di Ettore d’Alessandro di Pescolanciano

Caduta la Repubblica napoletana sotto gli attacchi dell’armata della Santa Fede, il ritorno al trono di re Ferdinando di Borbone ebbe breve durata. Nella inaugurata “campagna d’Italia”, Napoleone Bonaparte scelse quale aiutante di campo il giovane giacobino, Joachim Murat,che comandò la cavalleria nella battaglia di Marengo (14 giugno 1800). L’avanzare dell’armata francese negli stati italiani portò il generale Murat a raggiungere Roma ed interessarsi di concludere l’armistizio del 18 febbraio 1801 con il re delle Due Sicilie.Il trattato prevedeva, tra l’altro, il rientro dei rifugiati politici napoletani nel regno sotto la protezione della Repubblica francese, con Murat e suo Stato Maggiore e truppa presenti in Napoli per controllare il rispetto degli accordi.

La leggendaria ascesa politica di Murat di Bastide è frutto degli effetti della Rivoluzione francese, che seppe elevare a rango reale personaggi dalle umili origini, interrompendo quelle tradizioni aristocratiche millenarie del “more nobilium”.Figlio di un locandiere, lasciò i panni di stalliere per arruolarsi come soldato nel reggimento cacciatori della Francia pre-rivoluzionaria, anziché seguire la carriera religiosa voluta dal padre. Per il suo temerario ed ambizioso carattere si distinse in ambito militare e   grazie anche al matrimonio contratto con Carolina, sorella di Napoleone, fu nominato governatore della Repubblica Cisalpina, Generale in Capo del governo di Parigi,Maresciallo di Francia (1804) ed anche Grande Ammiraglio, con il rango nobiliare di principe(1805). Nella campagna bellica contro l’Austria comandò la cavalleria, dando ordine di passare il Reno occupando la Boemia, Vienna e contribuendo alla vittoria di Austerlitz. Per tale successi nel comando ottenne, quale riconoscimento, il titolo di Granduca sui feudi di Cleves e Berg dall’imperatore, in disprezzo dei principi ispiratori della Rivoluzione, volta ad abbattere titolature e privilegi della nobiltà. Ben presto Murat fu proclamato re di Napoli, per volontà del cognato Bonaparte,allorquando nel 1808 il trono di Spagna finiva sotto l’influenza della famiglia di Napoleone, nella persona del di lui fratello Giuseppe. Il 6 settembre arrivò nella capitale partenopea con il suo esercito, entrando da via Foria a cavallo nella sua divisa sfolgorante e suscitando interesse tra la popolazione che si accalcò presso la chiesa dello Spirito Santo, ove fu recitato il Te Deum per il nuovo sovrano. Seppur facile fu la conquista del regno, re Murat ed il suo esercito dovette affrontare comunque alcuni combattimenti contro il nemico, quale l’espugnazione dell’isola di Capri,presidiata dagli inglesi, o la battaglia navale (1809)nel porto di Napoli contro la flotta anglo-borbonica,comandata dal principe Leopodo di Borbone e dal generale inglese Steward. Seguirono gli scontri navali nello stretto di Messina,conseguenti al progetto di conquista della Sicilia, ove però la flotta francese del comandante Grenier ne uscì sconfitta. Gli storici, comunque, annoverano diverse iniziative governative del re “stalliere”, durante i sette anni di sua regnanza a Napoli.Talune cominciate dalla corona borbonica, altre presentate come nuove riforme sul risanamento del debito pubblico, sul liberismo commerciale o l’introduzione dei nuovi Codici legislativi (con introduzione del divorzio) e sul sistema metrico decimale. Fece confiscare tutti i beni della Chiesa, fatta salva la Cappella di S.Gennaro per motivi popolari, creò l’Orto botanico e completò l’Osservatorio astronomico, favorì l’istituzione del Banco delle Due Sicilie (1809), inaugurò la prima “Fiera” di prodotti tessili-ferrieri. Inoltre,tra le opere cittadine si menzionano la costruzione della strada di Posillipo, il Campo di Marte, il ponte della Sanità, l’ospedale psichiatrico di Aversa (1813),alcuni collegi, licei e la “Casa Carolina”, dimora educativa per le ragazze dell’aristocrazia. Pur rimanendo a fianco del suo imperatore, sia nell’avanzata in Russia (1812) che nella battaglia di Lipsia (1813), Murat cominciò ad allontanarsi dalla “causa francese” ed a prenderne le distanze in ambito internazionale tanto da incrinare i rapporti di fiducia con Bonaparte. Crebbe, così, l’idea di creare uno stato indipendente ed autonomo rispetto all’impero francese, con un suo esercito locale (furono ampliate le scuole militari:artiglieria e genio), una sua bandiera (bianco ed amaranto in campo turchino) e sua moneta. I primi segnali di detto distacco si manifestarono con la ritirata di Murat e del suo contingente napoletano dai campi di battaglia russi, presso il fiume Oder, per la quale fu additato quale traditore della Rivoluzione, nonché lo stesso cominciò,poi, a rispedire in patria i soldati francesi. Dopo l’ulteriore tentativo forzato di far schierare l’esercito napoletano (30 mila cavalleggeri)con l’Armata francese nella perdente battaglia di Dresda (1813) ed a seguito delle sconfitte di Napoleone, re Gioacchino cominciò a salvaguardare il suo regno,stringendo un’alleanza con l’Austria ed un accordo di non belligeranza con gli inglesi. Si rafforzò, quindi, l’idea di salvezza, quale  quella di far confluire “il trono di Napoli nel trono d’Italia”, unendo così tutti gli italiani sotto il suo stendardo e trasformando Roma in capitale del regno “unito ed indipendente”, seppur sotto la sua corona di “Imperatore deg’Italiani”. Tale progetto politico del Murat, dalla scarsa coloritura patriottica-idealista e dai contorni personalistici-familiari, fu ben criticato dallo storico Flaminio Baratelli nell’opera “Memorie sulla condotta Politica e Militare tenuta da Gioacchino Murat” del 1815. L’autore, ripercorrendo i trascorsi del condottiero francese, evidenziò come Murat dalle origini umili (“un Francese di scurissimi natali” che la Rivoluzione trasformò “in un discreto Ufficiale di Vanguardia”) perseguì tutte le strade (militare, coniugale, populista, doppiogiochista) per usurpare un regno ed originare una dinastia sovrana. I menzionati patti con le potenze Alleate vennero meno da ambo le parti e l’ambiguità politica del Murat si trasformò nel consolidamento dei rapporti con Napoleone, fuggito dall’isola d’Elba, durante il regno dei “cento giorni”. Le avverse sconfitte dei napoletani (Carpi,Macerata,Tolentino)nella guerra contro l’Austria e la presenza minacciosa della flotta inglese del commodoro Campbell nel golfo di Napoli costrinsero Murat alla resa nel maggio del 1815. Ripudiato anche dallo sconfitto Bonaparte nel vano tentativo di una riconciliazione, Murat cercò di raggiungere Trieste per via mare e consegnarsi all’Austria,ove si era rifugiata la sua famiglia.

Nello sbarco a Pizzo Calabro per rifornimenti fu catturato da una folla inferocita di calabresi delusi che lo consegnarono alle prigioni del castello locale.Una commissione militare, fissata dai Ministri di Napoli, lo giudicò “nemico pubblico” sancì la sua condanna alla fucilazione. Fu, così, vendicata la tragica morte del duca d’Enghien ed il sanguinario oltraggio giacobino alla corte francese con le sue migliaia di vittime .