Barbarossa

Federico I, detto il Barbarossa

Recensione di Francesco Antonio Schiraldi

Cinema e storia, uniti dalla stessa forza evocativa del racconto, sono i protagonisti di un affresco che diremmo sfumato, dai contorni talvolta non chiari.
“Ogni racconto”, dice oggi la critica più accurata, “è una forma di organizzazione retorica, con una soggettività incancellabile. E questo vale a maggior ragione nell’arte”.
Il cinema, quindi, non può esso stesso sfuggire alla tentazione di sovrapporre alla fedele narrazione storica un punto di vista particolare. Tutto poi si complica se si prende a soggetto un evento medievale. Spiega l’annalista e docente Raffaele Licinio: “Il Medioevo non è un’età della storia. E’ un prodotto culturale e, come tale, è soggetto a continue distorsioni prospettiche. Il cinema non rappresenta il Medioevo, ma solo immagini dello stesso”, favorendone, potremmo aggiungere noi, la reinvenzione a fini spesso di propaganda.
Ne è recentissimo esempio la figura immaginifica di Alberto da Giussano, principe senza pari dell’iconografia leghista e in realtà personaggio romanzato e idealizzante creato dalla penna di un frate domenicano del 1300, a più di un secolo di distanza dai fatti di cui sarebbe stato protagonista. A conferma indiretta, nell’occasione, sovviene lo stesso Giuseppe Verdi, non certo uno sprovveduto, il quale nell’opera lirica “La battaglia di Legnano” non mette il prode Alberto neppure tra le comparse che movimentano la scena…
L’interprete principale dell’iconografia bossiana, quindi, non fu affatto partecipe della storica battaglia di Legnano (realmente svoltasi il 29 maggio del 1176), al contrario di quanto epicamente racconta nel suo discusso e bizzarro “Barbarossa” il regista Renzo Martinelli. Ma addentriamoci per ordine in questa ennesima e quanto mai dispendiosa sceneggiata dell’epopea leghista.
Innanzitutto c’è da chiedersi chi sia Renzo Martinelli, il cineasta che ha scritto, diretto e prodotto questo kolossal padano, opera che, fra l’altro, ha avuto una ridicola première al Castello Sforzesco di Milano con tutto il Carroccio in grande spolvero, il Presidente del Consiglio al solito benedicente, nonché altri membri del governo parecchio imbarazzati da quanto si svolgeva sullo schermo. Orbene, il nostro Martinelli è un regista dalla filmografia comunque interessante, che tocca le lotte interne ai gruppi partigiani (“Porzus”), le colpe di politici e amministratori nel dissesto del territorio (“Vajont”), gli anni cupi del terrorismo con l’assassinio di Moro (“Piazza delle Cinque Lune”). Tuttavia la vera incognita è la seguente: come riesce l’autore a portare avanti produzioni simili, mal ripagate successivamente dagli incassi al box office? Come può un regista, pur lodevole per impegno, ma abbonato ai flop del botteghino, continuare a sfornare film con budget ultramilionari in un panorama asfittico come quello del nostro cinema (inizialmente per “Barbarossa” si è parlato addirittura di 30 milioni di euro…)?
Renzo Martinelli, sia chiaro, è grande amico dell’irascibile Senatur padano, se proviamo a ricordare che la sua ultima realizzazione è al centro di un’ambiziosa operazione politica orchestrata proprio da Bossi e dalla Lega, ecco dissolversi le nubi sulle risorse finanziarie a disposizione del regista lombardo…Questa svolta più militante, però, non giova al baldo Martinelli sul piano artistico, perché il risultato, come vedremo, è un polpettone indigesto ed enfatico appena riscattato dagli ormai consueti effetti speciali.
Affrontiamo, quindi, il film vero e proprio. Questo “Barbarossa” è innanzitutto un lungometraggio dal titolo civetta, per attirare un pubblico più vasto di quello strettamente legato alla parabola leghista: quanti italiani sarebbero accorsi, altrimenti, a deliziarsi dell’immaginifica vita dell’epico Alberto da Giussano?
Si tratta, come già accennato, di una pellicola fortemente voluta dalla Lega Nord, all’ossessiva ricerca di un passato da mitizzare, un “kolossal” prodotto al 40% dalla RAI (RAI Fiction e RAI Cinema) e al 10% dal Ministero dei Beni Culturali. Di questa produzione non si conoscono con esattezza i costi effettivi, considerato che fra voci di corridoio, dichiarazioni e smentite è quasi impossibile conoscere l’ammontare degli investimenti. Il budget iniziale, infatti, circa trenta milioni di euro, si sarebbe rivelato esagerato, tanto è vero che si è parlato poi di trenta milioni di dollari, ovvero venti milioni di euro. Più di recente lo stesso Renzo Martinelli, in un’intervista ad un periodico, ha calcolato i costi in dieci milioni di euro per la produzione, più due per la promozione, comunque cifre notevoli per le medie del nostro cinema, sempre che le si voglia prendere per buone.
Un consistente impegno finanziario, bisogna dire, nonostante il film sia stato girato interamente in Romania, con figuranti del luogo, fra cui gruppi di etnia rom, promossi sul campo a eroici “lumbard” senza macchia nè impronte digitali (un vero scherzo la  presenza gratutita di Umberto Bossi che si è voluto ritagliare una particina di comparsa fra centinaia di rom!).
“Forse è paradossale girare qui in Romania una storia del genere”, riconosce il regista di “Barbarossa” con sincerità, “ma in Italia i costi si sarebbero almeno triplicati”. Lo stesso cineasta assicura, a testimonianza della sua oculatezza di produttore, di essere “totalmente contrario al cinema assistito”, tanto biasimato di recente dal furioso ministro Brunetta. Viene da chiedersi allora: ma i cospicui sovvenzionamenti pubblici,  RAI e Ministero, così generosamente elargiti per intercessione dei numi tutelari leghisti, che fine hanno fatto? Certamente non si sono persi nelle tasche del “zingarume rumeno” sfruttato come manovalanza a 400 euro la settimana, cui fa esplicito cenno Martinelli con espressioni questa volta degne del suo iracondo sponsor Borghezio.
D’altra parte, le notizie sui costi effettivi di questa opera prima della cinematografia padana sono necessarie, per capire se il film è stato un disastro o solo una delusione. A differenza del budget, infatti, è certo che l’incasso di “Barbarossa”, durante il primo fine settimana di programmazione, si è aggirato intorno ai 450.000 euro. Facendo un po’ di conti, dividendo i 450.000 euro per le 284 sale in cui il film è stato distribuito (un  numero notevole per gli standard nazionali) risulta una media di 1584 euro a sala. A 7 euro al biglietto fa 226 spettatori per cinema, 64.000 spettatori in totale: davvero pochi per un kolossal storico di cui si è parlato fin troppo, anche per via, ovviamente, dei costi tuttora inaccessibili. Se si calcola, poi, che la vita in sala di un lungometraggio è in media di tre settimane, dopo di che, a meno di un miracolo, il pubblico si avvia su una china discendente, si può apertamente parlare di flop, ovvero di un’operazione politica debole e insensata.
Ma cerchiamo di soffermarci sulla qualità della pellicola, per chiederci se almeno sul piano artistico si giustifica il consistente impegno profuso, politicamente prima ed economicamente poi, seppur su fondamenta decisamente malferme quale si rivela l’iconografia leghista. Illuminante, a questo punto, il commento critico dell’Osservatore Romano, un organo di stampa certamente non sospettabile di simpatie sinistrorse e quindi di avversione per i verdi padani: “Se l’aspirazione era quella di avere finalmente un eroe di riferimento, in Italia molti simpatizzanti della Lega Nord resteranno delusi dal tanto atteso “Barbarossa”, del regista Renzo Martinelli, che nelle aspettative avrebbe dovuto fornire, sia pure solo cinematograficamente, un appiglio storico sul quale fondare le loro rivendicazioni. Il film, in uscita con ben 250 copie, ha la pretesa di essere epico e invece naufraga, affondato proprio dal suo volere palesemente ammiccare a quanti cercano una storia e un personaggio credibili in cui riconoscersi…E poco importa che il personaggio scelto come simbolo, Alberto da Giussano, non abbia sufficienti riscontri storici”. Come accennato, infatti, parliamo di un personaggio creato dalla penna di un frate domenicano del XIV secolo, il milanese Galvano Fiamma, in una cronaca storica del capoluogo lombardo scritta  per compiacere Galeazzo Visconti, signore di Milano, ricostruendo le vicende medievali del Comune insubre in toni eroici.
A parte le falsità storiche di un “compilatore negligente, credulo, privo di senso critico”, sbugiardate dagli esperti e su cui ci sarebbe da dilungarsi (esauriente l’articolo del noto  medievista dell’Università di Firenze Franco Cardini sul quotidiano “Il Tempo”), secondo altra voce critica: “Il film è un noioso polpettone in costume infarcito da una lunga serie di slogan tanto cari alla Lega di oggi. Concetti e parole d’ordine da sempre sbandierati dal Carroccio, che suonano fuori luogo. Assurdamente, infatti, nel corso della pellicola è riscontrabile il classico <Roma ladrona> buttato lì all’interno della frase <Barbarossa…un oppressore tiranno, ridotto a simbolo di Roma ladrona>, ovvero <Libertà contro l’invasore e le tasse> e tante altre piccole frasi di apologia sul popolo lombardo”.
“Al di là delle legittime convinzioni politiche di ognuno” continuano le recensioni, “stupisce che un regista del calibro e della capacità di Martinelli, autore di pellicole come “Vajont” e “Porzus”, abbia potuto realizzare un prodotto cinematografico così scadente, non al livello dei precedenti. Sceneggiatura sfilacciata, dialoghi eccessivamente enfatizzati, sequenze dei combattimenti poco credibili. Sembra una pellicola propagandistica, neppure riuscita tanto bene”.
C’è chi è andato giù in modo ancora più pesante, affermando che: “In 24 anni di cinema non avevo mai visto nulla di simile. Mai nessun <film> era arrivato così vicino al senso del ridicolo. Mai nessun film era arrivato così vicino ad infangare il senso stesso di <settima arte>. Fino all’arrivo di questo <Barbarossa>, autentico mix propagandistico e parodistico a metà tra Braveheart, Fantaghirò, Giovanna d’Arco e Robin Hood. Un eroe in calzamaglia…”.
D’altra parte, che altro ci si poteva aspettare da un cast di attori composto da “rimasugli” esteri? Raz Degan (Alberto da Giussano) ha un curriculum d’attore quasi inesistente, Rutger Hauer (l’imperatore Barbarossa) vive da vent’anni di piccole parti e ruoli in prodotti televisivi di bassa caratura, F. Murray Abraham (l’infido siniscalco Barozzi) lavora quasi esclusivamente in Italia da dieci anni e ha visto il suo momento di gloria a metà degli anni Ottanta. Piuttosto, secondo i critici, si tratta di un’occasione persa per la polacca Kasia Smutniak (nel film l’amata Eleonora), ritenuta dalla stampa brava, bella e meritevole certamente di migliori opportunità.
In definitiva, quella appena illustrata si rivela né più e né meno che la cronaca di un flop annunciato, a spese di tutti contribuenti, considerato l’oneroso esborso di Mamma RAI e del Ministero dei Beni culturali. Per amor di patria sorvoliamo, in ultimo, sull’estemporanea pretesa finale del precedente ministro Roberto Castelli, il quale, candidamente, ha chiesto spiegazioni sul fatto che al prossimo premio Oscar sia candidato “Baarìa” di Tornatore anziché l’autentico gioiellino medievale concepito dallo stato maggiore leghista…

Francesco Antonio Schiraldi