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Associazione Culturale Due Sicilie – Sede di Milano

Archivio per la categoria ‘Libri consigliati

mundy.jpg Diario di un Ammiraglio

di Gorge Rodney Mundy
Traduzione di Antonio Rosada

E’ la traduzione integrale del diario,apparso in Inghilterra nel 1863,dell’Ammiraglio Mundy,vice-comandante della Flotta inglese del Mediterraneo,che a Palermo e a Napoli fu testimone oculare degli avvenimenti politici e militari che condussero al crollo del Regno Delle Due Sicilie ed ebbe modo di conoscere personalmente i principali protagonisti, Francesco II, Garibaldi e Vittorio Emanuele II, di cui ci ha lasciato ritratti insolitamente vivi e originali.
Il volume è di particolare interesse anche per tutti gli appassionati degli ultimi anni della marina velica nel periodo di transizione dalla vela a vapore, su cui, com’è noto, la letteratura è ancora così scarsa. Stampato in Napoli nel 1966

ARTURO BERISIO EDITORE –NAPOLI-

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  • Memorie di un ex Capobrigante

    memorie-di-un-ex_capobrigante.jpg
    di LUDWIG RICHARD ZIMMERMANN

    TRADUZIONE, NOTE E COMMENTO
    di
    ERMINIO  de BIASE

    Titolo originale dell’opera: Erinnerungen eines ehemaligen Briganten-chefs – Berlin 1868.

    ***

    Trama del libro:
     Il ventiduenne Ludwig Richard Zimmermann, ex ufficiale dell’esercito austro-ungarico, alla fine di agosto del 1861, giunge a Roma per mettere il suo braccio a disposizione di Francesco II, ormai ex Re delle Due Sicilie e della sua eroica consorte, Maria Sofia von Wittelsbach, l’eroina di Gaeta. Egli è affascinato dalla sfortuna della giovane coppia reale in esilio ma segue anche l’impulso del suo animo che lo portava dalla parte di poveri montanari che conducevano la battaglia della disperazione contro le grandi idee dei tempi moderni.
     Viene destinato alle truppe del “Brigante” Luigi Alonzi “Chiavone” (altro…)

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  • Controstoria dell’unità d’Italia

    controstoria_unita_italia_00011.jpg Fatti e misfatti del Risorgimento

    di Gigi Di Fiore

    Esiste una memoria omologata che, per creare da zero un’identità nazionale, ha coperto o rimosso scomode verità su come venne unita l’Italia tra il 1848 e il 1870? Attraverso documenti inediti e consultando numerosi archivi anche privati, Gigi Di Fiore, studioso del Risorgimento e del brigantaggio post-unitario, racconta, con agile stile giornalistico, gli anni fatidici in cui fu costruita l’Italia, svelandone i falsi miti e le mistificazioni. Ne emerge un quadro diverso da quello che si è insegnato e si insegna ancora frettolosamente a scuola, dove l’ansia di creare radici condivise e di “far diventare italiani” intere generazioni di piemontesi, lombardi, veneti, napoletani, toscani, siciliani ha rimosso non solo numeri e crudeltà della prima guerra civile nazionale, quella del brigantaggio, ma anche le corruzioni, le bugie, le rappresentazioni eroiche dove i buoni erano sempre gli unitari da una parte e i cattivi antiunitari dall’altra. Non a caso, molti problemi di cui si dibatte oggi in Italia sono diretta eredità degli anni in cui fu realizzata la Nazione da appena il 2 per cento dei 21 milioni di abitanti della penisola: nel libro, ricco di retroscena inediti su quel periodo, si scopre, pagina dopo pagina, che molti dei temi politici, culturali ed economici di attualità erano già dibattuti agli albori dell’unità. Qualche esempio, tra i tanti contenuti nel testo:
    1) Mafia e camorra – Nella mitizzata avanzata di Garibaldi ebbe un ruolo importante la criminalità (altro…)

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  • Il barone Filangieri

    filangieri.jpg

    Di Pino Picciariello

     

    Un giovane aristocratico napoletano,rampollo di una delle famiglie più nobili e devote alla dinastia dei Borboni di Napoli,vive il tramonto di questa casata.

    Pur criticando alcuni aspetti della miope ma accorta politica del suo re,intravede tempi cupi per le riconoscenti popolazioni meridionali che voltano le spalle alla dinastia che li ha elevati,per la prima volta dopo secoli di sottomissione,al rango di sudditi di un “regno”.

    Difatti la storia gli darà ragione.

    Oggi i meridionali si sentono abbandonati dai discendenti di quei fratelli settentrionali che liberano il meridione dalla “tirannia” dei re di Borbone con tanto eroismo e promesse di prosperità e civiltà.

    Scomparsi i Gattopardi di Tomasiana memoria oggi imperano nel Sud solo sciacalli,in un orribile scenario che ha vanificato il glorioso Risorgimento italiano.

    Energico,altruista,passionale,ricercatore di verità “vere”,fino a spingersi nella lontana India per avere risposte definitive al perché dell’esistenza.

    Tra passioni amorose,lirismo,problematica storica e politica il barone Filangieri sarà vinto solo dal destino,più grande e più forte anche del più grande e più forte degli abitanti di questo strano Sud

    ….Valerio da buon napoletano viveva con frenesia la bellissima festa del natale.Fin da piccolo era stato accostato alla passione per il presepio.Puntualmente ogni anno, all’avvicinarsi dell’evento si dedicava alla ricerca di nuove e pregiate statuette per arricchire la bellissima collezione di famiglia.

    A questa passione sacrificava giorni interi in estenuanti ricerche,spingendosi fino ai paesi più lontani. Quell’anno si era recato in terra di Bari.Dopo aver visitato le province di Lecce e Taranto si trovava ora sulla via del capoluogo.In quelle province vi erano vi erano piccoli paesi famosi per la produzione di statuine in terracotta,molto ambite dai collezionisti; era riuscito a trovarne alcune di pregevole fattura.Sulla via del ritorno pensava alla loro collocazione nel grande presepe che stava allestendo col padre a Napoli.Entrava nella cittadina d’Acquaviva delle fonti,a poche decine di chilometri da Bari.Le ombre della sera avevano ammantato la strada.Il freddo pungente e secco spinse Valerio a fermarsi nella cittadina.Stava informandosi dove poter trovare alloggio quando uno strano fremito percorse il suo cavallo.Questo si arrestò improvviso,tirando calci per aria e scartando continuamente per disarcionarlo. Riuscì nell’intento procurando al malcapitato un terribile volo contro il muro di una chiesa.La rapidità con cui si svolse l’azione lo colse impreparato nella disgraziata caduta.Ne riportò una contusione al ginocchio e dolori lancinanti al bacino ed ai gomiti.

    E sventura ancor più grave,il prezioso pacco contenente le statuette di terracotta era finito sotto il suo peso,provocando la rottura dei pezzi pregiati. Ma il peggio doveva ancora venire!Stava cercando di rimettersi in piedi soffrendo terribilmente quando tutto il mondo cominciò a crollargli intorno!Non riusciva a capire se era la sua testa che non connetteva o se davvero la realtà circostante stava cambiando forma:i muri dei palazzi tremavano con tremende vibrazioni,gonfiandosi a dismisura per poi schiantarsi di botto.Crepe si aprivano nel terreno,calcinacci piovevano dal cielo come grandine,paurosi boati e sordi brontolii rompevano con fragore la quiete della sera:il terremoto stava squassando la città e il suo cavallo lo aveva preavvertito.Era la sera del 16 Dicembre 1857,ed un violento terremoto scuoteva il Vulture e le zone circostanti…..

     

    Edito da Schena Editore, v.le Stazione, 177 – 72015 Fasano (BR)

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  • Massacro a Lauria

    massacro_lauria.jpg

    di Antonio Boccia

    …….   “  Giunto in prossimità della città Massena divise l’armata in tre corpi, il primo dei quali attaccò la parte alta della Città e l’altro il Borgo inferiore; Massena la invase con la Riserva attraverso i campi, pigliando una via diramatesi dall’arteria principale “ …….

    …….  Ma il nucleo forte delle truppe napoletane si trovava proprio nell’abitato inferiore, il cosiddetto Borgo; in particolare la strada principale, che tagliava la città, era stata sbarrata in più punti con tronchi di albero, travi e macigni.  Molto probabilmente, poi, proprio a difesa del passo, il colonnello Versace aveva piazzato anche i cosiddetti  “briganti calabresi”, quelli veri, spesso utilizzati dai borbonici come ultima risorsa e tanto temuti dai francesi (i quali, a conferma di ciò, riportano nelle loro fonti di aver riconosciuto sulle barricate molti uomini dal tipico cappello nero con una penna sulla punta).  Ebbe perciò inizio il cannoneggiamento e la città fu così posta sotto assedio dalle due divisioni francesi.

    Nella sua “Storia del Regno di Napoli”, il liberale Pietro Colletta riconosce, non senza una certa ammirazione, che “ né minacce né pericoli impaurirono quelle genti “.  Infatti calabresi, napoletani e lucani restarono al proprio posto, nonostante la pioggia di obici che cadeva loro addosso.

    Il primo tentativo di sfondare con un assalto all’arma bianca le barricate si risolse con un massacro di soldati francesi : non uno riuscì a penetrare. E parimenti i due successivi assalti, fermati dal fuoco dei borbonici.

    Aggiunge De Montigny : “ Dietro la barricata sono gli insorti; le terrazze e le finestre delle case sono occupate da uomini armati di schioppo; giungono a noi da ritta e da manca palle da due oncie: ma non ci si fa caso e si prosegue al grido di Avanti, Avanti”.

    La tattica venne poi improvvisamente cambiata dal Massena, con l’attacco simultaneo sia nella parte inferiore che in quella superiore della città.

    Come si è visto, infatti, Massena era stato costretto a disporre l’assalto in massa delle sue truppe, comprendendovi anche la “riserva”, consapevole di aver trovato un’accanita e dura resistenza da parte dei locali.

    Il generale Gardanne, insieme al generale Parroneaux con il 29° Reggimento dei Dragoni, assediò l’abitato inferiore, mentre il generale Vintimille insieme al Mermet con il 22° Reggimento di Fanteria Leggera, invase quello superiore, presso le tre porte principali dell’abitato.  Intanto, Massena e il colonnello Donzelot entravano nel quartiere denominato Ravita.

    Ma, continua De Montigny, “ le masse degli insorti, armate di fucili, sono poggiate contro i muri; altri stanno ad occupare terrazzi e finestre e altri sono al riparo, dietro macigni. Il Generale ci precede : granatieri e fanti avanzano sotto un nembo di piombo e sono sotto alle barricate.  Cadono i soldati giunti per primi; altri li rimpiazzano; cadono anche questi e altri sopraggiungono.  La strada è ingombra di cadaveri”.  I francesi insomma cominciarono a penetrare e, al rullare dei tamburi, si sparsero per ogni dove: la lotta divenne disperata.  Infatti il Turpin conferma : “  Solo dopo una furiosa lotta durata un giorno le truppe francesi riescono a sfondare le barricate, poste all’ingresso del Borgo, grazie ad un impetuoso urto d’assalto”.

    In città la resistenza era accanita e violenta; i cecchini erano stati piazzati con cura in ogni abitazione, sicchè nel rione inferiore gli invasori vennero costretti a combattere all’arma bianca , casa per casa, sotto il fuoco incrociato, con l’obiettivo immediato di stanare innanzitutto i franchi tiratori.  Ma, evidentemente, più che problematica, la presa della città era impossibile : infatti il combattimento durò per tutta la notte.  Come sappiamo il Borgo era racchiuso nelle mura e le stradine interne erano assai strette ed occupate da tutto il materiale possibile.

    Contemporaneamente, però, le altre truppe francesi, guidate di persona dal  Massena, stavano cercando di prendere a tenaglia la parte media dell’abitato superiore, penetrandolo in due punti, ossia dai campi posti nei pressi del Convento …….

    …….   Scrive il Viceconti, il cui padre assistè alla battaglia, che  “ da una casa della strada che pigliò il nome dall’Ammiraglio Ruggiero alcuni cittadini spinsero un’ala del vecchio muro che, precipitando dall’alto e sgretolandosi, tanti uccise di soldati quante pietre aveva”. Si riuscì così a ritardare l’ingresso in città delle truppe francesi, che erano pronte all’accerchiamento finale.

    La leggenda vuole che, proprio in questa occasione, venne fatta esplodere una miccia da un capitano borbonico che vi perse la vita, ma che riuscì comunque a rallentare l’avanzata francese, permettendo così alle retrovie di riorganizzarsi.   Intanto, nel quartiere Castello, una donna, Angiola Perrone, riuscita a salire sulla torre della chiesa di San Nicola, suonava a distesa la più grossa campana per comunicare il grave pericolo : i francesi erano entrati anche nel rione Superiore!

    Probabilmente era questa l’occasione che il Massena aspettava per piegare la resistenza con il mezzo più immediato e violento : l’incendio.  Montigny racconta : “ A difesa, contro la baionetta francese, si ricorse ad ogni mezzo da parte degli insorti : ove mancò il fucile supplirono la scure, le pietre e i fiotti di acqua bollente.  Ma la baionetta ovviamente fa il suo mestiere : né grazia né pietà”.

    A tale proposito, ha scritto il duca di Lauria  Pietro Ulloa, figlio del feudatario Giovan Battista e di Elena O’Raredon : “ Con gran coraggio traevano tutti, uomini e donne, alla difesa : tanto che i francesi – maggiormente irritati dalla resistenza – ardevano la città”.  I cosiddetti Volteggiatori, un corpo scelto di Dragoni, erano riusciti a penetrare per primi in Lauria inferiore.  Si trattava di soldati mercenari corsi, di lingua e cultura italiana, ma particolarmente efferati contro gli italiani; il loro compito era quello di ripulire le strade per permettere il passaggio dei corpi militari a cavallo.  Certamente anche loro, entrati tra i  primi, dovettero subire pesanti perdite.  Infatti, dopo la resa, essi saranno i più spietati e violenti.

    Montigny ne descrive l’ingresso in città : “ Venne così sciabolato, sfondato e schiacciato tutto ciò che per la lunga strada di Lauria va dal ponte in diritta linea alle Calabrie.  Però, allo sbocco di tale strada, che conduce a Castrovillari, trovammo un’altra barricata : anche qui una grandine di palle vomita da tutte le finestre”.

    Poi soggiunge : “Ah Lauria, moderna Sagunto !  La città di basso è sperperata di ferro e di fuoco”………

    …….   Furono poi incendiate le prime case e, insieme ad esse le due chiese madri di S. Nicola e di S. Giacomo; fu completamente devastato e distrutto,purtroppo, anche il Monastero di S. Berardino, i cui frati vennero trucidati senza pietà.

    Viceconti : “ E i soldati, entrati nelle case, vi consumarono atti della più inaudita brutalità : vennero uccisi nei loro letti gli infermi e gli anziani, e nessun pietoso sentimento l’età o il sesso valsero a ispirare.  Colla punta di una baionetta fu strappato alle braccia della madre un bambino, Luigi Alagia, per essere lanciato in una macchia di rovi.  Scovatasi una donna che si era rifugiata sotto un ponte in compagnia del suo giovane figlio, Baldassarre Mazzilli, a costui fu spezzato il cranio con un colpo di archibugio e la sventurata madre ebbe a raccoglierne in grembo il cervello.  Dire di tutti i fatti di sangue e di barbarie non sarebbe possibile …”.   Ancora Ulloa : “ Tra i gridi disperati dei combattenti penetravano i francesi nelle case, facendo macello di quanti stavano o fuggivano.  In particolare i soldati corsi, ferocissimi, si spargevano dappertutto, e rapivano quanto era dato rapire, insaccavano oggetti di valore, martoriavano le donne e scelleratamente anche i cadaveri”. …….

    Editoriale il giglio Via Crispi, 36/A- 80121 Napoli – Tel- 081-666440

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  • Perchè briganti

    perche_briganti.jpgFrancesco Pappalardo

    PREMESSA
    La nazione italiana esiste da quasi un millennio come unità culturale e linguistica, pur nella diversità delle sue componenti, essendosi forgiata nel corso di ricche e tormentate vicende storiche, che hanno prodotto la molteplicità ma anche l’amalgama : infatti, la varietà dei quadri ambientali della penisola, l’ampiezza degli apporti esterni, il policentrismo urbano e regionale, che hanno fatto dell’Italia un insieme di esperienze e di tradizioni forse senza eguali nel mondo, affondano le radici in un terreno comune, cioè nel formidabile fattore unificante costituito dall’eredità latina e dal retaggio del cristianesimo, di cui l’Italia è la sede storica.
    La civiltà italiana, fiorita su un coacervo di realtà differenziate, ha trovato, dunque, il suo collante, l’elemento di raccordo e di comunicazione culturale fra le diverse componenti, nel sentimento religioso, caratterizzato soprattutto dall’ortodossia e dalla fedeltà alla Cattedra di Pietro.
    L’Italia, luogo d’incontro fra romanità, grecità e cristianesimo, è stata, grazie all’esperienza benedettina, “ […] quasi un laboratorio dello spirito europeo” – come si è espresso Papa Giovanni Paolo II, il 15 ottobre 1994 -, e nella cultura della nazione italiana si è manifestato in vari modi il genio del cristianesimo.  “ Il popolo italiano – scrive il politologo Giovanni cantoni -, la cui identità religiosa, quindi eminentemente culturale, è stata costituita dalla Chiesa, erede di istituzioni romane e convertitrice dei barbari, nei secoli dell’Alto Medioevo, [raggiunge] la propria maturazione nazionale spontanea – cioè non promossa da un potere temporale – all’apogeo del Medioevo “.
    Eredi dell’universalismo romano e cristiano, e nello stesso tempo consapevoli della ricchezza della loro storia sociale e politica, gli italiani oscilleranno sempre fra l’apertura all’universale e l’attenzione al particolare, fra il senso dell’appartenenza nazionale e l’attaccamento alla comunità locale, in una tensione inevitabile ma feconda, finchè vissuta con sereno equilibrio.
    I grandi e i piccoli tasselli del mosaico italiano avranno sì una logica autonoma di sviluppo, caratterizzata da vicende che non vanno concepite semplicemente come un lungo prologo a un’inevitabile unità politica, ma daranno anche vita a una comunanza di cultura e di civiltà che trascendeva i singoli Stati.
    Il rifiuto di questa eredità caratterizza, invece, l’operato dei ceti intellettuali e dirigenti postunitari, che hanno pensato e tentato di dare all’Italia una nuova personalità in opposizione alla tradizione cattolica, che ha vivificato e modellato nel corso dei secoli i costumi, la mentalità e il comportamento degli abitanti della penisola.
    Il politologo Ernesto Galli Della Loggia, nel suo breve ma denso saggio su L’identità italiana, descrive il  “carattere immediatamente ideologico dello Stato ( a causa della sua origine da una rivoluzione/guerra civile ) “ e individua nelle modalità dell’unificazione del 1861 la causa principale della frattura fra l’antichissima identità  “italiana”  e la moderna identità  “nazionale”, che oltrepassa di poco il secolo ed è percepita tuttora come fragile.
    Alla base della debolezza di questa nuova identità e della fragilità storica dello Stato italiano, “calato dall’alto”,  ci sono appunto la scarsa legittimazione popolare della costruzione unitaria, “risalente alle sue origini risorgimentali”, e l’opera di quello che Massimo Introvigne, sociologo delle religioni, chiama “partito anti-italiano. Per questo partito “fatta l’Italia” non si trattava soltanto di “fare gli italiani”; si trattava piuttosto di fare l’Italia contro gli italiani, o di disfare il tradizionale ethos italiano radicato nel cattolicesimo”.
    Contro questo tentativo la prima forma di resistenza, anche armata, è quella dei legittimisti, cioè dei sostenitori delle dinastie spodestate dai Savoia.  Il legittimismo, nel Grande Dizionario della Lingua Italiana, è definito come  “corrente di pensiero e atteggiamento politico di coloro che nel secolo XIX, in contrasto con le posizioni laiche e democratiche della rivoluzione francese e del liberalismo ottocentesco e sulla base di rigide posizioni tradizionaliste e antilluministiche, sostenevano il principio di legittimità”,  che è  “giustificazione etico-giuridica del potere politico e, in genere, dell’ordinamento politico sociale di una nuova comunità, in quanto fondato su determinati principi e valori di natura etico-politica o etico-religiosa, riconosciuti come fondamentali della società interessata.
    In contrapposizione al legittimismo e al lealismo – “ Atteggiamento (per lo più di ispirazione conservatrice)  di fedeltà al sovrano o al potere politico costituito “ – fa la sua comparsa la nozione di Rivoluzione.  Questo contrasto trova espressione felice in alcune affermazioni dell’uomo politico Albert conte de Mun, fatte alla Camera dei Deputati francese nel novembre 1878 :  “ La Rivoluzione è una dottrina che pretende di fondare la società sulla volontà dell’uomo piuttosto che sulla volontà di Dio”;  e ancora, in un discorso al Cercle Catholique, del 22 maggio 1875 :  “Essa si manifesta attraverso un sistema sociale, politico ed economico, sbocciato nella mente dei philosophes, senza attenzione alla tradizione e caratterizzato dalla negazione di Dio sulla società pubblica. In questo consiste la Rivoluzione e in questo bisogna attaccarla”; infine, sempre alla Camera, nel novembre 1878 : “ Il resto non è niente,  o, piuttosto, tutto deriva da questo, da questa rivolta orgogliosa dalla quale è uscito lo Stato moderno, lo Stato che ha preso il posto di tutto, che è diventato dio e che rifiutiamo di adorare. La contro-Rivoluzione è il principio contrario; è la dottrina che fa riposare la società sulla legge cristiana”.
    In occasione della resistenza degli abitanti del Mezzogiorno, dal 1860 al 1870, il lealismo sentimentale – cioè l’affezione alla famiglia regnante – di cui un popolo dette ampia prova nelle difficoltà, rivela chiaramente che i sudditi giudicavano i loro governanti come “meritevoli di lealtà”, nonostante il deterioramento assolutistico della monarchia, e che dunque il loro atteggiamento era fondato non solo su elementi soggettivi – appunto l’affetto -, ma anche su elementi oggettivi, cioè sulla fedeltà dei sovrani al patrimonio di valori civili e spirituali della nazione. Il loro sacrificio merita di essere ricordato, a oltre un secolo di distanza, proprio mentre la crisi degli Stati “nazionali”, senza attentare alla loro unità politica, consente di riscoprire le piccole patrie e, auspicabilmente, i valori sui quali esse sono state edificate nel corso dei secoli.

    Edito da Tekna- Via della Meccanica 16 – 85100 Potenza –

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    May-C Publishing

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    Con questa ricerca storica “Perché Briganti?, gli autori descrivono il fenomeno del brigantaggio in Italia prima dell’Unità e partendo dai periodi più remoti, con particolare riferimento alla Calabria, distinguendo quello ordinario, costituito da organizzazioni malavitose dedite alla grassazione, perpetrate nelle campagne o sulle montagne, ma che più spesso agiva lungo le vie di comunicazione tra i centri abitati ai danni di inermi viandanti, da quelli derivanti da insofferenze sociali e passati per bassi fenomeni di banditismo come è il caso di quello di recente memoria post unitaria e definito dalla letteratura italiana come un “…..ampio fenomeno misto di banditismo e di ribellione politico sociale nelle campagne del Mezzogiorno, dopo l’unificazione italiana che, con l’imposizione di misure amministrative e fiscali di particolare durezza, ivi comprese la completa abolizione dei secolari usi comuni delle terre a tutto vantaggio del latifondo, di grandi dimensioni ma solitamente mal coltivato ed adibito a colture estensive, che diede esca alla propaganda filoborbonica e clericale, ostile al nuovo stato liberale e a sua volta incapace di una politica che non fosse di pura repressione.

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    “Fra tutte queste regioni, la matrice della nuova Italia fu il Piemonte, situato a nord ovest, con Torino come capitale. Più a oriente, era la grande città di Milano, che doveva diventare il centro finanziario, commerciale e artistico del nuovo regno. La sua popolazione era attiva e dotata di senso pratico. Il sud assolato e la Sicilia formavano una regione a parte, e ciò sia per ragioni storiche e climatiche che per il carattere dei suoi abitanti. Questa differenza tra nord e sud era radicale. Un contadino della Calabria aveva ben poco in comune con un piemontese, mentre Torino era infinitamente più simile a Parigi e Londra che a Napoli e Palermo; e ciò in quanto queste due metà del paese si trovavano a due livelli assai diversi di civiltà. I Borbone, erano stati tenaci sostenitori di un sistema feudale colorito superficialmente dallo sfarzo di una società cortigiana e corrotta. Avevano terrore della diffusione delle idee”. Questa è la pagina iniziale della Storia d’Italia dello storico inglese Mack Smith ed è la storia che si impara a scuola: si può definire la storia ufficiale. Io credo che la Storia non sia quella impersonata da marionette come Vittorio Emanuele, Garibaldi, Cavour, Gladstone e raccontata da pennivendoli come Denis Mack Smith. Ho provato a ricostruire gli avvenimenti e ad arrivare, a differenza dello storico inglese e a differenza di tutti gli storici ufficiali, a conclusioni vere o più vicine alla verità.

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    Il presente lavoro deve le sue origini al suggerimento dell’amico Domenico Iannantuoni che mi ha sollecitato a ricordare il ruolo a cui è chiamato il Mezzogiorno italiano nel processo di integrazione europea e nello sviluppo dell’Italia nel contesto globale in cui viviamo2.Un lavoro contro lo stato attuale di maggior povertà alimentato da una politica ascara e orientata a voler continuare a mantenere tale condizione di differenza all’intero del Paese, quando addirittura incapace di porre rimedio.
    L’idea, quindi, di un libro che pensi al Sud parlando dell’Unione Europea intesa come unione di persone, racconti del percorso comunitario che, dagli interessi degli Stati/Nazione, si muove verso quelli che arrivano direttamente a coloro che sono i portatori dei bisogni specifici dell’agire umano, ai bisogni di prossimità: in pratica, alle persone.
    Tale percorso,che ci fa porre al centro dell’attenzione il “ben- essere” dell’uomo, nasce dalla lotta per la democrazia, di cui le grandi rivoluzioni sono state le interpreti e le fautrici, e si sviluppa nella costruzione della capacità di vivere in democrazia, per arrivare a concepire in maniera compiuta quest’ultima come forma di vita sociale.

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    Con questo libro è la prima volta che viene proposta un’antologia della storia del risorgimento in chiave marcatamente antirisorgimentale. Se ne fa promotore e compilatore Antonio Nicoletta mettendo insieme alcuni saggi, articoli di giornale e lettere inviate a vari quotidiani su argomenti tutti relativi ai contraccolpi che ebbe il Mezzogiorno d’Italia durante e dopo l’unificazione nazionale. Autori Filippo Chiappisi, Mario Montalto, Maurizio di Giovine, Glauco Reale, Antonio Pagano, Lorenzo Terzi, Mario Perfetti, Riccardo Scarpa e lo stesso Antonio Nicoletta.

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    Questo volume descrive in modo dettagliato una importante e sconosciuta opera di ingegneria, il ponte sospeso Real Ferdinando sul Garigliano, del Regno delle Due Sicilie realizzata nel 1832. Primo ponte sospeso realizzato con catenarie in ferro d’Italia. Costruito ben 29 anni prima dell’unificazione della penisola italiana, il ponte Real Ferdinando è una delle testimonianze più tangibili dell’alto grado di sviluppo del Sud Italia antecedente alla sanguinosa guerra di annessione ad opera del Piemonte. Attraverso la descrizione di quest’opera, l’autore propone una nuova visione delle dinamiche politiche ed industriali che hanno marcato lo sviluppo del sistema economico italiano dall’unità ad oggi. Dimostra inoltre che l’attuale divario di ricchezza tra Nord e Sud d’Italia, voluto e programmato da un’inadatta “casta” politica ed industriale orientata esclusivamente allo sviluppo del Nord Italia, è la ragione primaria dell’inarrestabile declino complessivo del Paese.

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    Per maggiori informazioni visita il sito: www.ilmeravigliosopontesulgarigliano.com.

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