseguenza della monarchia in genere ed in particolare di quella dei Savoia.

    Esposte nella seduta n.39 del 30/11/2003 del Consiglio Comunale di Alessandria Del Carretto (CS).

      Finiamola di definirci i “buoni” d’Europa, e nessuno dei nostri fratelli del Nord venga a lamentarsi delle stragi naziste. Le SS del 1860 e degli anni successivi si chiamarono, almeno per gli abitanti dell’ex Regno delle Due Sicilie, piemontesi. Perciò smettiamo di sbarrare gli occhi, di spalancare all’urlo le bocche, a deprecare violenze altrui in questo e in altri continenti. Ci bastino le nostre, per sentire un solo brivido di pudore.

    Noi abbiamo saputo fare di più e di peggio.

    Carlo alianello

    Stampato a cura del Comune di Alessandria D.C. (CS) e con contributo della Regione Calabria

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  • Libri

    May-C Publishing

    Selected Title

    Con questa ricerca storica “Perché Briganti?, gli autori descrivono il fenomeno del brigantaggio in Italia prima dell’Unità e partendo dai periodi più remoti, con particolare riferimento alla Calabria, distinguendo quello ordinario, costituito da organizzazioni malavitose dedite alla grassazione, perpetrate nelle campagne o sulle montagne, ma che più spesso agiva lungo le vie di comunicazione tra i centri abitati ai danni di inermi viandanti, da quelli derivanti da insofferenze sociali e passati per bassi fenomeni di banditismo come è il caso di quello di recente memoria post unitaria e definito dalla letteratura italiana come un “…..ampio fenomeno misto di banditismo e di ribellione politico sociale nelle campagne del Mezzogiorno, dopo l’unificazione italiana che, con l’imposizione di misure amministrative e fiscali di particolare durezza, ivi comprese la completa abolizione dei secolari usi comuni delle terre a tutto vantaggio del latifondo, di grandi dimensioni ma solitamente mal coltivato ed adibito a colture estensive, che diede esca alla propaganda filoborbonica e clericale, ostile al nuovo stato liberale e a sua volta incapace di una politica che non fosse di pura repressione.

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    “Fra tutte queste regioni, la matrice della nuova Italia fu il Piemonte, situato a nord ovest, con Torino come capitale. Più a oriente, era la grande città di Milano, che doveva diventare il centro finanziario, commerciale e artistico del nuovo regno. La sua popolazione era attiva e dotata di senso pratico. Il sud assolato e la Sicilia formavano una regione a parte, e ciò sia per ragioni storiche e climatiche che per il carattere dei suoi abitanti. Questa differenza tra nord e sud era radicale. Un contadino della Calabria aveva ben poco in comune con un piemontese, mentre Torino era infinitamente più simile a Parigi e Londra che a Napoli e Palermo; e ciò in quanto queste due metà del paese si trovavano a due livelli assai diversi di civiltà. I Borbone, erano stati tenaci sostenitori di un sistema feudale colorito superficialmente dallo sfarzo di una società cortigiana e corrotta. Avevano terrore della diffusione delle idee”. Questa è la pagina iniziale della Storia d’Italia dello storico inglese Mack Smith ed è la storia che si impara a scuola: si può definire la storia ufficiale. Io credo che la Storia non sia quella impersonata da marionette come Vittorio Emanuele, Garibaldi, Cavour, Gladstone e raccontata da pennivendoli come Denis Mack Smith. Ho provato a ricostruire gli avvenimenti e ad arrivare, a differenza dello storico inglese e a differenza di tutti gli storici ufficiali, a conclusioni vere o più vicine alla verità.

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    Il presente lavoro deve le sue origini al suggerimento dell’amico Domenico Iannantuoni che mi ha sollecitato a ricordare il ruolo a cui è chiamato il Mezzogiorno italiano nel processo di integrazione europea e nello sviluppo dell’Italia nel contesto globale in cui viviamo2.Un lavoro contro lo stato attuale di maggior povertà alimentato da una politica ascara e orientata a voler continuare a mantenere tale condizione di differenza all’intero del Paese, quando addirittura incapace di porre rimedio.
    L’idea, quindi, di un libro che pensi al Sud parlando dell’Unione Europea intesa come unione di persone, racconti del percorso comunitario che, dagli interessi degli Stati/Nazione, si muove verso quelli che arrivano direttamente a coloro che sono i portatori dei bisogni specifici dell’agire umano, ai bisogni di prossimità: in pratica, alle persone.
    Tale percorso,che ci fa porre al centro dell’attenzione il “ben- essere” dell’uomo, nasce dalla lotta per la democrazia, di cui le grandi rivoluzioni sono state le interpreti e le fautrici, e si sviluppa nella costruzione della capacità di vivere in democrazia, per arrivare a concepire in maniera compiuta quest’ultima come forma di vita sociale.

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    Con questo libro è la prima volta che viene proposta un’antologia della storia del risorgimento in chiave marcatamente antirisorgimentale. Se ne fa promotore e compilatore Antonio Nicoletta mettendo insieme alcuni saggi, articoli di giornale e lettere inviate a vari quotidiani su argomenti tutti relativi ai contraccolpi che ebbe il Mezzogiorno d’Italia durante e dopo l’unificazione nazionale. Autori Filippo Chiappisi, Mario Montalto, Maurizio di Giovine, Glauco Reale, Antonio Pagano, Lorenzo Terzi, Mario Perfetti, Riccardo Scarpa e lo stesso Antonio Nicoletta.

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    Questo volume descrive in modo dettagliato una importante e sconosciuta opera di ingegneria, il ponte sospeso Real Ferdinando sul Garigliano, del Regno delle Due Sicilie realizzata nel 1832. Primo ponte sospeso realizzato con catenarie in ferro d’Italia. Costruito ben 29 anni prima dell’unificazione della penisola italiana, il ponte Real Ferdinando è una delle testimonianze più tangibili dell’alto grado di sviluppo del Sud Italia antecedente alla sanguinosa guerra di annessione ad opera del Piemonte. Attraverso la descrizione di quest’opera, l’autore propone una nuova visione delle dinamiche politiche ed industriali che hanno marcato lo sviluppo del sistema economico italiano dall’unità ad oggi. Dimostra inoltre che l’attuale divario di ricchezza tra Nord e Sud d’Italia, voluto e programmato da un’inadatta “casta” politica ed industriale orientata esclusivamente allo sviluppo del Nord Italia, è la ragione primaria dell’inarrestabile declino complessivo del Paese.

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    Per maggiori informazioni visita il sito: www.ilmeravigliosopontesulgarigliano.com.

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