Don Alfonso di Borbone conte di Caserta ( di Ettore d’Alessandro di Pescolanciano)

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(Alfonso di Borbone conte di Caserta) 

Con la caduta del regno delle Due Sicilie, il re Francesco II di Borbone non intese firmare alcun atto di rinuncia al legittimo trono di Napoli, come proponeva il documento di capitolazione del nascente regno d’Italia. Seppur persa la Patria, lo stato duosiciliano continuò ad esistere durante tutto il corso del XIX° secolo nei protocolli diplomatici nonché nel cuore dei tanti cortigiani esuli in Roma o nelle diverse cittadine europee.

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(Francesco II, re delle Due Sicilie) 

Infatti, la speranza di un ritorno a Napoli delle insegne  “gigliate” borboniche non morì con la breccia di Porta Pia, cioè allorquando re Francesco II e suoi familiari dovettero abbandonare la sede papale, ma continuò a sopravvivere anche oltre la fine del secolo romantico grazie al successore di detto sovrano. Il nuovo pretendente alla corona delle Due Sicilie fu il secondo fratello del re, don Alfonso di Borbone, che seppe inebriare gli animi dei nostalgici napoletani con le sue eroiche gesta di abile militare. Con il fine di celebrare un tale condottiero di stirpe regale, in quanto degno erede della causa lealista, fu stampato nel 1895 a Napoli l’opera dal titolo “Il Re note e ricordi”, a cura del marchese Gaetano De Felice. Tale autore, memore della triste  -ma gloriosa- sconfitta dell’esercito borbonico, ricordò come “le campagne per l’indipendenza del reame di Napoli sono la pagina più gloriosa della nostra storia. Vero è che il nome di molti, fra coloro che aveano preminenza nell’esercito napoletano, n’uscì coperto di vergogna: ma l’onore dell’armi non fu macchiato, l’onore dell’armi che costò tanto sangue versato da falsi fratelli che dissero a te libero di darti libertà, e te la tolsero”. I descritti valori dell’onore non perso, della fedeltà non tradita, della lotta per l’autonomia e l’indipendenza del popolo napoletano erano ideali di quella corrente di pensiero facente capo ad una dissidenza duosiciliana che a fine ‘800 mal si identificava nei fratelli d’Italia. La pubblicazione del De Felice si rivolgeva a questa “intelligentia” sempre più ramificata tra i diversi ceti sociali e gruppi politici, nonché sempre più accorta a seguire gli sviluppi di talune trame occulte d’insorgenza anti-sabauda, manovrate dalla vedova regina Maria Sofia. L’autore, ricordando nelle prime pagine gli ultimi importanti eventi bellici del regno napoletano accaduti nell’anno 1860 (l’eroica difesa di Gaeta, la resistenza di Civitella, il Volturno), si dilungò sulla descrizione della tenace figura di S.A.R. il conte di Caserta, don Alfonso di Borbone, in quanto riconosciuto sovrano del deposto stato duosiciliano.
Don Alfonso era nato a Caserta dal re Ferdinando II e consorte Maria Teresa, arciduchessa d’Austria. In età adolescenziale fu avviato alla carriera militare nel 3° reggimento fanteria di linea, ove salì da alfiere (1853) al grado di capitano (1858) e poi di aiutante di campo di S.M. re Francesco II (1859). Per sua esplicita richiesta, fu trasferito dalla fanteria al reggimento di artiglieria a cavallo nel 1859, mantenendo gli stessi gradi. In seguito, il conte Alfonso fece parte anche della commissione militare per lo studio dei cannoni rigati (1860), ottenendo la promozione a maggiore, con il quale comando condusse da Napoli a Gaeta le ultime due batterie di artiglieria e la divisione di cavalleria durante la ritirata, successiva all’arrivo di Garibaldi nella capitale partenopea. Don Alfonso si mise in mostra con azioni militari coraggiose nelle campagne del Volturno, Garigliano, Chiazzo e Santamaria, ottenendo la nomina a colonnello (ott.1860). A Gaeta, il conte di Caserta comandò la seconda sezione della piazza formata dal bastione S.Antonio, dalla batteria-cortina-controguardia Cittadella, dalla batteria Addolorata ed il trinceramento a porta di Terra. Per questi combattimenti lo stesso venne più volte citato dagli storici del tempo, come testimoniò lo stesso marchese De Felice, che, soffermandosi nello specifico sul “Giornale della difesa di Gaeta” di Pietro Quandel, ricordò come a quella lettura suo “padre ascoltava..:ad un tratto io non potei continuare, ché un groppo di pianto mi toglieva la voce;e guardando in faccia a lui che aveva udito, vidi che aveva gli occhi rossi rossi, e si mordeva le labbra”. Difatti, il Quandel aveva ricordato nella citata opera tra le tante imprese eroiche anche il coraggioso intervento del conte di Caserta con i suoi artiglieri, onde ripristinare le difese della batteria Cittadella colpita dal clamoroso bombardamento piemontese e dalla conseguente deflagrazione del deposito di munizioni S.Antonio. Per tale ardimento, il principe Borbone fu premiato con la concessione dell’onoreficenza della Commenda dell’ordine di S.Giorgio, che si aggiunse alla medaglia per le campagne settembre/ottobre 1860 ed alla croce di 4° classe del Real Ordine S.Ferdinando di Spagna. Alfonso di Borbone divenne, pertanto, famoso perché “amava la causa che difendeva e, dimentico di sé, andava diritto con l’occhio fiso in quella: tuonasse il cannone al suo tergo, od echeggiasse festosa l’acclamazione…come il cavaliere della leggenda, ei passava ritto sui monti in fiamme e mirava al nemico”.

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(La famiglia reale di Borbone, esule in Roma) 

Caduta Gaeta e trasferitasi la Real Famiglia con propria corte in Roma, il conte di Caserta continuò a combattere per la Chiesa “contro questa Rivoluzione essenzialmente antireligiosa, entrando come colonnello nelle milizie pontificie…con ardor di cristiano cattolico mirandissimo”. A Mentana, combatté con ardente valore, dando “prova di discernimento e di cognizioni militari”. Nel 1870, quando Roma “divenne bersaglio alle nordiche turbe”, don Alfonso, che nel frattempo si era sposato con la cugina Maria Antonietta di Borbone (figlia di S.A.R. il conte di Trapani), si spostò in Spagna entrando nell’esercito carlista. Con il grado di colonnello d’artiglieria (1874) il conte Alfonso si trovò a combattere la milizia dei repubblicani, ottenendo altri importanti riconoscimenti militari, quale la croce di seconda classe del Merito per servizio di guerra. Per tali capacità belliche manifestate nelle diverse battaglie, lo stesso fu nominato generale di brigata (1875), poi, capo di Stato maggiore generale dell’esercito del nord ed infine comandante della divisione Castigliana, la quale ebbe l’onore di “proteggere e custodire la persona di Don Carlos, e accompagnarlo in Francia”. In proseguo, il conte di Caserta prese dimora in una villa a Cannes, ove si dedicò ad “educar la prole bennata al Vero” con lodevoli risultati, come nel caso del di lui figlio Ferdinando Pio, duca di Noto. Difatti, tale progenie fu aiutante di campo del prode generale spagnolo Margallo in occasione della battaglia di Melilla (1893) contro gli arabi. La pubblicazione del De Felice si concludeva con una rammaricante descrizione della contemporanea situazione politica delle nazioni a fine ottocento, nella quale “si uccide un Re, e si corre proni al baciamano d’un presidente di repubblica; si grida morte ai simboli della Chiesa di Roma, e si porta sugli scudi il simbolismo dei liberi Muratori…il mondo moderno danza intorno all’abisso che l’aspetta”. Su questo critico scenario politico don Alfonso di Borbone si ergeva quale abile e generoso condottiero, sempre legato alla sua terra con propria gente e tradizioni. De Felice,in merito, riportava nel libro una lettera personale del conte (già re), che ringraziava i napoletani per aver omaggiato il figlio Ferdinando Pio di una spada d’onore a seguito dell’eroica giornata di Melilla, in cui scrisse: “Il mio cuore si commuove vedendo che, dopo circa sette lustri di separazione, sì vivo slancio di sentimento e costante attaccamento si manifesta, non solo da coloro che ricordano la Monarchia dell’autonomo nostro Regno, ma benanche da generazioni posteriori. Io costanti e fervidi voti tuttodì rivolgo al Cielo per la prosperità di quell’amato nostro Paese, che credo potrà rifiorire riacquistando la sua autonomia..e siate sicuri che se un giorno la Divina Provvidenza disporrà che io fra voi ritorni, nulla ometterò per il benessere della Patria, consacrandole intera la mia vita”. Simile progetto governativo di istituire una confederazione di tutti i popoli d’Italia, quale testamento ideale lasciato dal morente fratello re Francesco II ad Arco, non trovò mai un valido sostegno di attuazione tra le forze politiche del regno d’Italia, anche perché il conte di Caserta si spense a Cannes il 26 maggio 1934 negli anni dei regimi accentratori.