di Ettore d’Alessandro di Pescolanciano

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La storia risorgimentale italiana continua, da più di un secolo e mezzo, a celebrare le gesta e le imprese di quei soli personaggi combattenti per l’Unità del paese. Nell’ambito di cotale cultura storica dei “vincitori” sabaudi, intere generazioni d’italiani sono cresciute, dal 1861, con il solo ricordo di quei simboli del patriottismo unitario, che ha visto esaltare l’esclusiva figura dell’eroe immolato al Tricolore, nonché denigrare l’anti-eroe per la sua fedeltà ad altri emblemi e valori presenti in quelle tradizioni locali degli antichi stati pre-unitari. Tra i numerosi personaggi, dimenticati dalla storia patria per l’appartenenza allo sconfitto governo duosiciliano, merita dovuta menzione, per la tenace lealtà al proprio sovrano, il leggendario Don Ferdinando Beneventano Del Bosco. Costui nacque a Palermo il 3 marzo 1813 dal barone Aloisio Beneventano del ramo “Del Bosco” e da Marianna Roscio. Appartenente ad una nobile famiglia siracusana, che dal XVII secolo signoreggiava sulle terre di Lentini (1620) poi di Monteclimato, Frescura, Casalgerardo, Monella e Montone (1788), Don Ferdinando fu introdotto nel 1821, ancora in età fanciulla, alla corte di re Ferdinando I per il tramite del padre, ivi funzionario. A dodici anni, nel 1825, entrò nel collegio militare della Nunziatella in Napoli e vi uscì nel 1829 come ufficiale con il grado di 2° tenente del 2° granatieri della Guardia Reale. All’età di 27 anni, nel 1840, fu promosso 1° tenente del 2° Regina. A causa del suo temperamento collerico e pieno di orgoglio, il giovane Don Ferdinando accettò una sfida in duello dall’alfiere Francesco Vassallo.

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La gravità di tale episodio gli costò,così, l’espulsione dall’esercito. Nel 1848, però, grazie alla clemenza di re Ferdinando II fu riammesso in servizio e poco dopo ottenne anche la promozione a capitano comandante la compagnia del 3° Principe. Il capitano Del Bosco fu, poi, inviato in Calabria con la brigata del comandante Ferdinando Nunziante con la missione di soffocare i focolai di rivolta, accesi dai liberali locali. Nonostante il successo delle manovre militari calabresi, condotte con tenacia e capacità dal Del Bosco, questi, comunque, non ottenne alcun riconoscimento dai superiori, causa il suo atteggiamento critico ed invadente, spesso non rispettoso delle sue stesse gerarchie. Nel settembre del 1849, Don Ferdinando con la sua compagnia riuscì a riportare l’ordine nella città insorta di Messina, mentre nell’aprile del 1850 si distinse nella presa di Catania, caduta nelle mani dei rivoltosi liberali. Per tale impresa siciliana, gli fu proposto un riconoscimento al valor militare (le croci di S.Giorgio e S.Ferdinando con pensione annua), onorificenze che, però, arrivarono solo nel 1859 insieme alla promozione a maggiore, comandante del 9° battaglione Cacciatori di stanza a Monreale. Non passò tanto tempo (maggio 1860) che il maggiore Del Bosco ottenne ulteriore promozione a tenente colonnello per la buona riuscita dei combattimenti di Parco e Corleone. La sua fama di abile militare e fedele ufficiale era ormai diffusa nei territori napoletani già all’indomani dello sbarco dei Mille a Marsala, a tal punto da godere della completa fiducia e lealtà dei suoi soldati. Del Bosco fu tra i pochi ufficiali che subito si attivarono con tenacia ed abilità nell’organizzare la difesa dell’isola siciliana, onde contrastare l’avanzata delle camice rosse. Tra l’altro, i suoi consigli, circa le opportune manovre militari da attuarsi per fronteggiare tale invasione, rimasero inascoltati dai suoi superiori. Il governo napoletano, sospettoso dei diversi tradimenti degli alti ufficiali, ritenne opportuno promuovere Del Bosco a colonnello ed inviarlo, prima, a difendere Messina con il suo 9° Cacciatori, poi con altri due battaglioni (agli ordini del Mar.Clary) a rinforzare il presidio di Milazzo, difendendo la strada litoranea con distaccamenti posti tra Spadafora e trivio d’Archi. La sua colonna militare, insieme a quella del maggiore Von Meckel (3 mila uomini), riuscì a fermare i garibaldini a Partinico, sconfiggendo il gruppo dei volontari dell’Orsini a Corleone. Successivamente, a Milazzo, tra il 14-16 luglio del 1860, la colonna Del Bosco tenne testa alle camice rosse del Medici e poi dello stesso Garibaldi. In questa battaglia, Don Ferdinando, in sella al suo purosangue Alì, rimase sempre in prima linea, intrepido e schivo del fuoco del nemico, incoraggiando i suoi cacciatori a non indietreggiare. Lo scontro di Milazzo del 20 luglio fu alquanto violento con migliaia di perdite tra le fila garibaldine, tanto che  anche lo stesso condottiero Nizzardo si trovò in pericolo di vita. Dopo otto ore di combattimento, Bosco, non sostenuto da necessari rinforzi del comandante traditore col.Pironti, capo del 1° reggimento di Linea (1200 soldati), nonché preso dai bombardamenti da mare dell’ex corvetta borbonica Tukory, il cui capitano disertore Anguissola si era messo agli ordini di Garibaldi, ordinò la ritirata all’interno della fortezza cittadina. Soltanto in data del 25 luglio, il prode colonnello Del Bosco lasciò Milazzo e cioè quando il governo di Napoli, che aveva condotto in Sicilia un’ambigua politica difensiva, dette ordine al Mar.Clary di trattare la capitolazione con il gen. Medici. Fu concordato il ritiro delle truppe napoletane dalla Sicilia, con esclusione delle guarnigioni poste a presidio delle fortezze di Messina,Siracusa e Augusta. Bosco e Pironti, amaramente sconfortati dai vari tradimenti verso la corona gigliata (il gen.Landi risultò essersi venduto per una fede di credito di 14 mila ducati ai carbonari per la campagna di Palermo, il gen.Alessandro Nunziante, duca di Mignano, diffuse un proclama tra i militari del corpo dei Cacciatori incitandoli a non combattere contro Garibaldi, il gen.Lanza agì militarmente con ambiguità. Padre Buttà, cappellano del 9° battaglioni, nel suo romanzo storico “Viaggio da Boccadifalco a Gaeta” ben testimoniò il peso del tradimento dei vari alti ufficiali, elogiando di contro la onorata fedeltà delle truppe) si imbarcarono sulle tre fregate del colonnello Anzani alla volta di Napoli. Per le citate gesta eroiche e l’attaccamento alla patria borbonica, Don Ferdinando fu ben accolto da re Francesco II, che lo promosse generale di brigata, il 17 agosto. A seguito della caduta di Napoli in mano garibaldina, il generale Del Bosco, infermo per una sciatalgia, trovò rifugio da parenti, scongiurando l’arresto e rinunciando a raggiungere i reparti militari duosiciliani, schierati sul Volturno per la grande controffensiva. Ad autunno inoltrato, lo stesso generale poté ricongiungersi ai suoi fedeli commilitoni, sacrificati a Gaeta nel tentativo di difendere l’ultimo lembo di territorialità napoletana dall’invasione piemontese.

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L’arrivo di Bosco nella cittadella fortificata fu salutato con entusiasmo dai soldati e dallo stesso sovrano borbonico, che prontamente gli affidò una divisione di fanteria. Con tale divisione Don Ferdinando si mosse per talune strategiche incursioni contro il nemico, come nel caso della vittoriosa azione ricognitiva al colle dei Cappuccini. Anche nella tragica Gaeta, il generale siracusano, oltre ad aver sollevato il morale delle milizie presenti grazie alla sola sua presenza, si mise in luce per le doti di esperto militare, ottenendo così la promozione a Maresciallo di campo. Persa anche Gaeta, Del Bosco seguì, in proseguo, la corte duosiciliana nell’esilio in Roma, rimanendo agli ordini del governo napoletano per organizzare, insieme al Vial, la resistenza legittimista nei territori dell’ex regno. A causa del persistente carattere burbero e litigioso, Don Ferdinando si trovò, nuovamente coinvolto, durante il soggiorno romano, in taluni episodi di duello, contravvenendo alle disposizioni di re Francesco II e sollevando le ira di papa Pio IX. Il leggendario nome di D.Ferdinando Beneventano Del Bosco, tanto temuto nel neonato regno d’Italia, finì nel dimenticatoio, allorquando fu costretto a lasciare lo stato Pontificio su decisione papale per le ragioni di cui sopra. Costui sparì dalle cronache dell’epoca, mentre Roma veniva presa dai bersaglieri piemontesi, e si trovò ramingo per varie nazioni estere, tra cui la Spagna ed il Marocco. Finito il sogno di un ritorno del trono duosiciliano, Don Ferdinando rientrò a Napoli in tarda età, ove morì nel 1881, restando nel solo ricordo degli ormai vecchi fedeli commilitoni.