tesina

Di seguito pubblichiamo la tesina dell’esame di Stato del Liceo Classico “Primo Levi” di Paolo Iannantuoni. Il documento sostiene le ragioni del Comitato “NO Lombroso” dimostrando da un punto di vista filosofico, giuridico e morale come l’attuale esposizione dei resti umani presso il Museo “Cesare Lombroso” sia contraria alla legge.

Premessa
L’analisi del caso “No Lombroso” trattato in questo lavoro nasce dalla visita, da parte del sottoscritto, del Museo di Antropologia criminale “Cesare Lombroso” di Torino, durante la quale trovai di dovere morale, etico e giuridico la presa a cuore di questo caso insieme a tutto il comitato Tecnico Scientifico “No Lombroso”, creatosi di lì a poco. Questo scritto opererà dunque per punti nella scomposizione del problema e delle diverse questioni che emergono dal caso, con continui riferimenti di cronaca e legislativi.
La trattazione del caso sarà coronata da collegamenti interdisciplinari che vogliono sottolineare l’importanza dell’evoluzione del pensiero giusnaturalista, dai suoi primi tratti nel mondo classico, alla sua evoluzione filosofica ed alla sua concretizzazione poi nei diritti umani odierni. Ciò che ha mosso la mia mano nel comporre questo lavoro è stato un vivo ed umano sentimento di giustizia. Tale passione è stata scatenata dalla vista di centinaia di resti umani esposti in un museo pubblico, e dunque dalla palese mercificazione di ossa al fine di ricordare l’operato di uno pseudo medico ormai screditato da ogni scienza e medicina. Per citare le parole di una famosa battaglia legale appoggiata ed intrapresa da molti profani del campo giuridico, letterati e cittadini, chiamo in causa uno per tutti, Émile Zola: “Ed è volontariamente che mi espongo. Quanto alla gente che accuso, non li conosco, non li ho mai visti, non ho contro di loro né rancore né odio. Sono per me solo entità, spiriti di malcostume sociale. E l’atto che io compio non è che un mezzo rivoluzionario per accelerare l’esplosione della verità e della giustizia. Ho soltanto una passione, quella della luce, in nome dell’umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto alla felicità. La mia protesta infiammata non è che il grido della mia anima. Che si osi dunque portarmi in assise e che l’indagine abbia luogo al più presto. Aspetto. Vogliate gradire, signor presidente, l’assicurazione del mio profondo rispetto. “

Cronaca Il Comitato Tecnico Scientifico “NO Lombroso”
Il Comitato Tecnico Scientifico “No Lombroso” è sorto a Milano, nel maggio del 2010,astrettoseguitodiquantooperatodall’UniversitàdegliStudidi Torinonel novembre del 2009. In tale periodo è avvenuta l’apertura al pubblico del Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso”. Il comitato, con la sua attività, intende ribadire il disvalore scientifico delle teorie criminologiche e di arbitraria devianza sociale, fomento di derive discriminatorie nei confronti di chiunque si discostasse dal dissennato paradigma di “normalità” elaborato dal maestro veronese . L’impegno di questa organizzazione è a difesa dei più solidi valori e diritti umani, sollecitando un intervento legislativo per il riadattamento del Museo di Torino secondo le norme internazionali e le richieste di molti cittadini italiani. Saranno sviluppate nel corso del testo le specifiche richieste da parte del comitato, nei confronti del museo “Cesare Lombroso”.
Cesare Lombroso
Cesare Lombroso è stato un medico, antropologo e criminologo italiano, considerato il pioniere della moderna criminologia.
Fu un esponente del positivismo scientifico, movimento filosofico e culturale sviluppatosi in Francia nella prima metà dell‘ottocento e diffusosi ampiamente a livello europeo nei decenni successivi. Principale portavoce di tale corrente fu Auguste Comte. Questo nuovo approccio alla realtà si manifestava con l’analisi razionale dei fatti ed un totale rifiuto di ogni metafisica e ragionamento non concreto. Portò come suoi principi l’esaltazione del progresso e della scienza, considerata l’unica forma di conoscenza valida per comprendere la realtà. Frequenti e rilevanti furono gli studi delle dinamiche sociali attraverso il metodo scientifico, i quali portarono poi alla nascita della sociologia. Tornando a Lombroso, nato a Verona il 1835 e morto a Torino nel 1909, fondò i suoi studi sull’antropologia criminale, caratterizzati dallo studio della fisiognomica, dal darwinismo sociale e dalla frenologia. Le sue opere si basano sul concetto del criminale per nascita: l’origine del comportamento criminale è insita nelle caratteristiche anatomiche del criminale, persona fisicamente differente dall’uomo normale in quanto dotata di anomalie ed atavismi, che ne determinano il comportamento criminale. Solo nell’ultima parte della sua vita Lombroso prese in considerazione i fattori ambientali, culturali, sociali ed educativi come concorrenti a quelli fisici nella determinazione del comportamento umano. Solo quest’ultima parte del suo lavoro è stata salvata e sviluppata poi da grandi menti quali Sigmund Freud nelle sue teorie psicoanalitiche, mentre attualmente tutto il resto del suo operato è stato targato come pseudoscientifico e gran parte delle sue teorie destituite di ogni fondamento.
La caduta delle sue teorie è dovuta proprio ai pilastri che il medico veronese gli diede, ossia la famosa tesi dell’uomo delinquente nato o atavico, riconoscibile dalla semplice misurazione antropometrica del cranio. Un individuo dunque che recherebbe in sè, nella propria struttura fisica, i caratteri degenerativi che lo differenzierebbero dall’uomo “normale” e socialmente inserito.
Gli studi di fisiognomica e frenologia forense fecero presa sulla società del tempo e purtroppo spesso condizionarono anche indagini e processi penali. I teoremi lombrosiani furono poi adattati e resi fondamento di dottrine razziste, in Italia e altrove. Cesare Lombroso procedette all’esame di migliaia di crani di esseri umani pervenuti nelle sue mani con modalità e percorsi del tutto fuori da ogni regolamentazione, con i quali allestì un grottesco museo privato. Nel 1876 pubblicò per l’editore Hoepli il “Trattato analogico sperimentale dell’Uomo delinquente”, più noto semplicemente come “L’Uomo delinquente”. Il testo descrive l’autopsia di circa 832 presunti malviventi, tra cui il sezionamento del cranio di Giuseppe Villella, menzionato come «brigante» calabrese.
Deciso a divenire il precursore della nuova antropologia, Cesare Lombroso aveva diretto i suoi studi verso i pazzi e, soprattutto, i criminali, alla ricerca delle stigmate della primitività delinquenziale. Uno degli iniziali casi affrontati fu proprio quello di Giuseppe Villella, anziano contadino di Motta Santa Lucia, arrestato nel catanzarese in applicazione della famigerata legge Pica e trasferito successivamente nel carcere di Vigevano, in quanto sospettato di brigantaggio, nonostante si fosse sempre dichiarato innocente (deceduto poi nell’ospedale di Pavia per le pessime condizioni di salute seguite alla sofferta detenzione). Sul cranio di Villella il medico veronese riscontrò presunte anomalie, ritenute idonee a svolgere una certa influenza sull’attività del cervelletto. La
scarsa metodologia e gli inesistenti protocolli scientifici seguiti, permisero a Cesare Lombroso di sostenere che le apparenti anomalie descritte fossero imputabili ad un «arresto allo stato fetale dello sviluppo del cervello», da cui l’immediato confronto con i primati e l’idea di un nesso tra l’evoluzione della specie e i comportamenti nel contesto sociale. I caratteri atavici, secondo Lombroso, motivavano le manifestazioni anomale della condotta degli individui, scaturenti non già da un atto di scelta volontario e cosciente, bensì da marcate deviazioni nella struttura fisica.
In pratica, attraverso l’accurata «perlustrazione scientifica» dei tratti anatomici di Giuseppe Villella – il cui cranio è tuttora esposto nel Museo “Cesare Lombroso” di Torino – il fantomatico precursore dell’antropologia criminale ritenne di aver individuato i segni distintivi del «delinquente per natura» (con successivo e facile discredito verso la popolazione calabrese e meridionale in genere, affetta, per proprietà transitiva non certo sottaciuta nei demenziali scritti lombrosiani, dallo stesso difetto atavico addossato al Villella). Nella ricerca di popolazioni ed etnie da considerare geneticamente inferiori, non potevano mancare gli attacchi ai gruppi etnici di colore. Ecco come Cesare Lombroso, si rivolge a queste popolazioni nella sua celebrata opera «L’uomo bianco e l’uomo di colore. Letture su l’origine e la varietà delle razze umane» (1892): «…che se con una sola frase noi vogliamo riassumere quasi tutti questi caratteri (lingua – arti- estetica – scrittura – religioni – politica), noi dobbiamo dire che vi sono due grandi razze: la Bianca e la Colorata. Noi soli Bianchi abbiamo toccato la più perfetta simmetria nelle forme del corpo. Noi soli, con la scrittura alfabetica e con le lingue a flessioni, fornendo il pensiero di una più ampia e comoda veste, potemmo difenderlo ed eternarlo nei monumenti, nei libri e nella stampa. Noi soli possediamo una vera arte musicale…».

Il museo di antropologia criminale “Cesare Lombroso”
Come già accennato, l’apertura al pubblico del museo dedicato a questo “scienziato”, è avvenuta a Torino nel 2009, dopo una chiusura che si protraeva fin dal 1948. Il macabro Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso” comprende al suo interno una raccolta di crani di esseri umani, quasi mille,
oltraggiati da un inutile sezionamento fronte- occipitale e che nulla hanno da dimostrare scientificamente al visitatore, insieme a scheletri, cervelli, oggetti di vario tipo tra cui maschere in cera, calchi in gesso, foto di volti di individui, anche di fanciulli, con precise etichette di condotte sociali devianti, riportanti scrupolosamente anche il luogo di nascita del soggetto esposto. Si tratta di un percorso museale che vorrebbe dimostrare, a detta
dei curatori, l’erronea ipotesi scientifica del Lombroso, ma facendone invece una sorta di apologia: se è difficile per esperti e studiosi capire il paralogismo degli ideatori di tale museo degli orrori, ciò diventa impossibile per i fanciulli e gli adolescenti che vi sono condotti in visita, senza contare il far lucro sull’esposizione di resti umani.
Va aggiunto che l’appropriazione da parte di Cesare Lombroso delle centinaia di reperti umani, sottratti agli istituti di pena della Penisola per i suoi esperimenti, risulta avvenuta al di fuori di qualsiasi autorizzazione istituzionale o ministeriale.

Illegittimità del possesso di resti umani
Passando ad una più precisa argomentazione giuridica possiamo comprendere come sia effettivamente illegittimo il possesso di più di novecento teschi e scheletri completi da parte del museo di Torino.
Il cranio di Giuseppe Villella: l’Amministrazione Comunale di Motta Santa Lucia, comunità di origine di Giuseppe Villella, ha avanzato una prima richiesta, ai responsabili del Museo “Cesare Lombroso” (Università di Torino), per ottenere la restituzione delle spoglie del concittadino Villella, al fine di procedere a dignitosa e cristiana sepoltura. Tale iniziativa avveniva sulla base dell’art.4, comma 4°, del Codice Etico ICOM (International Council of Museums), rubricato “Ritiro dall’esposizione al pubblico”, il quale così recita: “Il museo è tenuto a rispondere con prontezza, rispetto e sensibilità a eventuali richieste avanzate dalle comunità di origine di ritirare dall’esposizione al pubblico resti umani oppure oggetti sacri o di valore rituale. Analogamente, dovrà rispondere prontamente a eventuali richieste di restituzione dei materiali. La politica adottata dai musei deve stabilire con precisione le procedure da seguire nell’ottemperare a tali richieste”.
Poiché la legittima ed etica richiesta non ha ottenuto riscontro dai curatori del Museo di Torino, l’Amministrazione Comunale di Motta Santa Lucia si è vista costretta ad adire le vie legali avverso l’Università del capoluogo, a cui il Museo “Lombroso” fa capo, promuovendo un ricorso presso il Tribunale di Lamezia Terme (competente in quanto nella sua circoscrizione va eseguita l’obbligazione di tumulare i resti di Giuseppe Villella). Il Comitato Tecnico Scientifico “No Lombroso”, in linea con la sua origine e i suoi scopi, ha ritenuto di entrare nel giudizio con intervento ad adiuvandum, per sostenere le ragioni del Comune calabrese. L’esito di questa azione giudiziaria è stato favorevole per il ricorrente, in quanto il Tribunale, con ordinanza del 3 ottobre 2012, riconosceva fondata la domanda proposta, condannando l’Università degli Studi di Torino alla restituzione del cranio di Giuseppe Villella al Comune di Motta Santa Lucia, nonché alle spese di trasporto e tumulazione.
Non accettando il verdetto del giudice di primo grado, l’Università di Torino ha impugnato dinanzi alla Corte di Appello di Catanzaro l’ordinanza che la vede soccombente, ottenendo al contempo la sospensione dell’esecutività e/o dell’esecuzione del provvedimento di condanna. La stessa Corte di Appello, successivamente, ha rinviato il procedimento dinanzi a sé al dicembre 2014 per la sua decisione.
Per chiarire i termini della questione va detto che il giudice di Lamezia Terme, nella sua ordinanza, riteneva la domanda del Comune fondata alla luce della documentazione allegata dalle parti, ossia: la lettera di risposta che l’interveniente Comitato “No Lombroso” ha ricevuto dal capo pro-tempore del D.A.P. – Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria – Ministero della Giustizia, Dott. Franco Ionta (allegata alla presente), insieme alla Circolare del Ministero dell’Interno/Direzione Generale delle Carceri – Cadaveri dei condannati», emanata il 14 settembre 1883. Nella sua missiva, il Dott. Ionta comunicava che: «…in merito alla questione dell’utilizzo dei cadaveri dei detenuti deceduti in carcere, a partire dalla seconda metà del XIX secolo atti ufficiali permettono di ricostruire l’iter regolamentare che autorizzava le facoltà di medicina a richiedere, per finalità “scientifiche”, i cadaveri dei detenuti per sottoporli ad autopsia al fine di rilevare anomalie secondo il paradigma scientifico dell’Antropologia Criminale. Nei suddetti atti non vi sono riscontri in merito alla conservazione di tali reperti presso sedi museali». Il riferimento era proprio alla Circolare ministeriale del 1883, la quale stabiliva: «…accettato dal Rettore il cadavere messo a sua disposizione, vadano a carico dell’Università, non solo le spese di trasporto del cadavere stesso, ma anche della sepoltura che si eseguirà sempre con le norme stabilite dall’art.439 del Regolamento dianzi citato…». Il Regolamento in questione è il Regolamento delle Case di Pena del 13 gennaio 1863, il quale recita testualmente: “La sepoltura dei condannati resisi defunti in uno stabilimento di pena vuol essere sempre e senza eccezione eseguita more pauperum e conformemente a quanto si pratica per gli altri defunti miserabili della parrocchia. Il cappellano dello stabilimento ha l’obbligo di celebrare una messa in suffragio di ciascun defunto».
Alla luce di quanto esposto appare evidente come l’autopsia su Giuseppe Villella, compiuta da Cesare Lombroso nel 1864, ma, soprattutto, l’appropriazione del suo cranio (insieme a centinaia di reperti umani sottratti a istituti di pena della Penisola) sono avvenuti al di fuori di qualsiasi autorizzazione istituzionale o ministeriale. L’assurdo accumulo di teschi e reperti con cui fu allestito l’irregolare museo privato di Cesare Lombroso, trasferito, nel 1876, nel Laboratorio di Medicina Legale dell’Università di Torino e oggi nelle sale del Museo di via Giura, comprende proprio quel cumulo indistinto di resti osteologici che Lombroso si procurò in spregio di qualsiasi idonea autorizzazione.

A ciò va aggiunto che quanto fin qui accertato costituisce palese violazione di quanto dispone il Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Infatti, nell’ “Atto di indirizzo sui criteri tecnico-scientifici e sugli standard di funzionamento e sviluppo dei musei”, in ossequio al disposto dell’art.150, comma 6°, D. Lgs. n. 112/1998, l’Ambito VI, comma 2° dell’Atto di indirizzo citato, statuisce che: “…gli oggetti devono essere acquisiti coerentemente con le linee stabilite dal museo e deve essere sempre documentata la loro legittima provenienza”.
Inoltre lo stesso Codice Etico ICOM, all’art.2, “Acquisizione delle collezioni”, comma 2°, “Titolo valido di proprietà”, stabilisce, in sintomatico ossequio al diritto: “Nessun oggetto o esemplare deve essere acquisito per acquisto, dono, prestito, lascito o scambio, se il museo acquirente non ha la certezza dell’esistenza di un valido titolo di proprietà…”.
I responsabili del Museo “Cesare Lombroso” continuano a richiamarsi alla pretesa natura di «bene culturale», relativamente al cranio di Giuseppe Villella e alle centinaia di crani accumulati da Cesare Lombroso e oggi esposti a Torino. Ebbene non si vede come, nel contesto di discutibile legittimità appena delineato, si possa invocare una tutela istituzionale assolutamente infondata. Di più, persino nella ipotetica presenza di una valutazione amministrativa in merito (che in questo caso risulta assente), l’art.5, L. 20 marzo 1865, n.2248, all.E, “Legge Abolitrice del Contenzioso”, consente al giudice ordinario di disapplicare l’atto amministrativo ove ne riscontri la illegittimità, quando l’atto amministrativo costituisce semplice oggetto di accertamento incidentale e si dibatte su un diritto soggettivo (come quello vantato dal Comune di Motta Santa Lucia). Il giudice, cioè, in questo caso, ha il potere di decidere la questione sottoposta alla sua cognizione come se l’atto stesso non esistesse.
Inoltre, risulta del tutto inapplicabile il D.Lgs. n.42/2004, “Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio”, poiché appare fuorviante definire «collezione o raccolta» l’accumulo indistinto di teschi esposto nel Museo “Cesare Lombroso”: sono presenti diverse centinaia di crani (in origine oltre duemilacinquecento) privi in sé di specificità alcuna e assommati al di fuori di ogni regola. Risulterebbe impossibile, perciò, ogni attività di registrazione, descrizione e classificazione a quanto richiesto dall’attuale normativa, in modo da documentare i singoli beni e archiviarne le informazioni secondo precisi criteri.
Non si vede la ragione, onestamente, per cui nel Museo “Cesare Lombroso” continuino ad essere esposti resti umani simulacro di una pseudo-scienza ormai, oggettivamente, screditata.

Antigone: un grido dal basso
Ho trovato opportuno in questo percorso avvalermi, oltre che di un fondamento giuridico al sostegno della mia tesi, di alcuni riferimenti in ambito filosofico e letterario, soprattutto poiché all’origine della vicenda, non possedendo conoscenze legali, le ragioni che muovevano dentro di me la voglia di giustizia erano scatenate da principi morali, etici ed umani che hanno trovato la loro formazione anche grazie allo studio, affrontato in questi anni, di molti grandi autori che sottolinearono il valore del diritto naturale, quello dell’uomo in quanto tale, come superiore ad ogni altro diritto positivo creato dallo Stato. In un certo senso posso dire di aver vissuto, per così dire, l’Antigone di Sofocle.
L’opera
L’opera è una tragedia di Sofocle, rappresentata per la prima volta ad Atene nel 442 a.C., ed appartiene al ciclo di drammi tebani ispirati alla drammatica sorte di Edipo, re di Tebe, e dei suoi discendenti.
La vicenda narra appunto di Antigone, discendente di Edipo insieme alla sorella Ismene e ai due fratelli, Polinice ed Eteocle, la quale decide di dare sepoltura al fratello Polinice contro la volontà del nuovo re di Tebe, Creonte.
Questo accade perché i due fratelli di Antigone, arrivati a dover succedere ad Edipo, scelsero di alternarsi e governare
una volta ciascuno, ma quando toccò al turno di Polinice, il fratello lo accusò di incompetenza e malvagità, escludendolo dal trono e facendolo imprigionare lontano dalla città. L’esiliato a questo punto si recò ad Argo dove si era radunato uno stuolo di pretendenti che si contendevano le figlie di Adrasto, re della città: Argia e Deipile. In accordo con una profezia della Pizia di Delfi il governatore di Tebe assegnò Egia a Polinice, e la seconda figlia ad un principe di Calidone.
Compiute le cerimonie Adrasto promise ai due di restituirgli il potere che era stato loro usurpato. Fu mossa guerra contro Tebe, e nello scontro finale entrambi i fratelli, Polinice ed Eteocle, morirono. Creonte scelse dunque di dare sepoltura al valoroso Eteocle, ma di lasciare insepolto l’altro, che era stato cacciato dalla città e ne era diventato nemico, morendo per combatterla. Antigone però decide di dare sepoltura anche all’altro fratello, poichè, oltre ad avere nei confronti di entrambi legami di sangue, “…Ade esige che le leggi siano equilibrate per tutti”. Scoperta dalle guardie nel tentativo di dar sepoltura al corpo di Polinice, rimasto per ordine del re fuori dalle mura in pasto a cani ed uccelli, viene condannata a vivere il resto dei suoi giorni imprigionata in una grotta, fino a morir di fame. Creonte, dopo il discorso con il figlio Emone, la profezia di Tiresia e le suppliche del coro, comprende che la città è con Antigone, e che forse il suo verdetto non è stato condiviso. Decide dunque di formare una spedizione per liberare la ragazza, ma è troppo tardi; Antigone si è impiccata ed il figlio promesso a lei sposo,piangendola ed urlando
contro il delitto del padre, afferra la spada dal fodero di Creonte e, dopo aver tentato inutilmente di colpirlo, si toglie la vita. Il re torna distrutto alla città dopo aver compreso ciò a cui hanno portato le sue azioni, con ancora il corpo del figlio in braccio, un messaggero lo informa che Euridice, sua moglie, sapendo della morte del figlio Emone, si è tolta anch’essa la vita. In questo climax ascendente di tragedie l’opera si conclude con il delirio e la disperazione di Creonte, il quale si maledice e prega di essere ucciso, ma nei confronti del quale nè il coro, nè nessun altro ha più la pietà per esaudire le sue preghiere.
Considerazioni
Il fulcro della vicenda possiamo evidenziarlo esaminando le figure di Antigone e Creonte, vedendo nella prima una giusnaturalista ante litteram, e nell’altro un giuspositivista. Per comprendere il parallelismo con queste correnti e la successiva analogia con il caso che si è appena affrontato occorre approfondirne i termini.
– Giusnaturalismo: corrente filosofico-giuridica fondata su due principi: l’esistenza di un diritto naturale(conforme, cioè, alla natura dell’uomo e quindi intrinsecamente giusto) e la sua superiorità sul diritto positivo(il diritto prodotto dagli uomini).
– Giuspositivismo: concezione del diritto che identifica il suddetto con il diritto positivo, quello cioè posto da una volontà sovrana espressa nella legge effettivamente applicata nello stato. Poiché oggetto del giuspositivismo è lo studio del diritto in quanto posto da una volontà normativa, inizialmente esso ha assunto una concezione imperativistica del diritto, centrata sulla considerazione della legge quale mezzo di espressione del comando del legislatore.
L’appartenenza di Creonte a quest’ultima corrente si evince in tutto il testo dalle sue parole, dalla sua ferrea appartenenza morale allo stato, in quanto autorità suprema ed il quale bene è superiore a quello dei cittadini stessi che vi appartengono. Citandolo direttamente ai versi 175 e oltre: “Non c’è strumento a decifrare un uomo, il suo profondo io, sentimenti, ideali, se non l’illumina- pietra di confronto- fatica di comando e legge….Io poi non ho fiducia in chi, chiunque sia, dà maggior peso ai suoi che alla sua stessa patria…E un uomo, fosse sangue mio, ma pieno d’odio per lo Stato, non lo vorrei con me. Sono convinto!”.
Dal lato opposto, leggendo le parole di Antigone nei confronti del re di Tebe ai versi 450, troviamo una piena appartenenza alla corrente giusnaturalista. Citando le parole della protagonista della tragedia:

Creonte Hai potuto spezzare norme mie?
Antigone
Ah sì. Quest’ordine non l’ha gridato Zeus, a me; né fu Diritto, che divide con gli dèi l’abisso, ordinatore di norme come quelle, per il mondo. Ero convinta: gli ordini che tu gridi non hanno tanto nerbo da far violare a chi ha morte in sé regole sovrumane, non mai scritte, senza cedimenti. Regole non d’un’ora, non d’un giorno fa. Hanno vita misteriosamente eterna. Nessuno sa radice della loro luce. E in nome d’esse non volevo colpe, io, nel tribunale degli dèi, intimidita da ragioni umane. Il mio futuro è morte, lo sapevo, è naturale: anche se tu non proclamavi nulla. Se prima del mio giorno morirò, è mio interesse, dico: uno che vive come me, tanto in basso, e soffre, non ha interesse nella fine? E così tocca a me: fortuna, di quest’ora di morte, non dolore. Lasciassi senza fossa, per obbligo, la salma, quel frutto di mia madre spento, quello era dolore: ma il mio presente caso, ah no, non m’addolora. Logica idiota, penserai. Chissà. Forse è l’accusa d’idiozia idiota”.
Esponenti importanti del giusnaturalismo quali Ugo Grozio o Immanuel Kant potrebbero facilmente sostenere queste parole, nelle quali si rispecchia a pieno la loro filosofia.
Viene dunque automatica la trasposizione al caso da noi esaminato; Antigone, ovvero la tesi sostenuta da me e dal Comitato No Lombroso, difende un diritto superiore, naturale ed intrinseco nella figura dell’uomo, quello della sepoltura e del rispetto nei confronti di chi è, e di chi è stato. Al di là delle norme giuridiche scritte che regolamentano il funzionamento dei musei e delle collezioni, che comunque fino ad ora hanno dato ragione alla nostra causa, vi sono norme superiori inviolabili, quali l’immoralità di stanziare cinque milioni e cinquecentomila euro per l’apertura al pubblico di un museo, di trecento mq, intitolato ad un uomo dai discutibili principi morali e sostenitore di teorie ampiamente confutate, l’esporre nel suddetto luogo quasi un migliaio di teschi ed ossa umane la cui presenza non è giustificabile dal valore scientifico od archeologico, e per finire la risposta negativa da parte del museo alla richiesta di restituzione dei resti ai comuni d’appartenenza.

Due visioni dell’etica opposte
E’ certo che l’appartenenza ad una o all’altra corrente filosofico-giuridica sopra citata va poi a ripercuotersi sulla visione dell’etica e della morale. Le correnti di questo ambito sono innumerevoli, ma restando ad analizzare il caso dell’Antigone possiamo esaminarne principalmente due, contrapposte, che si rifanno alla tragedia.
Immanuel Kant, il filosofo illuminista per antonomasia, oltre a dedicarsi a rivoluzionare il metodo conoscitivo della realtà, si dedicò alla ricerca di un fondamento oggettivo della morale. Identificò tale fondamento nella volontà umana, la quale dunque, attraverso la ragione, fonda la morale. Nella “Critica della ragione pratica”, partendo dal presupposto che ogni uomo agisce seguendo delle massime ma che esse hanno solo valenza soggettiva, pensò che la legge morale deve fondarsi su imperativi, essendo essi una forma di obbligazione con valore oggettivo. Tali imperativi non devono essere ipotetici, poiché soggettivi, bensì categorici, affinché, ponendoseli, l’uomo persegua uno scopo universale. L’imperativo categorico fondamentale della legge morale è essenzialmente uno: “agisci unicamente secondo quella massima in forza della quale tu puoi volere nello stesso tempo che essa divenga una legge universale”. Tornando all’Antigone dunque ne deriva che la protagonista ha sì effettuato questo processo morale, mentre Creonte è rimasto strettamente ancorato al suo giudizio personale e particolare nei confronti di Polinice, dimenticando che in quel modo sarebbe andato incontro ad un agire soggettivo, poiché il diritto alla dignità, al rispetto ed alla sepoltura è uguale per tutti, non può essere modificato a seconda delle preferenze del legislatore.

Per mostrare una diversa interpretazione della tragedia, e dunque della conseguente dimensione etica, non possiamo prescindere da Hegel. Il filosofo romantico teorizzò l’eticità come strettamente legata allo stato e, dunque, in senso fortemente politico. Nella filosofia dello spirito oggettivo Hegel analizza lo spirito calato nel mondo reale, che si realizza come libertà non più in senso individuale (spirito soggettivo) ma collettivo. In effetti, Hegel tende sempre a porre l’interesse collettivo sopra quello individuale. La triade dialettica dello spirito oggettivo è diritto astratto, moralità ed eticità. Se per Kant infatti seguire la morale significava agire nell’interesse collettivo, Hegel dice che in realtà la propria morale salvaguarda solo i propri interessi. E’ solo un’ “astuzia della ragione” che spinge l’uomo a credere il contrario. Quindi questi, agendo secondo la propria morale, ha l’illusione di agire per l’interesse di tutti e non riesce dunque ad interiorizzare le leggi esterne dello stato. Questi due aspetti, diritto astratto e moralità, vanno a confluire nell’eticità. L’eticità non riguarda più il singolo individuo ma la collettività: nella collettività, morale e diritto convivono, nel senso che la libertà individuale non è negata dalle leggi, anche se le leggi si occupano principalmente di salvaguardare l’interesse collettivo. Per Hegel dunque è Creonte il difensore della vera eticità, mentre Antigone, per quanto comprensibile e soggettivamente legittimo il suo agire, non comprende che sta guardando solamente il suo interesse, e non quello della collettività. Come sempre la risposta sta nella sintesi, entrambi gli eroi tragici sbagliano in un certo senso, poiché lo stato è supremo, ed esso contiene le ragioni dell’uno e dell’altro, facendo il bene di tutti.
ConcludendoconleparoledelCoro aiversi1348eoltre:“Ragionevolezzaèbase, base prima di buona vita. E’ obbligo evitare sacrilegio. Altera lingua di
sfrontati paga prezzo d’altissima rovina. Poi riconosce, nell’età vecchia, la ragione”.

Dei Sepolcri
Per citare un altro grande autore che rivendicò l’importanza del diritto di sepoltura e di commemorazione dei defunti, e dunque del rispetto e del valore dell’uomo in quanto tale, chiamo in causa Ugo Foscolo.
Nato a Zante il 6 febbraio del 1778 e morto a Turnham Green il 10 settembre del 1827. Fu uno dei più importanti letterati ed esponenti del neoclassicismo e del preromanticismo.
Il testo a cui ovviamente vorrei fare riferimento è il suo componimento “Dei sepolcri”, un carme nel 1807, pubblicato l’anno successivo. In questo scritto il poeta espresse il suo dissenso nei confronti dell’editto di Saint Cloud, emanato da Napoleone, nel quale regolamentava le pratiche sepolcrali secondo cui non si dovevano avere più tombe all’interno delle mura cittadine e doveva essere mantenuto l’anonimato delle sepolture per coloro che non potevano permettersi una grande tomba. Lo scritto era diretto ad Ippolito Pindemonte, uomo con il quale anni prima, Foscolo, ebbe una discussione nella quale l’uno ribadiva i valori del culto cristiano, ed il poeta ne negava l’importanza con considerazioni scettiche e materialiste. Ippolito in quel periodo stava lavorando ad un poemetto, “I cimiteri”, e così Foscolo, tempo dopo, avendo meditato sulla questione, decise di comporre questo carme con le sue mutate considerazioni. “Dei sepolcri” si sofferma dunque sul significato e sulla funzione che la tomba viene ad assumere per i vivi, in quanto ispiratrice di quegli ideali che possono dare un significato alla vita umana. Questo cambiamento di opinione non si riflette sulla visione materialistica della morte di Foscolo, come disfacimento totale, ma ribadisce come i sentimenti siano importanti per superarla e
mantenere un contatto tra vivi e defunti.

Intendo dunque concludere il mio lavoro citando questo carme:
“[…] Ma cipressi e cedri
di puri effluvi i zefiri impregnando perenne verde protendean su l’urne
per memoria perenne, e prezïosi
vasi accogliean le lagrime votive.
Rapían gli amici una favilla al Sole
a illuminar la sotterranea notte,
perché gli occhi dell’uom cercan morendo il Sole; e tutti l’ultimo sospiro
mandano i petti alla fuggente luce. […]”
I morti vivono, nel ricordo dei vivi.

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