4000 modi di dire comparati tra vernacolo e lingua di Cicerone

dialetto[1]

recensione di Achille della Ragione

Il napoletano è una lingua, non un dialetto, con la sua grammatica e la sua letteratura, ma come tutti gli idiomi ha debiti verso le parlate precedenti, principalmente il latino, come dimostra con molteplici esempi Roberto Vigliotti, autore di una colta raccolta di proverbi napoletani, per ognuno dei quali corrisponde un’antica dizione nella nobile lingua di Cesare e di Cicerone.
Vigliotti è un ingegnere edile in pensione, da sempre appassionato di Napoli e delle sue tradizioni linguistiche, coltivate sin da ragazzo, il quale, dopo aver preso appunti per una vita, ha dato alle stampe in questi giorni un volume di ben 750 pagine, una vera e propria summa sull’argomento: Antique sententiae nun falliscene maje con prefazione di Renato De Falco, l’avvocato a tutti noto come la Cassazione del dialetto napoletano.
L’autore nella prefazione spiega come la lingua napoletana non sia altro che il volgare latino della regione, come il toscano per la Toscana, al quale si sono poi sovrapposte le parlate degli invasori. Una vera novità, infatti basta sfogliare qualsiasi vocabolario etimologico del nostro vernacolo per constatare come per la maggior parte delle parole sia stata ipotizzata una radice spagnola o francese. Nessuno studioso era fino ad oggi andato così a ritroso nel tempo alla ricerca delle nostre origini linguistiche.
Il libro, nonostante le rispettabili dimensioni, è di facile consultazione: parte da una storia del proverbio dall’antichità ad oggi, e poi divide in 16 capitoli per argomento(canzoni, donna, famiglia, religione, sentimenti) i 4000 proverbi e modi di dire napoletani, per ognuno dei quali recupera l’etimo latino.
Molto divertenti gli esempi citati, alcuni addirittura risalgono alla Bibbia come ” qui parcit virgae, odit filium suum”, che in napoletano recita” chi se sparagna ‘a mazza, nun vò bbene ‘e figlie” ; chi non educa i figli non vuole il loro bene oppure “A àceno a àceno s’appara ‘a macena” un detto derivato da “ multae guttae implent flumen” che in italiano vuole ammonire che le  cose importanti si fanno con pazienza, una virtù sconosciuta ai giovani di oggi.
Sorprendenti i collegamenti con Totò, che nella sua celebre canzone Malafemmena diceva ”te voglio bene e t’odio” come Catullo diceva della sua Lesbia “odi et amo” ed addirittura il concetto espresso nella sua più famosa poesia “a morte è ‘na livella”, già espresso dal poeta Claudiano due millenni prima nel De raptu Proserpinae “omnia mors aequat”.
Un libro che non deve mancare nella biblioteca degli appassionati delle tradizioni napoletani e che deve ammonirci a conservare il nostro passato e i nostri dialetti, anche se tutti dobbiamo oramai parlare la stessa lingua, con buona pace di Bossi e dei suoi scriteriati colonnelli.
Achille della Ragione