di Ettore d’Alessandro di Pescolanciano

La rivoluzione napoletana del 1799, ordita da una frangia “illuminata” dell’aristocrazia partenopea e da un gruppo di esponenti della borghesia benestante , si concluse con la marcia trionfale delle truppe legittimiste della “Santa Fede”, guidate dal cardinale Fabrizio Ruffo.Nonostante le gesta vittoriose dell’ecclesiastico, che si schierò in difesa dell’Altare -risollevando la Santa Croce abbattuta dalla rivoluzione per l’Albero della Libertà-, nonché l’essere stato l’artefice della restituzione del trono al legittimo sovrano Borbone, l’epopea repubblicana-giacobina continuò ad essere enfatizzata nelle storie imparziali degli studiosi Botta,Cuoco e Colletta. Pertanto,nel 1836, con l’avvenuta restaurazione borbonica,Domenico Sacchinelli, già segretario del cardinale Ruffo, intese stampare un suo memoriale sull’eroico porporato, raccontando una storia più veritiera di particolari biografici e meno calunniosa sul personaggio e le di lui gesta. Le“Memorie storiche sulla vita del Cardinale Fabrizio Ruffo”, edite in Napoli,intesero tratteggiare in modo più reale e meno leggendario ed essere lungi dalle calunnie dei filo giacobini “uno de’più grandi Uomini di Stato”,quale servitore della Croce e della Patria.

Il Sacchinelli accennò ai vari periodi di vita del Ruffo, partendo dalla nascita. Don Fabrizio Ruffo nacque nel 1744 nella terra di S.Lucido, feudo familiare calabrese, dai genitori D.Littorio Ruffo, duca di Baranello e Bagnara, e dalla principessa D.Giustiniana Colonna. Formatosi nelle scienze filosofiche, fisiche ed economiche presso il romano collegio Clementino,retto dallo zio cardinale Tommaso Ruffo, fu nominato da papa Pio VI “chierico di Camera” e “Tesoriere generale” di Roma, per la quale carica, tra il 1785 ed il 1792, si interessò alla stesura di taluni editti economici-fiscali dello stato Pontificio, riassestando il sistema delle dogane ai confini, quello dei dazi e promuovendo l’industria locale.Sostenitore di un modello teorico organizzativo del “buon governo”, basato su una pronta ed esatta amministrazione della giustizia cosìccome sulla protezione della “agricoltura,industria, arti e commercio” (protezione intesa come sostegno con politiche di “premi” allo sviluppo con “spaccio facile” e “prezzi medi” dei prodotti), elaborò un progetto di “enfiteusi perpetua a linea mascolina” sul patrimonio camerale con crescita delle rendite governativa. Allorquando scoppiò la rivoluzione francese, fu incaricato dal papa di riorganizzare la difesa militare contro le minacce interne ed esterne allo stato. Don Fabrizio, così, organizzò l’esercito e fortificò “i Presidi di Ancona, di Civitavecchia, e le Torri”, introducendo l’uso dei “fornelli” per le palle dei cannoni. Papa Pio VI “con altissime lodi ne commentava, in pubblico, la condotta, l’intendimento, il zelo, il coraggio”. Il 29 settembre 1791 fu eletto cardinale dell’Ordine dei Diaconi e tornò a Napoli, ove si mise poi a servizio anche del primo Ministro del regno delle Due Sicilie,il generale Acton. Il porporato Ruffo fu,quindi, nominato Intendente di Caserta con il compito di “migliorare, e di accrescere” le fabbriche manifatturiere, tra cui le setiere di S.Leucio, ottenendo come segno di gratitudine la ricca Badia di S.Sofia di Benevento di Regio patronato. Le rivoluzioni giacobine scoppiate in Roma (1798) ed in Napoli (1799), su ispirazione della sanguinaria rivoluzione francese con i suoi “enormi misfatti”(“rovesciò Altare e Trono, condannò a barbaro supplizio quel gran Monarca e la Real Famiglia, proscrisse e distrusse il venerando Clero Gallicano, profanò le Chiese, abolì il culto Cattolico”), anticiparono la venuta delle insegne napoleoniche con i simboli della fratellanza ed uguaglianza. Gli occupanti francesi, con a capo il generale Berthier, si accanirono contro tutti i cardinali ed i prelati che furono fatti arrestare, esiliandoli in Civitavecchia ed in altri stati, le “Chiese di Roma furono spogliate degli argenti e sacri arredi, ed abbandonate ad un saccheggio sì scandaloso” con tanti tesori d’arte trafugati e portati in Francia. L’impresa di occupazione di Malta e la conseguente sconfitta del suo Ordine cavalleresco, rappresentò l’ennesimo attacco ad un simbolo dell’Ancien Régime, così come la conquista d’Egitto e la fratellanza della Francia all’Islamismo, quale religione superiore a tutte le altre, rappresentarono una minaccia pressante alle tradizioni cristiano-nobiliari tanto da allertare le potenze d’Europa per un’alleanza militare, esaltata anche dal Ruffo.Tra l’altro,re Ferdinando di Borbone (unitosi alle potenze legittimiste,con una squadra navale e circa un’armata di 80 mila soldati) tra l’altro tentò la liberazione di Roma dai giacobini per “ristabilirvi la cattolica religione contro l’anarchia” dello Championnet. L’impresa rientrò e il re con sua famiglia fu costretto ad abbandonare Napoli per Palermo, lasciando Francesco Pignatelli a reggere la capitale quale Vicario generale. Ma la rivoluzione filo-francese, già complice dei tumulti del 1794 a Napoli e del 1798 a Reggio Calabria, ispirandosi allo “spirito della falsa filosofia…agli intrighi tenebrosi delle società segrete”, convinse il generale Championnet ad occupare Napoli con la sua armata di 15 mila uomini. Dopo la tenace resistenza dei fedeli “popolani” legittimisti, vi fu il “solenne e fastoso” ingresso dei francesi da Capodimonte con tanti patrioti napoletani che accolsero con entusiasmo la proclamazione del governo provvisorio repubblicano (26 genn.1799) e di tutte le sue delibere (calendario repubblicano sostitutivo di quello cristiano,municipalità nelle Provincie,Tribunali rivoluzionari).Il giorno prima,invece,re Ferdinando di Borbone nominò il cardinale Ruffo –ritiratosi in Palermo- quale Commissario generale e responsabile della difesa delle terre calabresi, per i suoi buoni rapporti familiari con tali territori, nonché preposto alla riconquista delle Province cadute in mano francese. Il cardinale non ebbe neanche il tempo di poter disporre delle risorse finanziarie e militari, accordate dal sovrano (circa 1500 ducati al mese,migliaia di uomini), che si affrettò a partire per le Calabrie onde scongiurare l’arrivo della rivoluzione, portando seco il solo “suo coraggio ed il suo presentimento del felice esito”dell’impresa. La contro-rivoluzione sbarcò sulla spiaggia di Catona (8 febb.1799) con a capo il Ruffo, il marchese Malaspina e 5 persone di fiducia, a cui si aggiunsero poi 300 calabresi armati del Cons.Fiore. Le parrocchie, invitate dal “proclama” del Vicario generale Ruffo a sostenere l’impresa militare, volta all’abbattimento degli “alberi di libertà, ed innalzate in loro veci le croci”, aiutarono in poco tempo a raccogliere migliaia di combattenti (“Esercito della Santa Fede”, con contadini,ex militari,preti)e rendite per la lotta contro gli usurpatori del trono. Liberate le Calabrie, il Cilento, la Basilicata e le Puglie l’armata del Ruffo non trovò altri ostacoli, arrivando a Napoli nel giugno del 1799 senza aver compiuto violenti massacri o giustizie sommarie sui traditori giacobini,come evidenziò invece la storiografia liberale.Con la resa dei franco-rivoluzionari, Don Fabrizio fu sollevato dall’incarico e sostituito con l’ammiraglio inglese Nelson,prodigo nel procedere ad arresti e condanne (tra cui l’impiccagione dell’amm.Caracciolo) senza rispettare gli accordi della capitolazione. Durante la susseguente dominazione napoleonica, il cardinale Ruffo, trovatosi in Roma, seguì il suo papa Pio VII in prigionia a Parigi, quale ultimo atto di obbedienza all’autorità ecclesiastica, rimettendo l’anima al Signore nel 1827 in Napoli.