saggio di Ettore d’Alessandro di Pescolanciano

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Luigi Alonzi detto “Chiavone”

Il brigantaggio post-unitario fu, come già accennato in  precedenti saggi, un rilevante fenomeno sociale, rappresentativo del nascente disagio del Mezzogiorno dell’Italia unita.Numerosi furono i protagonisti di tale lotta insurrezionale, così come fu diversa l’origine sociale di tali “briganti” che nelle rispettive terre native portarono avanti azioni di guerriglia per il legittimo re Borbone. Tra i più noti briganti, immortalati dalla storiografia risorgimentale, si menziona Luigi Alonzi, detto “Chiavone”. Nato a Sora, il 20 giugno 1825, da una famiglia di contadini, costui crebbe in contrada Selva, ai confini dello stato pontificio. Era noto il di lui nonno per essere stato luogotenente del brigante “Mammone”. Prima di darsi alla “macchia” per la causa legittimista, il giovane Luigi fu occupato come guardiacaccia (secondo E.Cardinali nell’opera “I briganti e la corte pontificia” del 1862, fu“guardaboschi di professione”) nel distretto di Sora e della Valle Roveto, su nomina reale, allorquando i liberali si attivarono in Terra di Lavoro per sostenere l’arrivo di Garibaldi. Fedele alla sua patria duosiciliana, tant’è che militò nella stessa Guardia Nazionale del proprio paese, Chiavone  si impegnò a mantenere l’ordine nella sua terra con un gruppo di “carbonai” fino all’arrivo delle camice rosse e dei sabaudi che lo costrinsero a rifugiarsi in Calamari. Protetto dalla sua stessa popolazione, trovò poi rifugio con un cospicuo manipolo di fedeli compagni di lotta sulle montagne di Sora, confinanti con lo stato papalino, nel mentre si continuava a combattere eroicamente a Gaeta contro i piemontesi. Con la caduta della roccaforte borbonica ed il ritiro di S.M. Francesco II a Roma, la banda preferì trasferirsi nella zona di Castro, per essere meglio in contatto con il governo esiliato napoletano. A questo periodo, lo storico Monnier nella sua pubblicazione, “Notizie storiche documentate del Brigantaggio nelle Province Napoletane”, edita nel 1862 lo ricorda nei panni di un  “capitano borbonico” che si dava l’aria di imitar Garibaldi (“si da’ aria di dittatore, ha conservato il suo pittoresco costume, i sandali, il cappello di feltro, l’abito, la sottoveste, i pantaloni di velluto, la cravatta rabescata, la sciarpa rossa, la cintura adorna di pugnali e di pistole”). Divenne, comunque, proverbiale la sua rapida carriera , da colonnello a generale, grazie all’onoreficenza concessa da re Francesco II di “Comandante in capo di tutte le truppe del Re delle Due Sicilie”per la quale si fece cucire un’adeguata e pittoresca uniforme con corpetto rosso e galloni d’oro, bottoni dorati,dotata di speroni e spadone alla castigliana. I suoi uomini, il cui numero era cresciuto fino a 500 componenti, non furono da meno riguardo al vestiario militare: taluni erano soliti indossare uniformi francesi, altri l’uniforme dei cacciatori borbonici. Detta banda si adoprò con ardore nella guerriglia lealista con azioni “mordi e fuggi” contro le truppe regolari piemontesi in stazza nelle diverse cittadine confinanti con lo stato pontificio, ove la stessa cercava protezione in caso di difficoltà. Numerose furono le violente incursioni prodotte dalla banda in Terra di Lavoro a danno delle autorità italiane, tanto da far pensare che vi fosse “un ampio progetto di attacco simultaneo che nello stato pontificio avrebbe pigliato le mosse da Civitavecchia, Porto d’Anzio, Fiumicino; all’estero da Malta, da Marsiglia”. Al grido di “Viva la legittimità, Viva il Papa, Francesco II”  la banda Chiavone irruppe nei paesi di Sora, Fondi, Veroli, Castelluccio. Ai primi di maggio del 1861 i briganti “chiavonesi”assaltarono il paese di Monticelli, uccidendone il sindaco, e si affiancarono alle truppe lealiste del colonnello tedesco Lagrange. A fine luglio,poi, a detta del Cardinali, “faceva man bassa verso il comune di S.Giovanni…mettendo a sacco il comune San Vincenzo”. Per queste azioni la banda poté quasi sempre contare su aiuti in armi, denaro, alimenti e materiale della propaganda borbonica (bandiere, volantini, proclami). Un noto proclama,ad esempio, diffuso da Chiavone per sobillare le masse contadine, fu quello indirizzato al “Popolo delle Due Sicilie” che così inneggiava alla rivolta: “Il Piemontese nemico del nostro Re, della nostra Monarchia, delle nostre leggi, nemico del patrizio, del borghese, del contadino…il piemontese che arde città, scanna i fedeli a Dio ed al loro sovrano, fa macello di sacerdoti…Un milione di anime oppresse si confortano con un grido alla pugna; sessantamila dei nostri stendono le braccia dalle carceri verso di noi; le ombre di diecimila fucilati ci dicono vendicateci…Ritorni a noi quel Sovrano che Iddio ci ha dato, e lo fè generare nelle viscere di una madre santa, e crescere in virtù candido come il giglio, che adorna il borbonico stemma”.

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Pubblicazione Cardinali

Chiavone cominciò, pure, ad elaborare comunicati ufficiali sulla resistenza duosiciliana, utilizzando carta intestata con firma di suo pugno. Tali documenti, seppur pieni di errori grammaticali ed ortografici, vennero fatti recapitare alle amministrazioni cittadine per richieste personali,lasciapassare e salvacondotti. Monnier nel citato libro riferisce, inoltre, dei legami organizzativi, scoperti dalle autorità giuridiche italiane, esistenti tra la polizia pontificia, i rappresentanti militari borbonici e la banda Chiavone. Si trattò, spesso, di azioni di arruolamento coatto di soldati sbandati, malavitosi, nonché gente comune per il tramite della gendarmeria romana in territorio papalino, onde rafforzare il gruppo chiavonese. Tali arruolati venivano accompagnati alla frontiera, travestiti anche nelle uniformi della gendarmeria pontificia per sfuggire alla sorveglianza delle medesime truppe francesi di confino. Le azioni d’insorgenza vennero, tra l’altro, enfatizzate da alcuni giornali napoletani filo-borbonici, come il Settimana, in cui tal volta si segnalavano particolari dei vari combattimenti. Così fu fatto per l’attacco della banda di Chiavone al paese d’Isoletta in data 11 novembre 1861.
Nelle pagine di questa stampa clandestina realista si pubblicò un dettagliato resoconto della suddetta impresa, capeggiata dal marchese belga Alfredo De Trazegnies di Namour. Quest’ultimo personaggio suscitò commozione nell’opinione pubblica per la sua tragica storia, ben menzionata dal Cardinali che lo descrisse “devoto alla causa della legittimità…gittato perdutamente nella fazione borbonica…era nipote della contessa di Nassau, imparentata col re d’Olanda”. Nonostante il giovane aristocratico godesse di un reddito di circa 300 mila franchi, il marchese si rivelò un romantico idealista, pronto ad immolarsi per la corona legittima e per la difesa del Santo Papa. Il paese di Isoletta fu assediato e saccheggiato dagli uomini di Chiavone, che si spostarono poi nella vicina S.Giovanni Incarico, trovando però una solida colonna di militari italiani con rispettiva artiglieria.

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Il gruppo armato Chiavone nell’Abbazia di Trisulti

Il grosso della banda riuscì a fuggire, rifugiandosi nei boschi di Sora ed in terra papalina, mentre fu fatto prigioniero il marchese De Trazeguies e subito condannato alla fucilazione con l’accusa di sobillazione armata.Non vi fu alcun processo, né si tenne conto delle di lui origini titolate in nazione estera, “lo sfortunato, giovine di belle forme” venne immediatamente trucidato ed il suo corpo fu recuperato da un’ossario comune solo nel dicembre 1861 per intercessione di un maggiore francese delle truppe di frontiera dello stato pontificio. Successivamente, la banda Chiavone iniziò a ridimensionarsi, specie dall’inverno del 1862, per la fuoriuscita di diversi briganti. Dopo un tentativo di riorganizzazione del gruppo ad opera dell’ufficiale spagnolo Rafael Tristany de Barrera, inviato dallo stesso re Francesco II, Chiavone con i pochi uomini rimasti continuò a svolgere nel circondario di Sora piccole azioni malavitose per tutta la primavera del medesimo anno. A fine giugno, il brigante Alonzi terminò la sua battaglia, fu catturato e sommariamente processato con condanna a morte eseguita il 28 giugno 1862.  

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Gli arresti di Chiavone