Di Francesco Schiraldi

Cesare Lombroso

Cesare Lombroso

 

Cesare Lombroso, all’anagrafe Marco Ezechia Lombroso, nacque a Verona il 6 novembre del 1835, figlio di Aronne, ricco commerciante di stoffe, nonché di Zefira (o Zeffora) Levi, peraltro originaria di Chieri in provincia di Torino. Si laureò in Medicina, a Pavia, dopo aver studiato anche a Padova e Vienna, sebbene in famiglia fossero stati più propensi ad avviarlo agli studi giuridici.

Qualora Marco Ezechia avesse seguito questi suggerimenti, probabilmente, avrebbe evitato di diventare famoso presso i posteri per teorie che di scientifico avevano molto poco…Non solo, perché ne avrebbe beneficiato, sotto diverso aspetto, la nazione intera e il Mezzogiorno in particolare, considerando la deriva seguita dai suoi discutibili studi. Andiamo per ordine.

Cesare Lombroso è ritenuto ancora oggi, a torto o a ragione, il fondatore dell’antropologia criminale, come, pure, uno degli esponenti di spicco della cosiddetta scuola positiva di diritto penale. In famiglia, quindi, c’era da sentirsi ugualmente accontentati…

Nel contesto appena tracciato, Lombroso è rimasto strettamente legato alla teoria dell’uomo delinquente nato o atavico, ossia un individuo che recherebbe in sé, nella propria struttura fisica, i caratteri degenerativi che lo differenzierebbero dall’uomo normale e socialmente inserito.[1] Convinto assertore della fondatezza scientifica della fisiognomica, il medico veronese, ma anche psichiatra, criminologo e perfino giurista, sostenne, contro ogni evidenza, come si potessero dedurre i caratteri morali e psicologici delle persone semplicemente esaminandone l’aspetto fisico. In particolare, secondo Cesare Lombroso erano i tratti del volto a rivelare infallibilmente il criminale per natura.

Male influenzato dalle teorie di Darwin, il nostro giunse a sostenere che il delinquente nato possiede caratteristiche ataviche, simili a quelle degli animali inferiori e dell’uomo primitivo. Tali caratteristiche renderebbero difficile o addirittura impossibile, senza alcuna opportunità di appello, il suo adattamento alla società moderna, in quanto indotto dalla sua condizione a compiere sempre nuovi delitti. Per logica conseguenza, l’opinabile ricercatore fu un tenace sostenitore dell’inserimento della pena di morte nel nostro ordinamento giuridico.

In concreto, indirizzando lo studio del delitto non verso il fatto-reato, come insegnava la scuola classica che postulava il libero arbitrio in chi lo commetteva, bensì verso l’individuo che consumava la violazione, Cesare Lombroso si era reso artefice di un vero e proprio concetto patologico e deterministico dell’uomo delinquente.

L’idea che la criminalità fosse connessa a particolari caratteristiche fisiche, in realtà, appare rinvenibile in lontane epoche pre-scientifiche. Nell’Iliade di Omero, infatti, la devianza di Tersite, il peggiore dei guerrieri greci per codardia, veniva rapportata proprio alla sua bruttezza fisica: il leggendario poeta fa di questo personaggio l’anti-eroe per eccellenza, dipingendolo brutto fisicamente, gobbo, zoppo, con le gambe arcuate e la testa ovale. In omaggio all’ideale greco secondo cui gli eroi sono sempre belli e buoni, Omero confermò che una personalità come quella di Tersite poteva albergare solo in un corpo brutto e deforme.

Successivamente, durante il Medioevo, rimase ferma l’usanza per cui, qualora due persone fossero state sospettate dello stesso reato, si sarebbe dovuta considerare colpevole la più deforme.

I controversi studi di fisiognomica e frenologia forense di Lombroso, assunto a notevole fama nel suo periodo soprattutto per la sensazione suscitata dalla sue teorie, fecero sì che in pieno Ottocento ne rimanessero influenzati anche le indagini e i processi penali. Spesso, infatti, sotto l’egida dell’altisonante padre del criminale per natura, i magistrati, per cogliere i tratti antisociali e il presunto carattere delinquenziale degli imputati, facevano affidamento proprio sui lineamenti dei loro volti. Si guardava cioè all’aspetto fisico dei sospettati, perché Cesare Lombroso, nei suoi studi, aveva rivelato come fosse questa connotazione a individuare infallibilmente il criminale.

A questo punto possiamo chiederci: perché, come abbiamo accennato, un diverso orientamento universitario del giovanotto di Verona avrebbe recato beneficio alla nazione intera, in particolare al Mezzogiorno? Cerchiamo di illustrarne i motivi.

Intenzionato a dare il suo contributio alle guerre di liberazione dall’Austria, nel 1859 Cesare Lombroso raggiunse in Piemonte la famiglia della madre, come abbiamo detto originaria di Chieri. Una volta a Torino, l’insolito patriota fece domanda per entrare nell’esercito, come medico aggiunto del Corpo Sanitario Militare. In questo ambito, attraverso la misurazione di centinaia di tratti fisici,  l’uomo ebbe modo di approfondire le proprie convinzioni sulla fisiognomica, giungendo a distinguere ad occhio, a suo dire, un fante piemontese da uno veneto o lombardo.

Proprio nella veste di medico militare, Lombroso, nel 1862, prese parte alla spedizione contro il cosiddetto brigantaggio in Calabria.[1]

Nella regione meridionale il nostro antropologo, senza addentrarsi negli aspetti più profondi di un fenomeno frettolosamente e superficialmente etichettato, intraprese uno studio criminologico sulle popolazioni locali, giungendo ad indagare un improbabile rapporto delinquenziale tra linguaggio, usi, modo di vestire e caratteristiche fisiche dei residenti. In pratica, le sue assurde manipolazioni, quasi da apprendista stregone, lo portarono a tacciare i calabresi e per loro i cittadini meridionali di atavica delinquenza: Cesare Lombroso avviò in tal modo una scientifica speculazione contribuendo ad incidere negativamente sul faticoso processo di coesione nazionale, contesto che avrebbe dovuto seguire all’unità finalmente conquistata.

Nel 1864, rientrato nella vita civile e rivestendo incarichi universitari a Pavia, Lombroso ebbe occasione di osservare in carcere, a Vigevano, Giuseppe Villella, calabrese di Motta Santa Lucia, ovviamente ristretto in quanto sospettato di brigantaggio. Quando il povero Villella, già sessantanovenne e debilitato dalla dura detenzione, morì nell’ospedale di Pavia, nell’agosto del 1864, a Lombroso fu consentito di procedere all’autopsia del cadavere. L’esame anatomico del cranio, nello specifico, rivelò al clinico veronese un’anomalia classificata come «fossetta occipitale mediana»: ossia l’autentica «illuminazione» attesa da anni come il nostro ebbe premura di divulgare: “Alla vista di quella fossetta mi apparve d’un tratto come una larga pianura sotto un infinito orizzonte, illuminato il problema della natura del delinquente, che doveva riprodurre ai nostri tempi i caratteri dell’uomo primitivo giù giù fino ai carnivori…”.

 

 

Il cranio del contadino di Motta Santa Lucia, da quel momento, divenne il totem dell’ossessionato criminologo. Giuseppe Villella pervenne da defunto alla celebrità come il prototipo del delinquente per natura: in pratica, il processo di brutalizzazione e discriminazione del calabrese e del meridionale aveva raggiunto il suo apice.

Nel corso dell’Ottocento, infatti, dopo l’iniziale fomento ad opera di Cesare Lombroso, i suoi epigoni e positivisti del tempo, Luigi Pigorini, Giuseppe Sergi, Paolo Orano e Alfredo Niceforo su tutti, alimentarono l’originaria idea razzista accentuandone i presunti connotati scientifici. Sposare le teorie del grande maestro e farsene disciplinati sostenitori, d’altra parte, significava godere della stessa fama e dello stesso successo presso la società del tempo. Non importava se questo forniva consistente linfa vitale alla polemica sulle «Due Italie», che, alla faccia degli sbandierati proclami risorgimentali, aveva preso a caratterizzare presto lo Stato unitario. Sono del 1876, infatti, le inusitate conclusioni della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Sicilia, i cui componenti, in linea con i postulati lombrosiani, adombravano in Italia la presenza di almeno due razze: l’ariana eurasiatica al Nord, nonché l’euroafricana o negroide al Sud! Tesi, queste, in seguito condannate pesantemente da personalità del calibro di Antonio Gramsci, Gaetano Salvemini, Napoleone Colajanni e dallo stesso Luigi Einaudi, grande economista e secondo presidente della Repubblica, che ebbe modo di affermare come “…soltanto una pseudo-sociologia ciarlatanesca può dilettarsi di distinguere due razze in Italia, una votata al progresso e l’altra alla barbarie!..”.

Veniamo adesso ai nostri giorni.

Il cranio di Giuseppe Villella, simbolo lombrosiano del delinquente per natura, si trova oggi esposto nel Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso” di Torino, insieme a più di altri novecento similari reperti, tutti con un vistoso sezionamento fronte-occipitale. La vicenda esistenziale di questo museo, peraltro, appare peculiare e merita di essere sommariamente descritta.

Nel corso della sua controversa carriera, Cesare Lombroso, in seguito agli incessanti esperimenti alla spasmodica ricerca della fisionomia del delinquente per natura, accumulò una massa imponente di resti umani, soprattutto migliaia di crani.

Questi reperti costituirono in origine il suo museo privato, il quale, successivamente, nel 1876, fu allestito all’interno del laboratorio di Medicina Legale dell’Università degli Studi di Torino, al tempo in via Po. Nel 1899, il museo fu trasferito in uno dei nuovi edifici universitari del Valentino, mentre, nel 1947, venne spostato ancora una volta in Corso Galilei 22, nella sede del precedente Istituto di Medicina Legale. Nel 1948 la struttura cessò praticamente la sua attività, probabilmente a motivo dell’ormai palese antiscientificità e unanime sconfessione dei teoremi lombrosiani. Nel 2009, infine, inaspettatamente, al termine del suo lungo percorso, il Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso” è stato riallestito nel Palazzo degli Istituti Anatomici, in via Pietro Giuria, dove per la prima volta è diventato fruibile dal pubblico.

Il riallestimento e l’apertura al pubblico del museo, in concreto, sono avvenuti grazie ad un contributo straordinario di 5.500.000 euro ricevuto dall’Università di Torino, nella ricorrenza del VI centenario della sua fondazione. La legge 5 novembre 2004, n.274, che concedeva il finanziamento, poneva tra le sue destinazioni di cui all’art. 2, lettera «d» del 1° comma, rubricato «realizzazione di alcune opere strutturali permanenti» con onere complessivo di 1.950.000 euro per il 2003 e 2.600.000 euro per il 2004, la «riapertura del Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso” e il restauro del Museo di Anatomia Umana, nell’ambito del progetto “Museo dell’Uomo”» .

La motivazione ufficiale che ha condotto alla riapertura del museo, desumibile dalle stesse note che corredano il sito Internet dell’istituzione, appare la seguente: “Il nuovo allestimento vuole fornire al visitatore gli strumenti concettuali per comprendere come e perché questo personaggio così controverso formulò la teoria dell’atavismo criminale e quali furono gli errori di metodo scientifico che lo portarono a fondare una scienza poi risultata errata“. In pratica, la presenza di un cumulo di quasi mille crani umani viene spiegata singolarmente con la necessità di “…contestualizzazione e spiegazione degli errori scientifici del Lombroso…il modo di procedere della scienza che avanza anche attraverso l’emersione di errori  che essa stessa ha commesso…“.         Per quanto sia possibile sforzarsi, rimangono i dubbi sull’efficacia di una così imponente esibizione di resti umani solo per far sapere all’ipotetico visitatore che qualcuno, in un passato nemmeno tanto lontano, ha preso solenni cantonate spacciate per la nuova scienza criminologica!

La vicenda che ci occupa, tuttavia, non finisce qui.

A prescindere dalle suddette peculiari motivazioni, va detto che l’Amministrazione Comunale di Motta Santa Lucia, comunità originaria del calabrese Giuseppe Villella, il cui cranio ha una collocazione di rilievo nel Museo “Cesare Lombroso” quale vestigia dell’ «illuminazione» lombrosiana, ha avanzato una prima richiesta per ottenere la restituzione delle spoglie del proprio concittadino, al fine di procedere a dignitosa sepoltura. Tale iniziativa risponde esattamente a quanto previsto dall’art.4, 4°comma del Codice Etico ICOM – International Council of Museums, rubricato “Ritiro dall’esposizione al pubblico”. La disposizione, redatta dalla massima istituzione internazionale in materia di attività museale recita in tal modo: “Il museo è tenuto a rispondere con prontezza, rispetto e sensibilità a eventuali richieste avanzate dalle comunità di origine di ritirare dall’esposizione al pubblico resti umani oppure oggetti sacri o di valore rituale. Analogamente, dovrà rispondere prontamente a eventuali richieste di restituzione dei materiali. La politica adottata dai musei deve stabilire con precisione le procedure da seguire nell’ottemperare a tali richieste

Nonostante il conforto di un codice etico riconosciuto in sede internazionale, la richiesta   inoltrata ai responsabili del museo torinese non ha ricevuto materiali riscontri. L’Amministrazione Comunale di Motta Santa Lucia, dopo una lunga attesa, si è così determinata ad adire le vie legali avverso l’Università degli Studi di Torino, a cui il Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso” fa capo, promuovendo un ricorso presso il Tribunale di Lamezia Terme, competente territorialmente.

In questa «battaglia» legale, il Comune calabrese ha beneficiato del sostegno del Comitato Tecnico Scientifico “No Lombroso”, ente morale sorto per ribadire il disvalore scientifico delle teorie criminologiche e di arbitraria devianza sociale, come sostenute da Cesare Lombroso, con le sciagurate derive discriminatorie che ne sono seguite. Il Comitato, col supporto di personalità della cultura e delle istituzioni nonché di numerose amministrazioni comunali, nel suo impegno a difesa dei   valori fondanti della nostra civiltà, tra i quali rientra a pieno titolo il rispetto della dignità umana e della pietas verso i defunti, ha deciso di essere parte nel giudizio, con intervento ad adiuvandum, per sostenere le ragioni dell’Amministrazione cittadina ricorrente.

Il Tribunale di Lamezia Terme, con ordinanza del 3 ottobre 2012, riconoscendo la fondatezza della domanda proposta, accoglieva il ricorso e condannava l’Università di Torino alla restituzione del cranio di Giuseppe Villella al Comune di Motta Santa Lucia, con l’aggravio delle spese di trasporto e tumulazione.

Per chiarire i termini della questione, va precisato che il giudice di Lamezia Terme, nella sua ordinanza, riteneva fondata la domanda proposta dal Comune originario di Giuseppe Villella «alla luce della documentazione allegata dalle parti». Il riferimento è alla risposta che il capo pro-tempore del D.A.P. – Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria – Ministero della Giustizia, Dott. Franco Ionta, direttamente interpellato, aveva fornito in merito alla richiesta del Comitato “No Lombroso” se fosse dato rinvenire, negli archivi dell’Amministrazione, una legittima autorizzazione concessa a Cesare Lombroso per eseguire l’autopsia sul cadavere di Giuseppe Vilella, nonché per far proprio e trattenerne il cranio.

Nella sua missiva, il Dott. Ionta comunicava che: «…da ricerche effettuate nei nostri archivi non è stato possibile rinvenire atti ufficiali dai quali desumere notizie sul caso specifico. Tuttavia, in merito alla questione dell’utilizzo dei cadaveri dei detenuti deceduti in carcere, a partire dalla seconda metà del XIX secolo atti ufficiali permettono di ricostruire l’iter regolamentare che autorizzava le facoltà di medicina a richiedere, per finalità “scientifiche”, i cadaveri dei detenuti per sottoporli ad autopsia al fine di rilevare anomalie secondo il paradigma scientifico dell’Antropologia Criminale. Nei suddetti atti non vi sono riscontri in merito alla conservazione di tali reperti presso sedi museali». Il riferimento, in questo caso, riporta alla Circolare del Ministero dell’Interno/Direzione Generale delle Carceri – Cadaveri dei condannati», emanata il 14 settembre 1883 ad opera del Direttore Generale Comm. Martino Beltrani Scalia, documento anche esso allegato dai ricorrenti. La disposizione, al suo terzo comma, così stabilisce: «…accettato dal Rettore il cadavere messo a sua disposizione, vadano a carico dell’Università, non solo le spese di trasporto del cadavere stesso, ma anche della sepoltura che si eseguirà sempre con le norme stabilite dall’art.439 del Regolamento dianzi citato…”. Il Regolamento in questione è il Regolamento delle Case di Pena del 13 gennaio 1863, il quale prevede testualmente: “La sepoltura dei condannati resisi defunti in uno stabilimento di pena vuol essere sempre e senza eccezione eseguita more pauperum e conformemente a quanto si pratica per gli altri defunti miserabili della parrocchia. Il cappellano dello stabilimento ha l’obbligo di celebrare una messa in suffragio di ciascun defunto».

Su queste basi, appare probabile come l’autopsia su Giuseppe Villella, compiuta da Cesare Lombroso nel 1864, ma, soprattutto, l’appropriazione del cranio del detenuto calabrese, peraltro insieme alle altre centinaia di reperti umani sottratti agli istituti di pena della Penisola, siano avvenuti al di fuori di qualsiasi autorizzazione istituzionale o ministeriale: solo nel 1883, come abbiamo visto, la materia veniva regolata e si disponeva per giunta la sepoltura dei resti umani posti a disposizione delle Università!

Tornando al Museo di Antropologia Criminale, si è già detto come l’accumulo di teschi e reperti con cui fu allestito il museo privato di Cesare Lombroso, trasferito, nel 1876, nel Laboratorio di Medicina Legale dell’Università di Torino e oggi collocato nelle sale del Museo di via Giuria, comprenda proprio la somma indistinta di resti osteologici che Lombroso si procurò nel corso degli anni in spregio di qualsiasi legittima autorizzazione, fondando solo sull’artificiosa fama e autorità scientifica che lo circondava…

A quanto fin qui annotato, va aggiunto che attualmente il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, nel suo “Atto di indirizzo sui criteri tecnico-scientifici e sugli standard di funzionamento e sviluppo dei musei”, in ossequio al disposto dell’art.150, 6°comma, D. Lgs. n.112/1998, nell’Ambito VI, 2° comma dell’Atto di indirizzo citato, statuisce che: “…gli oggetti devono essere acquisiti coerentemente con le linee stabilite dal museo e deve essere sempre documentata la loro legittima provenienza”. Inoltre lo stesso Codice Etico ICOM, all’art.2, “Acquisizione delle collezioni”, 2°comma, “Titolo valido di proprietà”, stabilisce in ossequio al diritto: “Nessun oggetto o esemplare deve essere acquisito per acquisto, dono, prestito, lascito o scambio, se il museo acquirente non ha la certezza dell’esistenza di un valido titolo di proprietà…”!

La difesa del Museo di Antropologia Criminale “Cesare Lombroso”, nel suo ricorso in appello contro l’ordinanza di primo grado che vede soccombente l’istituzione universitaria, si richiama alla pretesa natura di bene culturale relativamente al cranio di Giuseppe Villella, come per le altre centinaia di simili resti accumulati da Lombroso e oggi esposti a Torino. Nel discutibile contesto appena delineato, tuttavia, appare difficile invocare una tutela istituzionale che sembrerebbe sconfessata proprio dalle disposizioni di quella istituzione, Ministero dei Beni e Attività Culturali, che si invoca in proprio soccorso!

La Corte di Appello di Catanzaro, competente territorialmente, ha rinviato al dicembre 2014 la decisione sull’impugnazione dell’ordinanza del tribunale di Lamezia Terme, che impone la restituzione del cranio di Villella alla sua comunità di origine per procedere alla tumulazione.

Non resta che attendere, quindi, gli sviluppi della controversa vicenda, non senza rilevare come, a distanza di più di un secolo dalla sua scomparsa, Cesare Lombroso continui a scompaginare e creare fronti contrapposti lungo la Penisola, nel contesto della nostra tuttora approssimativa coesione nazionale.

 

Avv. Francesco Antonio Schiraldi


[1]    Questa esperienza fu descritta nel breve saggio-resoconto “In Calabria”, pubblicato anni dopo.



[1]    Una celebre opera di Cesare Lombroso è intitolata proprio “Trattato analogico sperimentale dell’Uomo delinquente“, più nota semplicemente come “L’Uomo delinquente“, prima edizione del 1876. Il testo appare aggiornato e ripubblicato nel 1896, con il titolo “L’uomo delinquente in rapporto all’antropologia, alla giurisprudenza ed alla psichiatria: cause e rimedi“.