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Associazione Culturale Due Sicilie – Sede di Milano

Archivio del 2008

di Ettore d’Alessandro di Pescolanciano

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Nel 1861, allorquando ancora si combatteva nel regno delle Due Sicilile contro gli occupanti sabaudo-garibaldini, il ministro Cavour si accingeva ad esternare la leggendaria frase: “l’Italia è fatta! Facciamo ora gli italiani”. Tale processo di italianizzazione si attuò già dai primi mesi del suddetto anno, cioè già sotto la Luogotenenza del generale Garibaldi, anche attraverso una variegata legislazione, ispirata al modello in essere nel regno di Sardegna. Difatti, i nuovi “architetti” del nascituro “suolo italico” emanarono un elenco fitto di leggi, tralasciando la secolare tradizione giuridica duosiciliana e conformandosi con il nuovo processo razziale di “piemontizzazione” di Lombrosiana memoria. Numerosi decreti, pertanto, deliberati nei mesi in cui si bombardava dal mare la roccaforte di Gaeta,  risultano decisamente ideati sullo stereotipo del modello giuridico-culturale sabaudo, presentando, tra l’altro, quale unica finalità intrinseca quella di garantire lo “stato di occupazione” nelle province meridionali. Nei primi mesi del 1861 risultano, così, pubblicati decine di decreti di soppressione di antichi enti o apparati istituzionali locali, in auge nell’ex regno delle Due Sicilie, nonché di nomina di nuove configurazioni organizzative con i rispettivi responsabili, legati al Piemonte. Tra le prime delibere troviamo il “decreto di consegna delle armi”(6 genn.1861), con il quale l’autorità comunale invitava i detentori di armi da fuoco alla loro consegna,  previo rimborso di una modesta somma in ducati. Simile ordinanza intendeva pianificare l’azione preventiva e cautelativa verso eventuali focolai d’insorgenza contro il governo torinese. Con la medesima finalità fu pensato il decreto di “adeguamento del servizio delle Poste alle leggi delle Province dell’Alta Italia”, in cui si ordinava (art.6) agli ufficiali delle Poste di vigilare sul “trasporto clandestino delle lettere e pieghi, di giornali e gazzette”, cioè su tutto l’eventuale materiale propagandistico in uso presso i legittimisti. Tale obbligo veniva esteso anche agli agenti di polizia e finanza, autorizzati ad effettuare perquisizioni presso “vetturieri, mulattieri, conducenti, pedoni, barcajuoli”. In sostanza, simile decreto istituì la regolamentazione di un pubblico servizio, sottoponendolo al rigido controllo governativo, di contro al funzionante e meno vincolante ente postale borbonico. Seguì, il 6 gennaio, altro significativo decreto di abolizione dell’antico Consiglio di Stato con prepensionamento dei rispettivi consiglieri, sostituiti da esponenti (F.Gamboa, R.Batti, G.Vignale, A.Cimino etc) scelti dalla Luogotenenza. Agli esodanti in “ritiro” spettò modesta pensione, pari ad un terzo della remunerazione goduta. Invece, il decreto di abolizione delle “decime sacramentali”, che venivano normalmente erogate dai Comuni a favore della Chiesa, in particolare delle parrocchie non autosufficienti  e bisognose di fondi di sostentamento, fu altro tentativo politico di laicizzare le terre meridionali secondo l’occulta cultura liberista-massonica del Piemonte, a discapito di un’antica tradizione risalente alla dominazione normanna. Questo programma di “italianizzazione”, mediante l’attività legislativa si ampliò, poi, con la Luogotenenza generale del principe Eugenio di Savoia Carignano, cugino del re Vittorio Emanuele II, nelle province napoletane. Il nuovo reggente, salito con pieni poteri nell’esecutivo (dai decreti, regolamenti, alle concessioni di grazia e pena etc), capo militare (comandante delle forze di terra e mare)e di polizia -cariche per le quali gli venne conferito un annuo assegno di due milioni di lire (per“spese di rappresentanza”)-, favorì maggiormente il citato processo di soppressione del passato regime amministrativo borbonico per un sistema normativo, gradito alla casa Savoia. Avvenne, per tale motivo, la decisione di deliberare il decreto di “revisione delle pensioni di grazia”(7 gennaio), con cui non solo si intese colpire indiscriminatamente, attraverso la cessata erogazione della pensione, i rappresentanti del precedente reame duosiciliano, colpevoli di essersi “prestati nella distruzione delle istituzioni Costituzionali e nelle persecuzioni politiche della parte liberale” , ma si introdusse anche la possibilità di un monitoraggio delle posizioni godute dai soggetti in quiescenza, basandosi su un criterio soggettivo e politicizzato. Tappa successiva del suddetto processo “d’integrazione razziale” fu, poi, l’introduzione nell’ex regno napoletano del Codice penale militare, in uso presso il regno di Sardegna dal 1859. Seguì la forzata adozione della “legge sull’ordinamento della Pubblica Sicurezza”, sempre improntata su modello piemontese in quanto si giustificò che “tale legge è il risultato di dodici anni di libertà e d’ordine”. Tale ordinamento previde la formazione gerarchica dei Governatori, Sotto-governatori, Questori, Ispettori, Segretari di Pubblica Sicurezza. Inoltre, fu istituito un ingente corpo di Agenti ed Ufficiali di P.S. per garantire il tanto agognato programma di osservanza delle leggi, nonché del mantenimento dell’ordine pubblico e della prevenzione dei reati in terre sempre più minacciate da briganti e ribelli. La legge introdusse un autoritario regime di polizia con controlli serrati e permessi autorizzati su persone ed attività anche attraverso la figura civica del Sindaco. Si giunse, ad esempio, a regolamentare e controllare attraverso il sistema delle licenze tutte le attività commerciali (dagli alberghi, osterie ai caffè etc), esercitando un’indiretta attività di sorveglianza su tutta l’economia locale, causa poi del susseguente affermarsi del fenomeno clientelare. Il clientelismo, inoltre, attecchì anche nel mercato del lavoro, grazie sempre alle normative piemontesi di regolamentare la forza lavoro attraverso l’uso del libretto e della certificazione di “buona condotta”, documentazione -questa- pur sottoposta alla vidimazione dell’autorità di P.S..La stessa autorità di pubblica sicurezza ebbe pure il compito di conciliare tutte le questioni di lavoro, pendenti tra il datore ed il prestatore d’opera. Analogo controllo degli organi di polizia fu esteso anche a tutte le categorie professionali e soprattutto al comparto editoriale, quest’ultimo sottoposto a ristrette misure “cautelative” onde scongiurare il proliferarsi di una stampa insurrezionale ostile al governo sabaudo. Furono costantemente vigilati attraverso periodici controlli amministrativi (dal cui esito dipendeva la conferma/revoca del permesso) tutti gli stampatori, i venditori di scritti, i giornalisti e gli incisori. La stessa legge di P.S. fu alquanto coercitiva ed autoritaria anche su altri aspetti societari, quale la regolamentazione del flusso dei viandanti nelle province per tramite delle “carte di passaggio”, l’obbligo di autorizzazione di eventuali assembramenti di persone, l’ammonimento contro gli “oziosi e vagabondi” potenziali sospetti di azioni criminose contro la collettività italiana. Il decreto, a firma del citato Savoia-Carignano, sulla concessione della pensione ai militari del cessato esercito delle Due Sicilie, invece, fu ideato probabilmente per rassicurare gli animi turbati degli ex soldati rientrati nella vita civile ed ancora nostalgici del deposto re Francesco II. Va, poi, annotato che nonostante la guerra in corso a Gaeta si pubblicarono ulteriori decreti di nomina nei ruoli amministrativi di esponenti politici e culturali, ferventi sostenitori dell’impresa unitaria garibaldina. Tra tali atti si menzionano quello relativo all’incarico affidato al cav.E.Fasciotti, già console del sovrano sabaudo, presso la sezione Affari Esteri della Luogotenenza; di nomina del “patriota” L.Settembrini ad Ispettore generale degli studi; di incarico del maggiore camicia rossa C. de Gaeta alla direzione del Dicastero dei lavori pubblici o di A. de Sterlich al Dicastero dell’Interno ed Agricoltura-Industria-Commercio e di E.Pessina alla direzione del Dicastero di Grazia e Giustizia. Con la caduta di Gaeta e sua capitolazione firmata il 13 febbraio 1861, il programma di trasformazione delle popolazioni napoletane in fedeli sudditi italiani si accentuò nel proseguo, come si evince dalla più articolata e frequente legislazione filo-sabauda. I decreti emanati successivamente a tale periodo riguardarono l’aspetto fiscale-economico delle Province meridionali. Le cinque principali tassazioni dell’ex regno delle Due Sicilie furono sostituite da una miriade di imposte più onerose, cui fece seguito l’azzeramento dell’economia napoletana che ebbe inizio con il decreto del 17 febbraio, cioè allorquando si autorizzò la zecca di Napoli a coniare la moneta italo-piemontese ritirando dalla circolazione la centenaria moneta in rame, il tornese. Successivamente cominciò l’elenco delle leggi sull’esecuzione delle grandi opere pubbliche (strade, rete ferroviaria, canalizzazione fluviale etc.), fatte eseguire per lo più da imprenditori non locali, come avvenne nel caso della grande stazione ferroviaria di Napoli, data in appalto al signor Talabot (4 aprile 1861).        

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  • Singolare o plurale, sempre Borboni sono

    di Paolo Granzotto, da “il Giornale del 23 Aprile 2008”

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  • Ultime avvertenze per evitare i brogli

    Di Paolo Granzotto, da  “Il Giornale” del 13 Aprile 2008

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  • di Paolo Granzotto, da il Giornale del 10/04/2008

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  • Due Sicilie 1860, l’invasione

    di Don Bruno Lima

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    Il volume affronta sotto un profilo storico-giuridico le vicende legate all’invasione delle Due Sicilie del 1860, nell’intento di superare stantii luoghi comuni imposti da un regime storiografico ultracentenario che, manipolando le coscienze di intere generazioni di italiani, ha stravolto il reale svolgimento dei fatti e la loro essenziale natura di guerra contro la civiltà e la dignità di una nazione.Operando una sorta di rivendicazione morale a favore dei popoli del Sud, vengono sviscerati i retroscena di quest’odissea incompiuta delle genti meridionali che ne ha segnato tragicamente la storia fino al presente, accomunando nello stesso infelice epilogo le sorti di un regno millenario e quello dei suoi popoli. Un’ampia appendice documentale riporta testi di notevole interesse per l’approfondimento delle tematiche trattate.L’autore, Don Bruno Lima è presidente dell’Istituto di Studi Giuridici Economici e Sociali Internazionali. Professore di Diritto Canonico e Diritto Matrimoniale Canonico presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose dell’Aquila (Pontificia Università Lateranense) ha già pubblicato numerose opere giuridiche internazionalistiche e canonistiche.Presiede il Premio Internazionale “Giuseppe Sciacca”, l’istituzione benefica Banco dei Tutori “Giuseppe Sciacca” e l’Associazione Internazionale di Cultura e Volontariato “Uomo e Società”. E’ Delegato per l’Abruzzo e Molise del Sacro Militare Ordine Costantiniano di S.Giorgio, ramo Spagna.
     Il libro “Due Sicilie, 1860 L’invasione” si completa con gli interventi del presidente del Tribunale di Sorveglianza di Trento, Carlo Alberto Agnoli, del presidente della Pro Loco di Villa Literno,Gennaro Ruggieri, della sociologa Mariella Basile, dello studioso duosiciliano Ettore d’Alessandro di Pescolanciano, dell’avvocato Pompeo Onesti.Edito dalla casa editrice “Fede & Cultura” di Verona (www.fedecultura.com) ed è prenotabile:brunolima@fastwebnet.it

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  • Di Paolo Granzotto da “Il Giornale” del 07/04/2008

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  • Libri

    May-C Publishing

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    Con questa ricerca storica “Perché Briganti?, gli autori descrivono il fenomeno del brigantaggio in Italia prima dell’Unità e partendo dai periodi più remoti, con particolare riferimento alla Calabria, distinguendo quello ordinario, costituito da organizzazioni malavitose dedite alla grassazione, perpetrate nelle campagne o sulle montagne, ma che più spesso agiva lungo le vie di comunicazione tra i centri abitati ai danni di inermi viandanti, da quelli derivanti da insofferenze sociali e passati per bassi fenomeni di banditismo come è il caso di quello di recente memoria post unitaria e definito dalla letteratura italiana come un “…..ampio fenomeno misto di banditismo e di ribellione politico sociale nelle campagne del Mezzogiorno, dopo l’unificazione italiana che, con l’imposizione di misure amministrative e fiscali di particolare durezza, ivi comprese la completa abolizione dei secolari usi comuni delle terre a tutto vantaggio del latifondo, di grandi dimensioni ma solitamente mal coltivato ed adibito a colture estensive, che diede esca alla propaganda filoborbonica e clericale, ostile al nuovo stato liberale e a sua volta incapace di una politica che non fosse di pura repressione.

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    “Fra tutte queste regioni, la matrice della nuova Italia fu il Piemonte, situato a nord ovest, con Torino come capitale. Più a oriente, era la grande città di Milano, che doveva diventare il centro finanziario, commerciale e artistico del nuovo regno. La sua popolazione era attiva e dotata di senso pratico. Il sud assolato e la Sicilia formavano una regione a parte, e ciò sia per ragioni storiche e climatiche che per il carattere dei suoi abitanti. Questa differenza tra nord e sud era radicale. Un contadino della Calabria aveva ben poco in comune con un piemontese, mentre Torino era infinitamente più simile a Parigi e Londra che a Napoli e Palermo; e ciò in quanto queste due metà del paese si trovavano a due livelli assai diversi di civiltà. I Borbone, erano stati tenaci sostenitori di un sistema feudale colorito superficialmente dallo sfarzo di una società cortigiana e corrotta. Avevano terrore della diffusione delle idee”. Questa è la pagina iniziale della Storia d’Italia dello storico inglese Mack Smith ed è la storia che si impara a scuola: si può definire la storia ufficiale. Io credo che la Storia non sia quella impersonata da marionette come Vittorio Emanuele, Garibaldi, Cavour, Gladstone e raccontata da pennivendoli come Denis Mack Smith. Ho provato a ricostruire gli avvenimenti e ad arrivare, a differenza dello storico inglese e a differenza di tutti gli storici ufficiali, a conclusioni vere o più vicine alla verità.

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    Il presente lavoro deve le sue origini al suggerimento dell’amico Domenico Iannantuoni che mi ha sollecitato a ricordare il ruolo a cui è chiamato il Mezzogiorno italiano nel processo di integrazione europea e nello sviluppo dell’Italia nel contesto globale in cui viviamo2.Un lavoro contro lo stato attuale di maggior povertà alimentato da una politica ascara e orientata a voler continuare a mantenere tale condizione di differenza all’intero del Paese, quando addirittura incapace di porre rimedio.
    L’idea, quindi, di un libro che pensi al Sud parlando dell’Unione Europea intesa come unione di persone, racconti del percorso comunitario che, dagli interessi degli Stati/Nazione, si muove verso quelli che arrivano direttamente a coloro che sono i portatori dei bisogni specifici dell’agire umano, ai bisogni di prossimità: in pratica, alle persone.
    Tale percorso,che ci fa porre al centro dell’attenzione il “ben- essere” dell’uomo, nasce dalla lotta per la democrazia, di cui le grandi rivoluzioni sono state le interpreti e le fautrici, e si sviluppa nella costruzione della capacità di vivere in democrazia, per arrivare a concepire in maniera compiuta quest’ultima come forma di vita sociale.

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    Con questo libro è la prima volta che viene proposta un’antologia della storia del risorgimento in chiave marcatamente antirisorgimentale. Se ne fa promotore e compilatore Antonio Nicoletta mettendo insieme alcuni saggi, articoli di giornale e lettere inviate a vari quotidiani su argomenti tutti relativi ai contraccolpi che ebbe il Mezzogiorno d’Italia durante e dopo l’unificazione nazionale. Autori Filippo Chiappisi, Mario Montalto, Maurizio di Giovine, Glauco Reale, Antonio Pagano, Lorenzo Terzi, Mario Perfetti, Riccardo Scarpa e lo stesso Antonio Nicoletta.

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    Questo volume descrive in modo dettagliato una importante e sconosciuta opera di ingegneria, il ponte sospeso Real Ferdinando sul Garigliano, del Regno delle Due Sicilie realizzata nel 1832. Primo ponte sospeso realizzato con catenarie in ferro d’Italia. Costruito ben 29 anni prima dell’unificazione della penisola italiana, il ponte Real Ferdinando è una delle testimonianze più tangibili dell’alto grado di sviluppo del Sud Italia antecedente alla sanguinosa guerra di annessione ad opera del Piemonte. Attraverso la descrizione di quest’opera, l’autore propone una nuova visione delle dinamiche politiche ed industriali che hanno marcato lo sviluppo del sistema economico italiano dall’unità ad oggi. Dimostra inoltre che l’attuale divario di ricchezza tra Nord e Sud d’Italia, voluto e programmato da un’inadatta “casta” politica ed industriale orientata esclusivamente allo sviluppo del Nord Italia, è la ragione primaria dell’inarrestabile declino complessivo del Paese.

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    Per maggiori informazioni visita il sito: www.ilmeravigliosopontesulgarigliano.com.

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