di Ettore d’Alessandro di Pescolanciano

Il seicentesco portale d’ingresso al palazzo monumentale del “Belvedere” di San Leucio si erge ancora oggi nella sua imponenza, quale arco originario di accesso alla proprietà feudale dei principi d’Acquaviva di Aragona di Caserta, accogliendo da secoli i tanti visitatori delle produzioni locali di seta. Questa località del casertano è ormai divenuta famosa nel mondo per il modello imprenditoriale “statale”, voluto dal governo borbonico per far decollare una concorrenziale produzione di seterie nel Regno. San Leucio, difatti, nacque per finalità ludiche, in quanto re Carlo III volle acquistare la collina e tutta la proprietà degli Acquaviva (1750) per farne una serie di riserve di caccia e residenze di svago della famiglia reale nell’ambito di un complesso programma di sviluppo territoriale, che prevedeva la realizzazione della maestosa reggia e di un immenso parco nella piana di Caserta su progetti del Vanvitelli.

Questo “romitorio” dei Borbone, comprensivo di vigna e boschetto,di un edificio “Belvedere” e di un rudere di una cappella dedicata a San Leucio, in breve tempo si trasformò in un centro-modello sperimentale delle attività manifatturiere di proprietà della Corona. Sotto re Ferdinando IV, comunque, furono intraprese per sua volontà le prime iniziative che videro nel 1774 il primo intervento di restauro del palazzo in S.Leucio, nonché l’edificazione del Regal Casino di caccia, la recinzione muraria, la costruzione di una “vaccheria” e l’acquisizione di altri poderi. La tragica perdita del di lui primogenito Tito di Borbone, durante una battuta di caccia(1778), portò re Ferdinando a favorire l’insediamento d’individui in detta proprietà, garantendo occupazione e servizi. In alcuni locali del Belvedere fu creata una scuola per la pubblica istruzione dei giovani residenti, inoltre il re assegnò altri locali per installare e potenziale l’attività artigianale serica, rispondendo ai moderni propositi delle riforme illuministiche sull’economia produttiva e sue leggi sociali,tanto disquisiti dal Filangeri e dal Tanucci. Furono, così, deliberati investimenti in moderni macchinari(il filatoio ad acqua, il mangano a ruota idraulica),ritrovati tecnici,materiale produttivo e soprattutto formalizzata un’organizzazione paternalistica del lavoro con incentivi, specializzazione ed accorgimenti in stile modello anglosassone sul“Welfare” di Owen nei suoi stabilimenti industriali. Dal 1780, presso il Sito Reale di S.Leucio decollò una produzione specialistica di manufatti di seta(veli, rasi, floranze, velluti, scialli, fazzoletti,calze,guanti etc), divenendo così un centro produttivo d’avanguardia tra i primi nel Regno di Napoli. La seta, comunque, restò la manifattura di particolare interesse governativo proprio in risposta a quelle teorizzazioni economiche degli illuministi di metà settecento, propensi a tale attività quale motore per lo sviluppo industriale della nazione. Negli anni a seguire, il sovrano deliberò ulteriori interventi di ampliamento dell’area produttiva e di quella residenziale delle maestranze e loro quadri dirigenti,sotto il controllo del ministro Caracciolo.Il Belvedere venne ulteriormente ristrutturato, si realizzò una filanda (1783),un filatoio(1787), vari opifici, le residenze San Carlo e San Ferdinando per gli operai(1786),la trasformazione dell’antico Casino nell’Edificio della Seta (1789) con locali amministrativi e di rappresentanza. I lavori di recupero, seguiti in gran parte da Francesco Collecini, riguardarono anche la parrocchia di San Ferdinando, ivi esistente, la cui area sacra andò ad integrarsi con la successiva chiesa di Santa Maria delle Grazie(1803). Le mire espansionistiche di re Ferdinando IV giunsero, perfino, alla progettazione di una nuova città chiamata “Ferdinandopoli”, nonché alla istituzionalizzazione della Colonia Reale di San Leucio, quale centro comunitario completamente autonomo e chiuso verso l’esterno, regolato da un apposito statuto pubblicato sotto il titolo di “Origine della popolazione di S.Leucio e suoi progressi fino al giorno d’oggi colle leggi corrispondenti al buon Governo di essa di Ferdinando IV”(1789). Questo codice legislativo, anticipatore di diversi principi sociali della moderna società industriale, è la testimonianza comprovante l’anzidetta identità reale riformista illuminata, sensibile alle teorizzazioni utopiche del frate domenicano Tommaso Campanella nella sua opera “La Città del Sole”. Re Ferdinando,sollecitato dalla consorte Maria Carolina d’Asburgo con l’occulta collaborazione del massone Planelli, scrisse di suo pugno le linee guida di questa comunità ideale, partendo dalla condivisione di taluni principi platonici sulla “Res Publica” o dell’Utopia di Tomaso Moro circa, ad esempio, la “perfetta uguaglianza” sociale tra gli individui, nonché lo scopo principale del governo di garantire il bene di tutti i cittadini senza alcuna distinzione. Detto codice sociale, inoltre, fissò diritti e doveri degli abitanti della Comunità, quale l’obbligo dell’istruzione gratuita per i ragazzi (dai 6 ai 15 anni) onde scongiurare, in accordo con gli assiomi del Campanella, la diffusione dei delitti tra la povera gente o dei vizi della ricchezza egoistica. Tra i divieti imposti quello di non ricorrere al lusso ed al fasto, uniformandosi nella “semplicità del vestire”, quello di non avviare i figli al lavoro prima dei 15 anni, con obbligo di una turnazione regolare ed orario ridotto, quello di non utilizzare le doti ed i testamenti sulla proprietà privata, che seppur tutelata doveva concorrere al principio della comunanza dei beni (beni ereditari alla moglie e poi al “Monte degli Orfani”,cassa comune gestita dal prelato locale).Questo perfetto sistema di vivere sociale,che prevenne le conquiste pensionistiche e di assistenza sanitaria(le case provviste di servizi igienici assegnate ai lavoratori,progetto di un ospizio,la “Casa degli Infermi”,per gli invalidi del lavoro) della nostra epoca, contrariamente al modello platonico, fece perno sull’esaltazione delle arti industriali e della scienza per il raggiungimento di una maggior felicità umana e conseguimento del progresso civile. Difatti, il codice stabiliva la possibilità di contrarre matrimonio tra i residenti, rispettando i limiti di età (20-16 anni) e soprattutto il conseguimento del “diploma al merito” di specializzazione nelle arti rilasciato dai direttori dei mestieri( che si occupavano dell’istruzione tecnica e con i direttori tecnici, addetti al controllo degli impianti, supportavano il direttore generale). Inoltre, speciali “bonus” in denaro erano previsti per quegli operai che si erano evidenziati per buona produttività e specializzazione raggiunta. Di contro, gli abitanti che non raggiungevano certi traguardi erano obbligati a seguire scuole di formazione o venivano espulsi dalla Comunità.

 

 Re Ferdinando completò, combinando questo suo sistema “ideale” con iniziative “reali”, quali le citate realizzazioni progettuali a cui si aggiunsero l’ampliamento della filanda(1790-96), la realizzazione della “cucullera” per la preparazione dei bozzoli di seta e della “trattoria”(1794-98), l’impiego di artigiani francesi,genovesi e piemontesi. Purtroppo, il maestoso progetto della neo-città Ferdinandopoli fu abbandonato a seguito dell’invasione delle truppe francesi e della nascita della Repubblica Partenopea (1799).

La Comunità ed il Sito Reale sopravvissero negli anni della Restaurazione grazie sempre alle sovvenzioni della Corona borbonica, nonostante,comunque, l’inserimento di una gestione privata con appalti affittati a terzi. Sforzi imprenditoriali vanificati dalla successiva politica post-unitaria che girò al demanio la proprietà dei beni mobili ed immobili, nonché affidò l’attività in concessione ai francesi Pascal ed altri privati, decretandone la chiusura del sito produttivo statale.