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	<title>Commenti a: Emigrazione italiana in Argentina</title>
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	<description>Associazione Culturale Due Sicile - Sede di Milano</description>
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		<title>Di: Domenico Iannantuoni</title>
		<link>https://adsic.it/2007/10/30/emigrazione-italiana-in-argentina/comment-page-1/#comment-1564</link>
		<dc:creator>Domenico Iannantuoni</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Jun 2010 20:51:21 +0000</pubDate>
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		<description>Ringrazio Marcello Fagioli per  le sue riflessioni. E&#039; raro trovare  sul web tali scritti e sentirsi obbligati a leggerli fino alla fine traendo poi vero arricchimento d&#039;animo.

Domenico Iannantuoni
info@may-c.it</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ringrazio Marcello Fagioli per  le sue riflessioni. E&#8217; raro trovare  sul web tali scritti e sentirsi obbligati a leggerli fino alla fine traendo poi vero arricchimento d&#8217;animo.</p>
<p>Domenico Iannantuoni<br />
<a href="mailto:info@may-c.it">info@may-c.it</a></p>
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		<title>Di: carlo</title>
		<link>https://adsic.it/2007/10/30/emigrazione-italiana-in-argentina/comment-page-1/#comment-1543</link>
		<dc:creator>carlo</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Jun 2010 10:31:11 +0000</pubDate>
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		<description>mi son dimenticato di dire, che mio nonno Salis Guglielmo era un esperto di armi, prima di andare in Argentina lavorava presso le poste Italiana ed era un adetto alla sicurezza,aveva sempre con se una pistola.
Carlo salis</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>mi son dimenticato di dire, che mio nonno Salis Guglielmo era un esperto di armi, prima di andare in Argentina lavorava presso le poste Italiana ed era un adetto alla sicurezza,aveva sempre con se una pistola.<br />
Carlo salis</p>
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		<title>Di: carlo</title>
		<link>https://adsic.it/2007/10/30/emigrazione-italiana-in-argentina/comment-page-1/#comment-1542</link>
		<dc:creator>carlo</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Jun 2010 10:22:09 +0000</pubDate>
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		<description>mi chiamo Carlo Salis, sono il nipote di Salis Guglielmo che emigrò in Argentina nel Maggio del 1913. Dopo un po si fece chamare giuseppe invece che Guglielmo, lasciò in Italia la Moglie Giuseppa e tre figli in tenera età, la più piccola aveva 9mesi. Appena arriavato in Argentina mio nonno Guglielmo scriveva a mia nonna di andare assieme ai tre figli ( mio padre nato il 31 Maggio del 1908, mio zio Angelo nato dnel 1910,mia zia Enrichetta nata nel settembte del 1912)mia nonna era terrorizzata per il viaggio di un mese che bisognava fare e per questa ragione rimase in Italia. Dopo alcuni anni si persero le tracce di mio nonno,non si trovava più,nonostante le ricerche di mia nonna Giuseppa e di mio padre Giuseppe: furono utilizzati tutti canali comprese le ambasciate e il ministero degli esteri Italiano; di mio nonno no si seppe più niente. Io ho proseguito le ricerche dopo la morte di mio padre e con un pò di fortuna ho rintracciato i nostri parenti : discendenti di mio nonno dato che lui si era risposato altre due volte in Argentina; ho iniziato via internet uno scambio di lettere con i miei parenti in Argentina. Mio Nonno riposa nel cimitero di Norberto de la Riestra in provincia di Buenos Aires . morì il 22 Maggio del 1978 alla veneranda età di 95 anni.
Carlo Salis</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>mi chiamo Carlo Salis, sono il nipote di Salis Guglielmo che emigrò in Argentina nel Maggio del 1913. Dopo un po si fece chamare giuseppe invece che Guglielmo, lasciò in Italia la Moglie Giuseppa e tre figli in tenera età, la più piccola aveva 9mesi. Appena arriavato in Argentina mio nonno Guglielmo scriveva a mia nonna di andare assieme ai tre figli ( mio padre nato il 31 Maggio del 1908, mio zio Angelo nato dnel 1910,mia zia Enrichetta nata nel settembte del 1912)mia nonna era terrorizzata per il viaggio di un mese che bisognava fare e per questa ragione rimase in Italia. Dopo alcuni anni si persero le tracce di mio nonno,non si trovava più,nonostante le ricerche di mia nonna Giuseppa e di mio padre Giuseppe: furono utilizzati tutti canali comprese le ambasciate e il ministero degli esteri Italiano; di mio nonno no si seppe più niente. Io ho proseguito le ricerche dopo la morte di mio padre e con un pò di fortuna ho rintracciato i nostri parenti : discendenti di mio nonno dato che lui si era risposato altre due volte in Argentina; ho iniziato via internet uno scambio di lettere con i miei parenti in Argentina. Mio Nonno riposa nel cimitero di Norberto de la Riestra in provincia di Buenos Aires . morì il 22 Maggio del 1978 alla veneranda età di 95 anni.<br />
Carlo Salis</p>
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		<title>Di: Marcello Fagioli</title>
		<link>https://adsic.it/2007/10/30/emigrazione-italiana-in-argentina/comment-page-1/#comment-1520</link>
		<dc:creator>Marcello Fagioli</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 May 2010 00:07:05 +0000</pubDate>
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		<description>Tutto un mondo, nei libri                                                                             
In una stazione sperimentale, in Argentina, mi assegnarono un un giovane, laureato di recente, affinché si familiarizzasse con il lavoro che stavamo svolgendo.
Una volta, parlando del più e del meno, gli chiesi se gli piaceva Jack London.
-E chi è- mi rispose.
-È l’autore di Zanna Bianca, Martin Eden, Il richiamo della foresta. Li avrai  letti, immagino. 
Un secco no, fu la risposta. 
-Ma allora cosa ti piaceva leggere, quando eri  ragazzo? Dostoievski, Tolstoi?
-No. Noi  leggevamo giornaletti.
 Non insistei. Però pensavo a quando io ero ragazzo e passavo gran parte del tempo libero leggendo.
Ci fu un anno in cui avevo preso l’abitudine di leggere prima di dormire ed ogni giorno leggevo qualche pagina in più del giorno precedente, sino ad arrivare a spegnere la luce ai primi chiarori dell’alba. Fu abbastanza difficile adattarmi di nuovo ad un orario normale.
Nel vecchio palazzo dove abitavamo, non lontano dal grande portone d’entrata, c’era un corridoio stretto che portava a due stanze indipendenti, nelle quali mio padre conservava i suoi libri. Mio padre si era laureato a Bologna nella prima metà del  novecento e, con i suoi amici, aveva l’abitudine di andare a teatro dopo cena. Tutte le volte che vedeva una nuova commedia comprava il libro corrispondente. Tutti quei libri, ora, erano conservati nelle due stanze. Quando li scoprii, cominciai a leggerli.
Alcuni libri scomparvero immediatamente. Mio padre non riteneva fossero adatti alla mia età.
Scomparve il De profundis  del dandy inglese Oscar Wilde, ma potei leggere Il suo Principe felice. 
E  scoprii Pirandello, con i suoi magnifici dialoghi. Splendido mi parve Liolà, ma non degno della sua bravura Il fu Mattia Pascal. Bello l’Enrico IV,  che deluse tanti spettatori che si aspettavano di vedere un dramma storico. Mi diedero molto da pensare i Sei personaggi in cerca d’autore e Così è(se vi pare). Ricordo Pel di carota, di Renard, Cyrano de Bergerac, di Rostand, Sly di Forzano e le bellissime opere scritte da Sem Benelli: La cena delle Beffe, l’Arzigogolo, L’amore dei tre re.
Il povero Sem Benelli, con i guadagni dei primi successi,  aveva costruito un castello a picco sul mare, che poi non poté mantenere e visse nella casetta destinata al custode. 
Non credo che tutte queste opere siano molto rappresentate oggidì. Solo i vecchi, possibilmente, le ricordino. Ma in quelle due stanzette, da ragazzo, trovai tutto un mondo nuovo, che arricchì la mia vita di quel tempo.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Tutto un mondo, nei libri                                                                            <br />
In una stazione sperimentale, in Argentina, mi assegnarono un un giovane, laureato di recente, affinché si familiarizzasse con il lavoro che stavamo svolgendo.<br />
Una volta, parlando del più e del meno, gli chiesi se gli piaceva Jack London.<br />
-E chi è- mi rispose.<br />
-È l’autore di Zanna Bianca, Martin Eden, Il richiamo della foresta. Li avrai  letti, immagino.<br />
Un secco no, fu la risposta.<br />
-Ma allora cosa ti piaceva leggere, quando eri  ragazzo? Dostoievski, Tolstoi?<br />
-No. Noi  leggevamo giornaletti.<br />
 Non insistei. Però pensavo a quando io ero ragazzo e passavo gran parte del tempo libero leggendo.<br />
Ci fu un anno in cui avevo preso l’abitudine di leggere prima di dormire ed ogni giorno leggevo qualche pagina in più del giorno precedente, sino ad arrivare a spegnere la luce ai primi chiarori dell’alba. Fu abbastanza difficile adattarmi di nuovo ad un orario normale.<br />
Nel vecchio palazzo dove abitavamo, non lontano dal grande portone d’entrata, c’era un corridoio stretto che portava a due stanze indipendenti, nelle quali mio padre conservava i suoi libri. Mio padre si era laureato a Bologna nella prima metà del  novecento e, con i suoi amici, aveva l’abitudine di andare a teatro dopo cena. Tutte le volte che vedeva una nuova commedia comprava il libro corrispondente. Tutti quei libri, ora, erano conservati nelle due stanze. Quando li scoprii, cominciai a leggerli.<br />
Alcuni libri scomparvero immediatamente. Mio padre non riteneva fossero adatti alla mia età.<br />
Scomparve il De profundis  del dandy inglese Oscar Wilde, ma potei leggere Il suo Principe felice.<br />
E  scoprii Pirandello, con i suoi magnifici dialoghi. Splendido mi parve Liolà, ma non degno della sua bravura Il fu Mattia Pascal. Bello l’Enrico IV,  che deluse tanti spettatori che si aspettavano di vedere un dramma storico. Mi diedero molto da pensare i Sei personaggi in cerca d’autore e Così è(se vi pare). Ricordo Pel di carota, di Renard, Cyrano de Bergerac, di Rostand, Sly di Forzano e le bellissime opere scritte da Sem Benelli: La cena delle Beffe, l’Arzigogolo, L’amore dei tre re.<br />
Il povero Sem Benelli, con i guadagni dei primi successi,  aveva costruito un castello a picco sul mare, che poi non poté mantenere e visse nella casetta destinata al custode.<br />
Non credo che tutte queste opere siano molto rappresentate oggidì. Solo i vecchi, possibilmente, le ricordino. Ma in quelle due stanzette, da ragazzo, trovai tutto un mondo nuovo, che arricchì la mia vita di quel tempo.</p>
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		<title>Di: Silvia Mabel Rojas</title>
		<link>https://adsic.it/2007/10/30/emigrazione-italiana-in-argentina/comment-page-1/#comment-1513</link>
		<dc:creator>Silvia Mabel Rojas</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 May 2010 21:48:21 +0000</pubDate>
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		<description>sono residente in italiadal 2006 , il mio nono era nato nel 1903 a bari bitonto , e vorrei sapere piu cose di lui he vedere si ci sono dei parenti</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>sono residente in italiadal 2006 , il mio nono era nato nel 1903 a bari bitonto , e vorrei sapere piu cose di lui he vedere si ci sono dei parenti</p>
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		<title>Di: Marcello Fagioli</title>
		<link>https://adsic.it/2007/10/30/emigrazione-italiana-in-argentina/comment-page-1/#comment-1483</link>
		<dc:creator>Marcello Fagioli</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 01 Apr 2010 21:57:29 +0000</pubDate>
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		<description>                                                                            NUGAE    I
                                               (riflessioni e ricordi di un vecchio emigrato)
                                                                MARCELLO FAGIOLI
 
                                                                       Prima parte                                            
 Homo insciens
L’uomo chiamò se stesso homo sapiens, ma è stato troppo presuntuoso.
In un dizionario latino  leggo, sapiens: intelligente, ragionevole, prudente,  saggio e, pensandolo bene, nessuno di questi  termini si addice all’uomo, oggidì.
Poi c’è l’altra definizione: re del creato. Ma se fino a qualche decennio fa non avevamo nemmeno  un’idea dell’immenso universo  che ci circonda e che le sonde spaziali non ci hanno ancora rivelato a sufficienza!
Non è neppure il caso di parlare dell’atomo, che oggi sembra essere costituito da un numero tanto grande di particelle che Fermi, un grande della fisica moderna, non poté trattenersi dall’esclamare: se l’avessi immaginato  mi  sarei dedicato alla botanica , riferendosi all’enorme numero di specie vegetali.
E sembra che il Creatore non avesse, neppure lui, molta stima delle nostre capacità. Ha dato all’uomo la ragione, ma non se ne è fidato per far funzionare l’organismo. Infatti gli apparati: respiratorio, circolatorio e tutti gli altri, che per milioni d’anni non abbiamo neppure sospettato che esistessero, sono autonomi.
A me capita, quando sono solo, di dover riscaldare o cucinare qualche vivanda e spesso, se sto leggendo o facendo qualcosa che mi interessa veramente, me ne ricordo solo quando sento odore di bruciato.
Cosa succederebbe se accadesse la stessa cosa con un apparato circolatorio, dipendente solo dalla mia volontà?
“Al di là del bene e del male”
 La mia compagna mi ha lasciato, dopo cinquant’anni di vita in comune. 
La senilità può dar origine a malattie terribili, che portano  alla perdita  della capacità di vivere degnamente. Ma io volevo che lei stesse ancora accanto a me. E quindi continui ricoveri in clinica e una quantità incredibile di medicine. Gli orari di una vita normale sostituiti dalla necessità di assumere pastiglie ad intervalli costanti.
È poi le necessità di alimentarla. Prima un sondino naso-faringeo, poi la sonda gastrica, completata dall’uso di una grossa siringa e l’istallazione di una guida centrale per l’idratazione mediante siero. E gli orari, la stanchezza crescente nei mesi successivi, il bisogno sempre presente di un  sonno riparatore. È poi i medici sempre meno solleciti, dopo le prime visite, una volta resisi conto della gravità della malattia. 
Ma io la volevo accanto a me ancora per un po’ di tempo, sempre un po’ di tempo ancora. E, visto che non poteva parlare, volevo che almeno accennasse  un sorriso. È pretendevo che le assistenti  la facessero sorridere, anche se per poco. Era l’unico indizio che mi faceva pensare, che mi faceva sperare che fosse d’accordo con me, per vivere ancora un po’.
E la lotta era continua, giorno dopo giorno. Lotta contro chi? Contro cosa?
Lotta inutile. Però alcune volte lei sorrideva.      
Mi hanno scritto che ciò che si fà per amore è sempre  al di là del bene e del male. Chissà perché si cita con tanta frequenza Nietzsche, quando i suoi scritti sono così pesanti  da leggere. Ma i titoli dei suoi libri sono splendidi: La gaia scienza, Così parlò Zaratustra, Il crepuscolo degli idoli, Ecce homo.
Poesia, filosofia e speranza                                                                        
Si può scrivere ciò che si vuole ma  alla fine dello scritto ci deve essere sempre accennata una speranza. Nessuno vuole leggere  scritti  che non suscitino speranza. Anche i romanzi gialli, con il morto, suscitano speranza, perché l’assassino è sempre punito.
I canti di Leopardi sono poesia, pittura e musica, tutt’uno all’inizio, ma hanno sempre un finale amaro. Non c’è speranza.
Croce scrisse che la categoria poesia è una cosa e la categoria filosofia un’altra e che Leopardi le ha confuse. 
Sarà... ma!
Intelligenza è capire  
Sono passati più di quattro milioni d’anni da quando l’ardipithecus  ramidus  visse in Etiopia e, forse, diede origine a discendenti  che a loro volta diedero origine all’homo sapiens. Viene il mal di testa quando si cerca d’immaginare un tempo così lungo, ma tutto questo tempo è stato necessario per arrivare ad un umano con un po’ d’intelligenza e qualche sentimento, che lo differenzi  da tutti gli altri animali
Ma forse non  è così.
Alcuni anni fa camminavo fuori città per una passeggiata e, se possibile,  per cacciare qualche animale con un fucile di piccolo calibro che portavo con me. Non incontrai selvaggina degna di questo nome. Solo alla fine, già sulla via del ritorno, due grossi  uccelli  volarono da un albero all’altro, sul bordo della strada.
Quando  sparai, uno dei due cadde al suolo. L’altro fuggi, volando sino  all’albero seguente, lontano una decina di metri. A questo punto si voltò verso di me  e cominciò a gridare. Sembrava che protestasse  con  tutto il fiato che aveva. E man mano che  avanzavo lui  volava sull’albero seguente, allontanandosi  e  gridando sempre più forte. Era disperato.
Non è questa intelligenza? Non è sentimento? Il povero uccello aveva capito che il suo compagno era morto e si ribellava e gridava. Era l’unica cosa che poteva fare. Non riesco a capire come  Cartesio potesse affermare  che il dolore, negli animali, non è vero dolore, ma solo un riflesso.
Sono stati necessari milioni di anni per l’uomo e sicuramente anche per quell’uccello, per arrivare all’intelligenza. E milioni di anni sono tanto, tanto tempo. Le matematiche che si usano per studiare il comportamento di particelle molto, ma molto piccole, oltre certe dimensioni,  sembrano indicare che il tempo si confonde, a questo punto, con lo spazio. Chissà cosa significa. Forse,  in queste dimensioni , milioni di anni non sono poi tanto tempo.  Arrivati  a questo punto  meglio non pensare. 
Io ho trascorso molto tempo della mia vita lavorativa a far calcoli con una calcolatrice manuale. Non c’era il PC  ed ho passato altrettanto tempo a leggere. Ho osservato quanto appaiono semplici le cose che si sanno veramente. Tutto quanto è complicato e difficile da intendere ci dice che in realtà non conosciamo l’argomento. Sino a poco tempo fa si sorvolava su questo  scrivendo in latino, per es.“vis vitalis”  o “ipse dixit” o usando frasi fantasiose come “generazione spontanea”.
Ai  nostri giorni il trucco non funziona più.
Serenità
H. Hesse ha scritto un piccolo libro che narra la vita di  Siddharta, un eremita che si incontra con il Budda, l’illuminato. Questi  promette  insegnargli cos’è il dolore e come evitare il dolore,  ma Siddharta, anche lui illuminato, gli risponde che lui non cerca questo.
 Lui cerca la verità.
Poi  Siddharta scopre la vita mondana, che abbandona per vivere nuovamente da eremita presso un fiume, in cerca della verità. È l’unica verità  che scopre è l’unità. L’unità del fiume, con le sue sorgenti  tra le montagne, le acque correnti  verso le pianure, la foce. E lui intende che c’è una unità del tutto. Ogni cosa fà parte di un tutto e anche l’uomo fà parte di un tutto.
Questa  sembra  essere la verità. Ma  questa verità può dare la serenità ? L’uomo spera solo poter raggiungere la serenità. Ma è difficile.
Recentemente, Teresa  di  Calcutta rassicurava le sue consorelle dicendo loro che lei viveva serena e fiduciosa. Ma le lettere che scriveva al suo vescovo, rese note dopo la sua morte, e che lei non riuscì a far bruciare mentre era in vita, rivelano disperazione. 
Perché Dio è silenzioso?  E  chiama Cristo “il grande assente”. 
Dubbi...sempre dubbi!
Benedetto VI, visitando il campo di Auschwitz, ha esclamato: Signore... come hai potuto permettere questo?
Non dubbi  ora, ma rimprovero.
Solo favole
Tutti gli organismi sopravvivono per merito dell’apoptosi. Le cellule vecchie  e difettose ricevono l’ordine di morire e vengono sostituite da cellule giovani e sane.
L’organismo sopravvive , ma le singole cellule muoiono e  sembrano non avere molta importanza.  La stessa cosa avviene nell’ambito delle specie. La sopravvivenza degli individui sembra non avere importanza. È importante solo la sopravvivenza della specie. Ma poi, dopo un lungo tempo,  anche le specie scompaiono.
Allora cos’è importante veramente?
La cellula, l’individuo, la specie sono parte di un tutto. Questo è importante. È questo che dice Siddharta?  Se così, forse aveva ragione Budda ad insegnare cos’è il vero dolore e come evitarlo, perché è meglio evitarlo.  Non possiamo far altro. E non si dovrebbe aver paura della morte e di  un aldilà misterioso, che non è altro che il ritorno a  quel  tutto originario, che tanto spaventa l’uomo e forse anche ogni altro animale. È quello spavento ci induce ad accettare e dire di credere tante favole che , in fondo, sappiamo  sono solo favole.
Bellissime favole quelle che gli antichi ebrei  scrissero nei loro libri. Ma poi vennero i profeti , si organizzò una chiesa e la burocrazia, e tutto divenne un incubo per la vita quotidiana degli uomini. Dominare e non dare spiegazioni e serenità, divenne il fine. 
“La cosa in sé”                                                                    
Sant’Agostino, vescovo d’Ippona, nel  Nord’ Africa, era un kantiano ante litteram.
 Infatti mentre passeggiava sulla spiaggia, meditando sulla trinità, incontrò un fanciullo che, con una conchiglia, secondo un quadro del Botticelli, raccoglieva acqua dal mare  e la versava in un buco nella sabbia. Quando Agostino chiese cosa stesse facendo, rispose: 
-Voglio mettere il mare in questo buco.
-È impossibile... esclamò Agostino.
-E perché allora tu vuoi  intendere il mistero della trinità? E il fanciullo scomparve.
Anche Kant afferma  l’impossibilità di conoscere la “cosa in sé”. Si può conoscere solo come consentito dal modo di funzionare, dalla fisiologia del nostro cervello . Chissà quant’altre verità esistono nell’universo che noi non sappiamo, né possiamo immaginare. Un indizio ci è dato dalle radiazioni cosmiche  che penetrano dappertutto, anche nelle rocce  e che noi non sentiamo, né vediamo.  Possiamo solo registrarle con apparati. E chissà quanti  organi e quanti apparati ci mancano ancora per aver sentore di altre realtà. Che peccato non poter  dormire per cent’anni e poi svegliarsi.  Quante conoscenze nuove ci sarebbero!
“Il vecchio...e la guerra civile”
Oggi ho incontrato un conoscente. Un emigrato molto vecchio. Da giovane non era  molto alto, ma ora è rimpicciolito. Ed ha saputo dire solo: Buon giorno! Come sta? È la salute? È pensare che era una testa matta, fuggito dall’Italia nell’immediato dopoguerra  perché seguace di Mussolini durante la Repubblica di Salò. Molto giovane ed  entusiasta del fascismo, lui e i suoi compagni. E quanto fervore, quanto amor di patria! Quanta ricerca d’avventure! Un vero guerriero. E  che delusione, che dolore veder svanire i sogni, coltivati per tanti anni, d’un Duce guida, sempre vittorioso e d’una patria grande. Ora stava davanti a me, curvo e rimpicciolito, col passo esitante, incapace di sostenere una qualsiasi conversazione.
Questo è ciò che aspetta l’uomo alla fine della vita. E non è neppure il finale peggiore.  
Gastronomia barbara  
Sul finire della guerra, la seconda guerra mondiale, le truppe americane occuparono Fabriano, nelle Marche e, tra le altre cose, si fecero carico dell’ospedale.
Un giorno ero andato a trovar mio padre che lavorava nell’ospedale e, nei corridoi, vidi i carrelli nei quali venivano portati gli alimenti agli infermi. Che sorpresa! Nei piatti c’erano spaghetti, ma erano stracotti, come si poteva osservare guardando il loro spessore.  Noi  diciamo: colla per manifesti . E, a lato, una buona porzione di marmellata.
Spaghetti con la marmellata! Una cosa inaudita, mai vista. Duemila  anni di tradizioni culinarie stravolti tanto irresponsabilmente! Ebbero un bel  dire, i medici, che gli infermi  hanno bisogno di calorie e che...
Per me, questa sì, era una cosa da eretici.
Recentemente ho ascoltato che un sud-americano voleva mangiare la pizza con il pane e che, non essendocene in casa, uscì per andare a comprarne. Come è possibile, io dico! Credo che la scomunica debba contemplare questi casi e solo questi.  Non gli altri.
Pirandello 
Che voglia di vivere si ha quando si esce da una grave malattia!
Anni  fa, mi ammalai, mi internarono in una clinica, mi operarono. La guarigione fu lenta e difficoltosa. E un giorno la mia compagna portò una nipotina a visitarmi.
-Povero nonno, come è mal ridotto! Prima aveva una casa grande ed ora questa è piccola. Non ha neppure la cucina...esclamò la bambina.
Come cambia la realtà, cambiando il punto di vista. Per lei, importanti erano la casa grande e la cucina, non l’infermo, che stava meglio. 
Pirandello, che affermava questo, all’inizio del secolo scorso, merita una maggiore considerazione. Bisogna rileggere: Così  è (se vi pare).
  Epigoni                                                                       
Bisognerebbe studiare i sentimenti dei discendenti degli italiani che vivono in Argentina.
In alcuni casi si osservano grandi manifestazione d’amore per l’Italia. Altre volte un cupo risentimento, anche se raramente esteriorizzato.
È vero, i loro padri, i loro nonni furono obbligati ad emigrare. Lasciarono miseria e trovarono  duro lavoro, nei vasti campi argentini. Alcuni sono riusciti ad emergere, molti  no. Solo dopo una o due generazioni i discendenti si sono sistemati con un impiego, una professione o con una terra agricola. Ed i vecchi ne erano orgogliosi. Mio figlio, il dottore, era una frase che s’ascoltava spesso. L’Italia aveva abbandonato gli emigrati. Loro s’erano fatti strada da soli, in una forma o nell’altra. E i loro figli e nipoti si erano sistemati degnamente.
Ma figli e nipoti ricordano. E molti non amano che si rammenti  loro l’origine...le radici. Dicono di capire quando si parla loro in italiano. Ma non è così. L’Italia, con i suoi millenni di civilizzazione, con la sua cultura irripetibile, che lascia stupefatti quando ci si avviciniamo ad essa, non ha saputo far sì che i suoi epigoni conservassero la lingua d’origine.
“L’uomo, la bestia...ed il mantello”
Noè, il patriarca, fu ben consigliato e piantò la vite. Fu mal consigliato e si ubriacò. Noè era solo, ubriaco e nudo come un verme, in una stanza. Due suoi figli presero un mantello e, camminando all’indietro per non vedere la nudità del genitore, lo raggiunsero e lo coprirono.
Si ha l’impressione, leggendo il sacro testo, che il male consistesse nella nudità dell’uomo più che nella ubriachezza. Forse il vestito era, a quei tempi, ciò che rendeva più manifesta la differenza tra l’uomo, anche lui un animale, e la bestia.
Era l’evidenza della supremazia. Era l’evidenza dell’intelligenza.
“Perch’i’ no spero...”                                                                       
Perch’i’ no spero di tornar giammai...
Neanch’io spero di tornar giammai a vivere quei giorni lieti, sereni: come quando c’eri tu...
Che differenza c’è tra un verso di Cavalcanti e quello di una canzone napoletana? 
Cinquecento anni, sì, ma la stessa malinconia, la stessa voglia di piangere.
 Fede ed economia                                                                            
Riscaldamento globale, chiamano le irregolarità atmosferiche che stanno minacciando il mondo. E hanno dato un premio Nobel a un politico che fà propaganda per risparmiare energia e diminuire, solo diminuire, l’inquinamento. Case ecologiche, utilizzazione del vento e del sole, cattura dell’anidride carbonica e del metano, conservazione dei residui vegetali in superficie e tanti altri accorgimenti. Anche la semina diretta, in agricoltura, serve.      
Non sarà questa una maniera di cambiare tutto, affinché tutto rimanga come prima, secondo una felice frase di Lampedusa?
È nessuno sembra accorgersi che il vero problema, quello di fondo, è un altro. Gli uomini che abitano questo nostro mondo sono ormai troppi. Settemila milioni sono molti. È tutti vogliono viver bene e, per ottenere benessere, causano molti danni. Contaminano la terra, l’aria e l’acqua.
Si può risparmiare energia e quindi petrolio, gas, carbone.  Si può diminuire la contaminazione ma, in un prossimo  futuro, aumenterà la popolazione. Aumenteranno  i  consumi, aumenterà di nuovo la contaminazione ed il problema sarà sempre più grave
È un circolo vizioso dal quale non si esce, se non si delimita bene la causa. Ma di questa causa si evita parlare, per motivi di fede e d’economia. Le principali fedi  predicano la riproduzione, ora,  come nei millenni trascorsi, quando il mondo doveva ancora essere popolato dall’uomo.
Ed in economia ci si domanda come si potrà dar lavoro, aumentare le produzioni  ed i profitti con una popolazione in diminuzione. Che bel dilemma!
Ma le autorità deviano l’attenzione sul riscaldamento globale e sul risparmio del petrolio. Tutte cose che non limitano la crescita della popolazione mondiale e quindi dei consumi, e non infastidiscono le autorità religiose. 
C’è qualcosa, nelle leggi economiche attuali, che porta alla distruzione.
 Cavalieri dell’aria                                                                          
Hitler, un allievo di Mussolini, utilizzò la retorica ed il nazionalismo per ottenere il potere e porre ordine nel caos economico del dopoguerra, in Germania.
Ma c’è un fatto che raramente viene ricordato. Verso la fine della prima guerra mondiale, quando già tutti erano convinti della sconfitta, l’esercito tedesco era demoralizzato. Per  conservarne il controllo, il comando degli imperi centrali ebbe una grande idea. Scelse, tra i militari, persone capaci di parlare, capaci di convincere con il loro carisma. Diventati bravi retori, avrebbero dovuto sollevare l’animo dei soldati. E si insegnò loro la retorica che, nell’antica Grecia ed a Roma, aveva dato tanti buoni risultati.
Ma tra loro c’era un certo Hitler che, dopo la disfatta, continuò ad ad arringare la gente, nelle piazze, nelle birrerie, nei bar. È la retorica ancora una volta diede risultati. Nacque un movimento, poi un partito che conquistò il potere. Seguì  la guerra e la distruzione.
Tra i primi aderenti al movimento di Hitler c’erano molti militari ed anche un certo Goering  che era  stato il secondo del barone rosso , von  Richthofen, l’ eroe della nascente aviazione, che tutto il mondo  ammirò ed ammira ancor oggi. Un cavaliere dell’aria che, dopo aver abbattuto un aereo nemico, scese a terra e brindò con il vinto, rimasto in vita. Ed anche Goering fu un eroe, accettato come tale nel partito nazista, non più ammirato dopo la seconda guerra mondiale.
Come è possibile che siffatti eroi cambino col tempo e le circostanze, sino a divenire nemici dell’umanità?    
 </description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>                                                                            NUGAE    I<br />
                                               (riflessioni e ricordi di un vecchio emigrato)<br />
                                                                MARCELLO FAGIOLI<br />
 <br />
                                                                       Prima parte                                           <br />
 Homo insciens<br />
L’uomo chiamò se stesso homo sapiens, ma è stato troppo presuntuoso.<br />
In un dizionario latino  leggo, sapiens: intelligente, ragionevole, prudente,  saggio e, pensandolo bene, nessuno di questi  termini si addice all’uomo, oggidì.<br />
Poi c’è l’altra definizione: re del creato. Ma se fino a qualche decennio fa non avevamo nemmeno  un’idea dell’immenso universo  che ci circonda e che le sonde spaziali non ci hanno ancora rivelato a sufficienza!<br />
Non è neppure il caso di parlare dell’atomo, che oggi sembra essere costituito da un numero tanto grande di particelle che Fermi, un grande della fisica moderna, non poté trattenersi dall’esclamare: se l’avessi immaginato  mi  sarei dedicato alla botanica , riferendosi all’enorme numero di specie vegetali.<br />
E sembra che il Creatore non avesse, neppure lui, molta stima delle nostre capacità. Ha dato all’uomo la ragione, ma non se ne è fidato per far funzionare l’organismo. Infatti gli apparati: respiratorio, circolatorio e tutti gli altri, che per milioni d’anni non abbiamo neppure sospettato che esistessero, sono autonomi.<br />
A me capita, quando sono solo, di dover riscaldare o cucinare qualche vivanda e spesso, se sto leggendo o facendo qualcosa che mi interessa veramente, me ne ricordo solo quando sento odore di bruciato.<br />
Cosa succederebbe se accadesse la stessa cosa con un apparato circolatorio, dipendente solo dalla mia volontà?<br />
“Al di là del bene e del male”<br />
 La mia compagna mi ha lasciato, dopo cinquant’anni di vita in comune.<br />
La senilità può dar origine a malattie terribili, che portano  alla perdita  della capacità di vivere degnamente. Ma io volevo che lei stesse ancora accanto a me. E quindi continui ricoveri in clinica e una quantità incredibile di medicine. Gli orari di una vita normale sostituiti dalla necessità di assumere pastiglie ad intervalli costanti.<br />
È poi le necessità di alimentarla. Prima un sondino naso-faringeo, poi la sonda gastrica, completata dall’uso di una grossa siringa e l’istallazione di una guida centrale per l’idratazione mediante siero. E gli orari, la stanchezza crescente nei mesi successivi, il bisogno sempre presente di un  sonno riparatore. È poi i medici sempre meno solleciti, dopo le prime visite, una volta resisi conto della gravità della malattia.<br />
Ma io la volevo accanto a me ancora per un po’ di tempo, sempre un po’ di tempo ancora. E, visto che non poteva parlare, volevo che almeno accennasse  un sorriso. È pretendevo che le assistenti  la facessero sorridere, anche se per poco. Era l’unico indizio che mi faceva pensare, che mi faceva sperare che fosse d’accordo con me, per vivere ancora un po’.<br />
E la lotta era continua, giorno dopo giorno. Lotta contro chi? Contro cosa?<br />
Lotta inutile. Però alcune volte lei sorrideva.      <br />
Mi hanno scritto che ciò che si fà per amore è sempre  al di là del bene e del male. Chissà perché si cita con tanta frequenza Nietzsche, quando i suoi scritti sono così pesanti  da leggere. Ma i titoli dei suoi libri sono splendidi: La gaia scienza, Così parlò Zaratustra, Il crepuscolo degli idoli, Ecce homo.<br />
Poesia, filosofia e speranza                                                                        <br />
Si può scrivere ciò che si vuole ma  alla fine dello scritto ci deve essere sempre accennata una speranza. Nessuno vuole leggere  scritti  che non suscitino speranza. Anche i romanzi gialli, con il morto, suscitano speranza, perché l’assassino è sempre punito.<br />
I canti di Leopardi sono poesia, pittura e musica, tutt’uno all’inizio, ma hanno sempre un finale amaro. Non c’è speranza.<br />
Croce scrisse che la categoria poesia è una cosa e la categoria filosofia un’altra e che Leopardi le ha confuse.<br />
Sarà&#8230; ma!<br />
Intelligenza è capire <br />
Sono passati più di quattro milioni d’anni da quando l’ardipithecus  ramidus  visse in Etiopia e, forse, diede origine a discendenti  che a loro volta diedero origine all’homo sapiens. Viene il mal di testa quando si cerca d’immaginare un tempo così lungo, ma tutto questo tempo è stato necessario per arrivare ad un umano con un po’ d’intelligenza e qualche sentimento, che lo differenzi  da tutti gli altri animali<br />
Ma forse non  è così.<br />
Alcuni anni fa camminavo fuori città per una passeggiata e, se possibile,  per cacciare qualche animale con un fucile di piccolo calibro che portavo con me. Non incontrai selvaggina degna di questo nome. Solo alla fine, già sulla via del ritorno, due grossi  uccelli  volarono da un albero all’altro, sul bordo della strada.<br />
Quando  sparai, uno dei due cadde al suolo. L’altro fuggi, volando sino  all’albero seguente, lontano una decina di metri. A questo punto si voltò verso di me  e cominciò a gridare. Sembrava che protestasse  con  tutto il fiato che aveva. E man mano che  avanzavo lui  volava sull’albero seguente, allontanandosi  e  gridando sempre più forte. Era disperato.<br />
Non è questa intelligenza? Non è sentimento? Il povero uccello aveva capito che il suo compagno era morto e si ribellava e gridava. Era l’unica cosa che poteva fare. Non riesco a capire come  Cartesio potesse affermare  che il dolore, negli animali, non è vero dolore, ma solo un riflesso.<br />
Sono stati necessari milioni di anni per l’uomo e sicuramente anche per quell’uccello, per arrivare all’intelligenza. E milioni di anni sono tanto, tanto tempo. Le matematiche che si usano per studiare il comportamento di particelle molto, ma molto piccole, oltre certe dimensioni,  sembrano indicare che il tempo si confonde, a questo punto, con lo spazio. Chissà cosa significa. Forse,  in queste dimensioni , milioni di anni non sono poi tanto tempo.  Arrivati  a questo punto  meglio non pensare.<br />
Io ho trascorso molto tempo della mia vita lavorativa a far calcoli con una calcolatrice manuale. Non c’era il PC  ed ho passato altrettanto tempo a leggere. Ho osservato quanto appaiono semplici le cose che si sanno veramente. Tutto quanto è complicato e difficile da intendere ci dice che in realtà non conosciamo l’argomento. Sino a poco tempo fa si sorvolava su questo  scrivendo in latino, per es.“vis vitalis”  o “ipse dixit” o usando frasi fantasiose come “generazione spontanea”.<br />
Ai  nostri giorni il trucco non funziona più.<br />
Serenità<br />
H. Hesse ha scritto un piccolo libro che narra la vita di  Siddharta, un eremita che si incontra con il Budda, l’illuminato. Questi  promette  insegnargli cos’è il dolore e come evitare il dolore,  ma Siddharta, anche lui illuminato, gli risponde che lui non cerca questo.<br />
 Lui cerca la verità.<br />
Poi  Siddharta scopre la vita mondana, che abbandona per vivere nuovamente da eremita presso un fiume, in cerca della verità. È l’unica verità  che scopre è l’unità. L’unità del fiume, con le sue sorgenti  tra le montagne, le acque correnti  verso le pianure, la foce. E lui intende che c’è una unità del tutto. Ogni cosa fà parte di un tutto e anche l’uomo fà parte di un tutto.<br />
Questa  sembra  essere la verità. Ma  questa verità può dare la serenità ? L’uomo spera solo poter raggiungere la serenità. Ma è difficile.<br />
Recentemente, Teresa  di  Calcutta rassicurava le sue consorelle dicendo loro che lei viveva serena e fiduciosa. Ma le lettere che scriveva al suo vescovo, rese note dopo la sua morte, e che lei non riuscì a far bruciare mentre era in vita, rivelano disperazione.<br />
Perché Dio è silenzioso?  E  chiama Cristo “il grande assente”.<br />
Dubbi&#8230;sempre dubbi!<br />
Benedetto VI, visitando il campo di Auschwitz, ha esclamato: Signore&#8230; come hai potuto permettere questo?<br />
Non dubbi  ora, ma rimprovero.<br />
Solo favole<br />
Tutti gli organismi sopravvivono per merito dell’apoptosi. Le cellule vecchie  e difettose ricevono l’ordine di morire e vengono sostituite da cellule giovani e sane.<br />
L’organismo sopravvive , ma le singole cellule muoiono e  sembrano non avere molta importanza.  La stessa cosa avviene nell’ambito delle specie. La sopravvivenza degli individui sembra non avere importanza. È importante solo la sopravvivenza della specie. Ma poi, dopo un lungo tempo,  anche le specie scompaiono.<br />
Allora cos’è importante veramente?<br />
La cellula, l’individuo, la specie sono parte di un tutto. Questo è importante. È questo che dice Siddharta?  Se così, forse aveva ragione Budda ad insegnare cos’è il vero dolore e come evitarlo, perché è meglio evitarlo.  Non possiamo far altro. E non si dovrebbe aver paura della morte e di  un aldilà misterioso, che non è altro che il ritorno a  quel  tutto originario, che tanto spaventa l’uomo e forse anche ogni altro animale. È quello spavento ci induce ad accettare e dire di credere tante favole che , in fondo, sappiamo  sono solo favole.<br />
Bellissime favole quelle che gli antichi ebrei  scrissero nei loro libri. Ma poi vennero i profeti , si organizzò una chiesa e la burocrazia, e tutto divenne un incubo per la vita quotidiana degli uomini. Dominare e non dare spiegazioni e serenità, divenne il fine.<br />
“La cosa in sé”                                                                    <br />
Sant’Agostino, vescovo d’Ippona, nel  Nord’ Africa, era un kantiano ante litteram.<br />
 Infatti mentre passeggiava sulla spiaggia, meditando sulla trinità, incontrò un fanciullo che, con una conchiglia, secondo un quadro del Botticelli, raccoglieva acqua dal mare  e la versava in un buco nella sabbia. Quando Agostino chiese cosa stesse facendo, rispose:<br />
-Voglio mettere il mare in questo buco.<br />
-È impossibile&#8230; esclamò Agostino.<br />
-E perché allora tu vuoi  intendere il mistero della trinità? E il fanciullo scomparve.<br />
Anche Kant afferma  l’impossibilità di conoscere la “cosa in sé”. Si può conoscere solo come consentito dal modo di funzionare, dalla fisiologia del nostro cervello . Chissà quant’altre verità esistono nell’universo che noi non sappiamo, né possiamo immaginare. Un indizio ci è dato dalle radiazioni cosmiche  che penetrano dappertutto, anche nelle rocce  e che noi non sentiamo, né vediamo.  Possiamo solo registrarle con apparati. E chissà quanti  organi e quanti apparati ci mancano ancora per aver sentore di altre realtà. Che peccato non poter  dormire per cent’anni e poi svegliarsi.  Quante conoscenze nuove ci sarebbero!<br />
“Il vecchio&#8230;e la guerra civile”<br />
Oggi ho incontrato un conoscente. Un emigrato molto vecchio. Da giovane non era  molto alto, ma ora è rimpicciolito. Ed ha saputo dire solo: Buon giorno! Come sta? È la salute? È pensare che era una testa matta, fuggito dall’Italia nell’immediato dopoguerra  perché seguace di Mussolini durante la Repubblica di Salò. Molto giovane ed  entusiasta del fascismo, lui e i suoi compagni. E quanto fervore, quanto amor di patria! Quanta ricerca d’avventure! Un vero guerriero. E  che delusione, che dolore veder svanire i sogni, coltivati per tanti anni, d’un Duce guida, sempre vittorioso e d’una patria grande. Ora stava davanti a me, curvo e rimpicciolito, col passo esitante, incapace di sostenere una qualsiasi conversazione.<br />
Questo è ciò che aspetta l’uomo alla fine della vita. E non è neppure il finale peggiore. <br />
Gastronomia barbara <br />
Sul finire della guerra, la seconda guerra mondiale, le truppe americane occuparono Fabriano, nelle Marche e, tra le altre cose, si fecero carico dell’ospedale.<br />
Un giorno ero andato a trovar mio padre che lavorava nell’ospedale e, nei corridoi, vidi i carrelli nei quali venivano portati gli alimenti agli infermi. Che sorpresa! Nei piatti c’erano spaghetti, ma erano stracotti, come si poteva osservare guardando il loro spessore.  Noi  diciamo: colla per manifesti . E, a lato, una buona porzione di marmellata.<br />
Spaghetti con la marmellata! Una cosa inaudita, mai vista. Duemila  anni di tradizioni culinarie stravolti tanto irresponsabilmente! Ebbero un bel  dire, i medici, che gli infermi  hanno bisogno di calorie e che&#8230;<br />
Per me, questa sì, era una cosa da eretici.<br />
Recentemente ho ascoltato che un sud-americano voleva mangiare la pizza con il pane e che, non essendocene in casa, uscì per andare a comprarne. Come è possibile, io dico! Credo che la scomunica debba contemplare questi casi e solo questi.  Non gli altri.<br />
Pirandello<br />
Che voglia di vivere si ha quando si esce da una grave malattia!<br />
Anni  fa, mi ammalai, mi internarono in una clinica, mi operarono. La guarigione fu lenta e difficoltosa. E un giorno la mia compagna portò una nipotina a visitarmi.<br />
-Povero nonno, come è mal ridotto! Prima aveva una casa grande ed ora questa è piccola. Non ha neppure la cucina&#8230;esclamò la bambina.<br />
Come cambia la realtà, cambiando il punto di vista. Per lei, importanti erano la casa grande e la cucina, non l’infermo, che stava meglio.<br />
Pirandello, che affermava questo, all’inizio del secolo scorso, merita una maggiore considerazione. Bisogna rileggere: Così  è (se vi pare).<br />
  Epigoni                                                                      <br />
Bisognerebbe studiare i sentimenti dei discendenti degli italiani che vivono in Argentina.<br />
In alcuni casi si osservano grandi manifestazione d’amore per l’Italia. Altre volte un cupo risentimento, anche se raramente esteriorizzato.<br />
È vero, i loro padri, i loro nonni furono obbligati ad emigrare. Lasciarono miseria e trovarono  duro lavoro, nei vasti campi argentini. Alcuni sono riusciti ad emergere, molti  no. Solo dopo una o due generazioni i discendenti si sono sistemati con un impiego, una professione o con una terra agricola. Ed i vecchi ne erano orgogliosi. Mio figlio, il dottore, era una frase che s’ascoltava spesso. L’Italia aveva abbandonato gli emigrati. Loro s’erano fatti strada da soli, in una forma o nell’altra. E i loro figli e nipoti si erano sistemati degnamente.<br />
Ma figli e nipoti ricordano. E molti non amano che si rammenti  loro l’origine&#8230;le radici. Dicono di capire quando si parla loro in italiano. Ma non è così. L’Italia, con i suoi millenni di civilizzazione, con la sua cultura irripetibile, che lascia stupefatti quando ci si avviciniamo ad essa, non ha saputo far sì che i suoi epigoni conservassero la lingua d’origine.<br />
“L’uomo, la bestia&#8230;ed il mantello”<br />
Noè, il patriarca, fu ben consigliato e piantò la vite. Fu mal consigliato e si ubriacò. Noè era solo, ubriaco e nudo come un verme, in una stanza. Due suoi figli presero un mantello e, camminando all’indietro per non vedere la nudità del genitore, lo raggiunsero e lo coprirono.<br />
Si ha l’impressione, leggendo il sacro testo, che il male consistesse nella nudità dell’uomo più che nella ubriachezza. Forse il vestito era, a quei tempi, ciò che rendeva più manifesta la differenza tra l’uomo, anche lui un animale, e la bestia.<br />
Era l’evidenza della supremazia. Era l’evidenza dell’intelligenza.<br />
“Perch’i’ no spero&#8230;”                                                                       <br />
Perch’i’ no spero di tornar giammai&#8230;<br />
Neanch’io spero di tornar giammai a vivere quei giorni lieti, sereni: come quando c’eri tu&#8230;<br />
Che differenza c’è tra un verso di Cavalcanti e quello di una canzone napoletana?<br />
Cinquecento anni, sì, ma la stessa malinconia, la stessa voglia di piangere.<br />
 Fede ed economia                                                                            <br />
Riscaldamento globale, chiamano le irregolarità atmosferiche che stanno minacciando il mondo. E hanno dato un premio Nobel a un politico che fà propaganda per risparmiare energia e diminuire, solo diminuire, l’inquinamento. Case ecologiche, utilizzazione del vento e del sole, cattura dell’anidride carbonica e del metano, conservazione dei residui vegetali in superficie e tanti altri accorgimenti. Anche la semina diretta, in agricoltura, serve.     <br />
Non sarà questa una maniera di cambiare tutto, affinché tutto rimanga come prima, secondo una felice frase di Lampedusa?<br />
È nessuno sembra accorgersi che il vero problema, quello di fondo, è un altro. Gli uomini che abitano questo nostro mondo sono ormai troppi. Settemila milioni sono molti. È tutti vogliono viver bene e, per ottenere benessere, causano molti danni. Contaminano la terra, l’aria e l’acqua.<br />
Si può risparmiare energia e quindi petrolio, gas, carbone.  Si può diminuire la contaminazione ma, in un prossimo  futuro, aumenterà la popolazione. Aumenteranno  i  consumi, aumenterà di nuovo la contaminazione ed il problema sarà sempre più grave<br />
È un circolo vizioso dal quale non si esce, se non si delimita bene la causa. Ma di questa causa si evita parlare, per motivi di fede e d’economia. Le principali fedi  predicano la riproduzione, ora,  come nei millenni trascorsi, quando il mondo doveva ancora essere popolato dall’uomo.<br />
Ed in economia ci si domanda come si potrà dar lavoro, aumentare le produzioni  ed i profitti con una popolazione in diminuzione. Che bel dilemma!<br />
Ma le autorità deviano l’attenzione sul riscaldamento globale e sul risparmio del petrolio. Tutte cose che non limitano la crescita della popolazione mondiale e quindi dei consumi, e non infastidiscono le autorità religiose.<br />
C’è qualcosa, nelle leggi economiche attuali, che porta alla distruzione.<br />
 Cavalieri dell’aria                                                                          <br />
Hitler, un allievo di Mussolini, utilizzò la retorica ed il nazionalismo per ottenere il potere e porre ordine nel caos economico del dopoguerra, in Germania.<br />
Ma c’è un fatto che raramente viene ricordato. Verso la fine della prima guerra mondiale, quando già tutti erano convinti della sconfitta, l’esercito tedesco era demoralizzato. Per  conservarne il controllo, il comando degli imperi centrali ebbe una grande idea. Scelse, tra i militari, persone capaci di parlare, capaci di convincere con il loro carisma. Diventati bravi retori, avrebbero dovuto sollevare l’animo dei soldati. E si insegnò loro la retorica che, nell’antica Grecia ed a Roma, aveva dato tanti buoni risultati.<br />
Ma tra loro c’era un certo Hitler che, dopo la disfatta, continuò ad ad arringare la gente, nelle piazze, nelle birrerie, nei bar. È la retorica ancora una volta diede risultati. Nacque un movimento, poi un partito che conquistò il potere. Seguì  la guerra e la distruzione.<br />
Tra i primi aderenti al movimento di Hitler c’erano molti militari ed anche un certo Goering  che era  stato il secondo del barone rosso , von  Richthofen, l’ eroe della nascente aviazione, che tutto il mondo  ammirò ed ammira ancor oggi. Un cavaliere dell’aria che, dopo aver abbattuto un aereo nemico, scese a terra e brindò con il vinto, rimasto in vita. Ed anche Goering fu un eroe, accettato come tale nel partito nazista, non più ammirato dopo la seconda guerra mondiale.<br />
Come è possibile che siffatti eroi cambino col tempo e le circostanze, sino a divenire nemici dell’umanità?    <br />
 </p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Marcello Fagioli</title>
		<link>https://adsic.it/2007/10/30/emigrazione-italiana-in-argentina/comment-page-1/#comment-1430</link>
		<dc:creator>Marcello Fagioli</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Jan 2010 01:44:28 +0000</pubDate>
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		<description>Ricordi di un emigrato
dei nostri tempi

Introduzione
Dott.ssa. Maria Cristina Ruffini in Lasagna
Consigliere dell’Emigrazione della Regione Marche
Portavoce del Forum delle Donne Marchigiane in Argentina
I brevi racconti che formano questo libro sono una sorta di pretesto di un emigrato
italiano in Sud America, l’occasione per pensar-si o, per meglio dire, scriver-
si, in vecchiaia.
L’autore forse per molti è uno sconosciuto che vive, ignorato dai suoi connazionali,
nel cuore della pampa argentina. In realtà si tratta di un Nome della Storia
dell’Agricoltura: è stato lui, infatti, che ha portato alla rottura con le pratiche
agricole del XX secolo, introducendo in Argentina in metodo della “semina
diretta”, cosa che ha portato ad una rivoluzione nel mondo dell’agricoltura.
Di fronte alla difficoltà che solitamente hanno molti emigrati di parlare del proprio
passato per il dolore che questo causa loro, il dott. Marcello Fagioli ha il
coraggio di mostrare forme di avvicinamento alla sua stessa vita, riflettendo - nel
contempo - attorno a se stesso, vale a dire attorno a noi stessi che condividiamo
con lui la sua umanità e il fatto che, in qualche modo, siamo tutti migranti.
Cosa pensa un uomo di scienza della sua vita, vissuta per la maggior parte degli
anni lontano dalla sua terra natale? Ricorre ai principi e alle leggi della fisica e
della chimica per esprimersi? Che accade quando desidera spiegare ciò che era,
ciò che è e ciò che sarà? Nella catena della sua memoria, come si allacciano gli
eventi significativi della sua vita e come sono questi vincolati con tutto il processo
migratorio che lo ha portato ad allontanarsi dalla sua terra?
Questo lavoro non è, e non vuole essere, una ricerca scientifica; si tratta piuttosto
di un esercizio etico ed estetico: partendo da ciò che è, l’autore lascia volare i suoi
ricordi, intenerendosi di fronte al ciò che le sue stesse parole fanno nascere in lui.
Vi invito quindi a condividere la bellezza e la tragedia di questi ritagli di vita,
attraverso i quali una persona decide di svelare se stesso di fronte all’altro.
Fagioli è riuscito a vincere la resistenza a raccontarsi che caratterizza molti
migranti e, attraverso i suoi racconti, ci rivela la sua anima, le sue allegrie, le sue
sofferenze, le sue paure, le sue speranze.
Questo lavoro recupera una pratica che il mondo di oggi ha perduto, quella del
narratore che decide di abbandonare il silenzio per condividere e farci vibrare.
L’autore ha sentito nel suo mondo interiore esplodere la necessità di farsi ascoltare
e, in questo esercizio retrospettivo fa sì che ai suoi ricordi si mescolino elementi
cotruiti nello spazio simbolico e sociale della sua patria. È per questo
5
motivo che ha scelto la sua terra e le Marche per pubblicare il suo libro in cui
sono presenti fenomeni sociali che hanno segnato la vita italiana.
La realtà sudamericana è stata uno spazio di differenza e di esclusione per quest’uomo
che, in silenzio, si è dedicato al lavoro; ora, terminato il suo duro compito
di ricercatore, torna con lo sguardo al passato e scrive racconti delicati, profondi,
sinceri e a volte sorprendenti, come del resto lui stesso è sorprendente.
Quale discendente di marchigiani mi sento in debito verso questo emigrato
marchigiano e mi meraviglio nel profondo ascoltando, questo Altro, sempre
diverso e straniero nel mio paese, che ha pronunciato il suo discorso così lontano
dalla sua patria. Tutto questo richiede il nostro silenzio, non solo esteriore,
ma soprattutto interiore ove nasce il sentimento di accoglienza, rispetto e
reciprocità, per ascoltarlo attentamente in tutta la sua singolare dignità.
Qualcuno, non so chi né quando, ha detto:
“Ogni essere umano è una lezione per un altro,
Un testo aperto alla possibilità
Di inventare nuove realtà”
Così è Marcello Fagioli, mio suocero, il ricercatore scientifico che, vivendo
lontano dal suo paese, ha dato un enorme contributo all’umanità e che ora ha
deciso di regalarci l’occasione di ascoltarlo e, contemporaneamente, di ascolre
noi stessi e gli altri.
L’impronta di questo scrittore resta nei suoi racconti, come quella del ceramista
resta nei suoi vasi di terracotta. Tuttavia, contemporaneamente, gli offre la
possibilità di “cominciare di nuovo” da questo posto, così lontano dal suo paese
d’origine. Attraverso l’azione del raccontare ha infatti la possibilità, da un
lato, di tornare ad essere e, dall’altro, di essere domani.
Questa capacità attiva, questo impulso originale in un anziano, gli permette di
guardare indietro e contemporaneamente si ripromette di ri-iniziare. Tutto
questo merita tutta la mia riconoscenza e la mia ammirazione.
Per finire, voglio citare Eduardo Galeano che, come sempre, esprime il mio
stesso sentire quando scrive:
“Non conosco piacere maggiore dell’allegria di riconoscermi negli altri.
Forse questa è, per me, l’unica immortalità degna di rispetto.
Riconoscermi nella mia patria e nel mio tempo, e anche riconoscermi
nelle donne e negli uomini, nati in altre terre,
e che sono miei contemporanei nati in altri tempi.
Le mappe dell’anima non hanno frontiere”
6
7
EMIGRANTI
Mi imbarcai a Genova, nel 1963. Destinazione Argentina.
Mi aspettava un lungo viaggio in mare. Solo. I miei erano partiti prima.
Un transatlantico è una metropoli. Tante persone e tanto diverse.
C’era un cameriere italiano che si mostrava sempre gentile. Più del dovuto. Era
evidente che voleva essere considerato alla pari.
Ma io, poco più di un ragazzo, con una laurea e tante speranze, non ero molto
disponibile.
Poi c’era un giovane, evidentemente di una classe sociale alta, che portava con
sé un paio di sci.
- Sci d’estate! Per sciare dove? -
Forse era un professionista e seguiva la neve dove si trovava, nei vari continenti.
Lui viaggiava in prima classe. Non lo conobbi mai personalmente.
C‘era un medico che aveva trascorso una vacanza in Europa, in compagnia di
un amico commerciante. Era peronista, ma il suo amico no. E si criticavano a
vicenda in ogni occasione, per le loro idee politiche.
Il medico era il maestro. Il commerciante l’allievo. Ma non credo che quest’ultimo
imparasse molto.
Una volta infatti, chiese al medico: “cos’è la vita?”
E la risposta fu: “è movimento”
“Ma anche la nave si muove” disse il commerciante… e si interruppe per non
creare una situazione sgradevole. Poi raccontò che viveva a Mar del Plata, una
città di 500.000 abitanti, che si triplicavano nella stagione estiva.
La “città più bella del mondo”, diceva sempre.
Il medico era un mezzo filosofo. Faceva discorsi e domande strane.
Diceva che i tedeschi avevano avuto grandi filosofi. Kant era uno di questi.
Non per il suo sistema filosofico, ma solo per una affermazione: il nostro cervello
funziona secondo una categoria: la categoria causa-effetto.
Questo è il nostro modo d’intendere. Questo è il motore dei nostri ragionamenti.
Nel motore delle auto i pistoni, con il loro moto di va e vieni, mettono in movimento
l’automobile. L’equivalente dei pistoni, in noi, è la categoria causa-effetto.
Noi vediamo tutto quanto accade nell’universo secondo questa categoria.
Se mettessimo ad un piccione, appena uscito dall’uovo, un paio d’occhiali verdi,
il piccione crescerebbe e, diventato adulto, volando intorno al mondo, lo vedrebbe
tutto verde e direbbe che il nostro mondo è verde. Quella sarebbe la sua verità.
Chiaro, per scoprire questa verità, bisogna leggere molti libri con frasi alla
tedesca, tanto lunghe che, quando si è alla metà di un paragrafo, si dimentica il
soggetto. Ma, diceva lui, vale la pena.
Poi c’erano due vecchietti. Lui alto e magro. Lei piccolina. Ambedue con i
capelli splendidamente candidi. Tornavano in Argentina perché lui era un falegname
pensionato. Da vecchi, erano ritornati al loro paese e vivevano tranquilli.
Ma negli ultimi anni il cambio della moneta era diminuito molto ed ora, con
11.000 lire al mese, era impossibile vivere in Italia.
Tornavano in Argentina per vedere come si poteva vivere là. Alla fin fine non
rimanevano loro molti anni.
Fin dall’inizio del viaggio, avevo visto un uomo e una donna che si sedevano
sempre in posti isolati e seminascosti. Avevano un termos ed uno strano recipiente
simile ad una tazza da caffellatte. Versavano in continuazione il contenuto
del termos nella tazza e lo sorbivano. E sempre così, per ore. Pensai
subito che fossero drogati.
Mi meravigliava il fatto che lo facessero in presenza d’estranei.
Anni dopo un amico mi spiegò che in Uruguay bevono il “mate” così, in continuazione.
Il “mate” è una infusione di foglie in acqua calda. Una eredità degli
indios Guaraní, credo.
Mi disse anche che, in una sfilata militare, in occasione di chi sa quale ricorrenza,
aveva visto un soldato a cavallo, sorbire il mate. Strane abitudini!
Sul transatlantico non mancava un gruppo di persone che giocava accanitamente
al “truco”, un gioco di carte che non ho mai appreso. Uno di loro si
vantava di vivere, a Buenos Aires, con gli interessi di un suo piccolo capitale
che prestava ad amici e conoscenti. Io credevo che questo si chiamasse usura e
che non fosse una cosa di cui vantarsi.
Una signora di mezza età, tornava in Argentina per vendere il suo albergo e
tornare in Italia a comprare una piccola pensione. Nella decade del ’60 l’economia
italiana andava molto bene.
Un italiano, uno dei tanti turisti di ritorno, diceva di possedere una “estancia”
nella provincia di Santa Fe, vicino al fiume Paraná. Nella regione si diceva che
Garibaldi, in fuga sul fiume, fosse affondato proprio in quella zona e che, nel
profondo del fiume, c’era ancora la sua nave. Lui voleva trovarla. Aveva provato
già varie volte, ma inutilmente.
Ora, al suo ritorno, avrebbe tentato ancora e, sperava, con successo. Diamine,
suo nonno era italiano e lui avrebbe fatto vedere ai “criollos” di che pasta son
fatti gli italiani.
Tanta gente, tante speranze!
Ora, naturalmente, dopo più di 40 anni, il cameriere sarà morto. Il giovane
sciatore sarà probabilmente molto vecchio; chissà quante gare avrà vinto!
Il medico filosofo ed il commerciante saranno morti, portando con loro dubbi,
domande e l’angoscia del pensiero della morte.
8
I due uruguaiani, lui e lei, riposeranno senza più sentire la necessità di bere “mate”.
Il falegname, anziano pensionato e la sua compagna, ambedue con capelli così
candidi, riposeranno finalmente senza la preoccupazione della svalutazione
della moneta.
E così pure l’innamorato di Garibaldi e l’usuraio che si vantava d’esserlo e tutti
gli altri.
“Speranze... speranze, ameni inganni”
Non ricordo chi ha scritto questo verso, ma è troppo bello per essere mio.
LA “PAPERA” D’UN EMIGRATO CHE FECE RIDERE
TUTTA UNA UDIENZA, ALLA FINE D’UNA
CONFERENZA SERIA E MOLTO TECNICA
Come è noto, in italiano, con la parola “responso” si indica la risposta d’un
oracolo. Ben diverso è il suo significato nella lingua spagnola. Lo vedremo poi
e vedremo come una “papera” d’un recente emigrato, che aveva bisogno d’un
dizionario per non dire spropositi, fu motivo di risa alla fine di una conferenza
molto tecnica e seria.
Ero appena arrivato alla “Stazione Sperimentale Agricola” per iniziare il mio
nuovo lavoro.
Era consuetudine in quei tempi, all’inizio del 1960, riunire tutto il personale
tecnico in un grande salone, con un enorme tavolo ovale, il sabato pomeriggio,
per parlare dei problemi del giorno o ascoltare un invitato o un nuovo venuto,
come nel mio caso.
Ed io parlai e parlai con sicurezza, trattandosi d’un argomento che conoscevo
molto bene. Di fatto i problemi della fertilizzazione delle colture sono ben
conosciuti in Italia. Ma ciò che è valido per un paese può non esserlo per un
altro. Altre terre, altri climi ed altri cultivar.
Si trattava di fertilizzanti. C’era un progetto di fertilizzazione del mais già iniziato.
Alla fine dell’esposizione, parlai di ciò che avremmo fatto nei campi sperimentali
della regione.
Il risultato delle esperienze era difficilmente prevedibile e conclusi il discorso
dicendo: - vedremo quale sarà il “responso” della sperimentazione. -
Tutta l’udienza scoppiò in una risata sonora e prolungata. Io non mi rendevo
conto del motivo, dato che ero stato ascoltato con grande attenzione per tutto
il tempo. Chiesi spiegazioni al mio vicino, ma questi continuava a ridere senza
freno e non mi rispondeva.
9
Solo poco dopo, in un vocabolario, fui in grado di leggere che per “responso”,
nella lingua spagnola, s’intendono “versetti e preci” che si recitano in presenza
dei defunti.
Al momento della”papera” furono varie le persone che mi chiesero cosa avevo
voluto dire con ”responso” ed io non ebbi altra alternativa che fare un
sorriso idiota.
RICORDI DI GUERRA
Eravamo in guerra. La seconda guerra mondiale, del 1939. Del 1940 per l’ Italia.
Avevo undici anni. Mio padre era medico1 in una cittadina delle Marche e
di quando in quando riceveva un regalo, spesso in cambio del pagamento della
visita: una scatola di tabacco turco, biondo e profumato, una bottiglia di
cognac, una di champagne. Tutte cose introvabili in tempo di guerra per i
comuni mortali e quindi preziose.
In quei tempi si usava bere un bicchierino di cognac dopo pranzo, nei giorni di
festa. Solo alla fine della guerra, con l’arrivo delle truppe americane, l’whisky
sarebbe diventato popolare. Lo champagne si beveva nelle grandi feste: a Natale,
a Pasqua e in occasione dei compleanni.
Io presi in consegna una bottiglia di champagne che ci avevano regalato.
Poco tempo dopo un aereo da caccia nemico mitragliò la ferrovia e tutti cominciammo
ad aver paura. Non passò molto tempo quando una squadra di quadrimotori
sorvolò la città. Erano cinquanta aerei, in formazione triangolare che
volavano molto in alto. Ma la terra tremava sotto i piedi, quando s’avvicinavano.
Lasciarono cadere il loro carico di bombe sulla città.
E fecero un disastro. Fummo presi tutti di sorpresa e impreparati.
Era la prima volta.
Non c’era più nessun dubbio.
Bisognava abbandonare la città e rifugiarci in campagna. E questo facemmo.
Io non avevo dimenticato la bottiglia di champagne.
Era troppo preziosa e quando ci trasferimmo in una villa a 15-20 chilometri di
distanza, la misi tra le cose da portare con noi, bene imballata con giornali, in
una scatola di cartone.
10
1. Molti, molti anni dopo, quando la guerra era già diventata un ricordo, posero il suo
nome ad una strada della città, in ricordo dell’umanità con cui aveva esercitato la sua
professione in quegli anni feroci.
11
Quando chiedevo a mio padre di aprire la bottiglia, lui diceva sempre d’aspettare
la fine di quel brutto periodo.
L’avremmo aperta in un’altra occasione.
Ma la guerra, i bombardamenti e la fame ci accompagnarono per lungo tempo.
Sognavamo la pace, la casa in città, una vita normale. La normalità era un sogno
che sembrava irraggiungibile. Ma io continuavo a conservare lo champagne.
Forse avremmo potuto berlo alla fine del conflitto.
E dal sud si avvicinò il fronte di guerra. Quando fu abbastanza vicino, mio
padre decise di portarci con lui, nell’ospedale dove lavorava. Lì c’era la croce
rossa dipinta sul tetto.
Il passaggio del fronte era troppo pericoloso ed imprevedibile e lui disponeva
di una stanza grande, sufficientemente grande per tutti noi. Lì avremmo potuto
aspettare la fine dei giorni più pericolosi.
La decisione della fuga era stata presa in fretta e furia. Non portavamo quasi
nulla con noi. Gli ultimi a partire fummo io e mio padre.
Io avevo aperto la scatola di cartone e tenevo nel pugno, per il collo, la bottiglia
di champagne. Mio padre si impazientì perché stavo perdendo tempo per
quella sciocchezza.
Ce ne andammo camminando in fretta. Si camminava lentamente, con precauzione,
solo quando un rilievo o una piccola collina nascondeva l’orizzonte. A
nord e a sud della zona dove eravamo erano schierati i due fronti, non molto
lontano.
Non c’era movimento. Non si vedeva nessuno. Si udivano solo i sibili dei
proiettili dei cannoni che passavano sulle nostre teste ed andavano a scoppiare
più lontano. Noi avevamo scelto un percorso in linea retta tra la villa e l’ospedale,
in mezzo ai campi. Erano forse dieci chilometri da fare a piedi, senza neppure
uno stradello. Ma questo non importava molto. Avevamo paura.
Ma c’era un fiumicello che ci sbarrava la strada. Non era grande, ma profondo.
O forse io non ero molto alto a quell’età. E l’acqua era fredda. L’attraversai
tenendo la bottiglia sopra la testa. Mio padre mi disse qualcosa circa la mia
testardaggine e a proposito di quella bottiglia.
Ma la fortuna era con noi. Arrivammo all’ospedale e ci rifugiammo nell’abitazione
riservata a noi. Io ero zuppo, per aver attraversato il fiume. Posai la bottiglia
sopra un tavolinetto basso e mi allontanai un po’ per asciugarmi e coprirmi
come potevo.
Poi si udì uno scoppio e, quando mi voltai a guardare, vidi i pezzi di vetro della
bottiglia ed il liquido giallo dello champagne ancora spumeggiante sul pavimento.
Uno dei miei fratelli, il più piccolo, correndo nella stanza, aveva urtato
il tavolino che sosteneva la preziosa bottiglia.
I TEUTONI E “L’UOMO CHE RIDE”
Era completamente idiota. Avrà avuto vent’anni e rideva. Rideva sempre e correva.
Ma era un bravo ragazzo, dicevano. Faceva tutto quello che gli si diceva,
la madre assicurava, e l’aiutava molto in famiglia.
Noi eravamo studenti di ginnasio ed andavamo ai giardini pubblici, a Fabriano,
nelle belle giornate. Eravamo all’inizio della guerra e quella sarebbe stata
l’ultima “bella estate” di vacanze.
L’idiota qualche volta si univa a noi. Quasi non parlava e quando parlava si
capiva molto poco. Rideva, poi si metteva a correre. Io non sapevo neppure
come si chiamasse. In una occasione, per merito anche suo, appresi alcuni
sinonimi.
- Perché lo lasceranno libero? Dovrebbero occuparsene - disse uno del nostro
gruppo.
- Ma è buono. Fa parte del paesaggio e poi è come noi, nativo, indigeno, autoctono
- rispose quello che era il più bravo a scuola, facendo sfoggio della sua
conoscenza del vocabolario dei sinonimi del Tommaseo, che avevamo conosciuto
da poco, a scuola.
Al centro dei giardini pubblici c’era una grande fontana rotonda, con uno zampillo
molto alto, con pesci rossi e l’idiota, dopo una bella corsa, tutto sudato,
la raggiungeva e sommergeva la testa nell’acqua. Poi la scrollava come fanno
i cani quando sono bagnati.
E rideva e viveva contento.
Noi non gli facevamo molto caso. Contagiava allegria anche a coloro che gli
erano vicini col suo riso spensierato e irresponsabile.
Poi cominciò il periodo peggiore della guerra. La guerra mondiale del ’40. Bombardarono
la città, che rimase deserta. Tutti si rifugiarono in campagna.
Con la mia famiglia trascorsi molto tempo in una villa isolata, sopra una collina.
Un giorno venne a visitarci un compagno di scuola di mio fratello, che viveva
in un paesotto vicino. Si parlò di molte cose e, a un certo momento, lui disse: -
anche quel poveraccio di Carlo è morto -.
- Quale Carlo?
- Carlo, l’idiota, “l’uomo che ride”.
I tedeschi, che si stavano ritirando, l’avevano catturato. Lo accusarono d’essere
una spia dei partigiani. Ma lui rideva, rideva sempre. Non si difese e lo fucilarono.
Il suo ricordo si perse nel nulla. Nessuno ne parlò mai più. Furono tanti i morti
che seguirono!
Da “Valigie di cartone” - Centro Marchigiano di Pergamino (Argentina).
12
PRIME ESPERIENZE NEL NUOVO MONDO
Arrivato in Argentina da pochi mesi, venne il momento di fare il raccolto nei
campi sperimentali stabiliti nella zona.
Con una camionetta e una “jeep Willy” (un residuato di guerra rimesso a nuovo)
e sei uomini (che sapevano ancora come raccogliere il mais a mano) stavamo
realizzando il nostro lavoro quando fummo fermati, sull’autostrada, da un
gruppo di uomini scesi da un camion.
Come ho detto, io ero arrivato da poco in Argentina. Capivo abbastanza quando
la gente del luogo mi parlava e mi facevo intendere dai miei uomini, ma non
avevo ancora il coraggio di parlare ad estranei nella nuova lingua, che conoscevo
appena.
Sapevo che l’accento, la maniera di costruire le frasi e gli spropositi detti mi
facevano riconoscere subito come straniero.
Il gruppo di individui che era sceso dal camion si mostrava arrabbiato ed
aggressivo.
Io non afferravo bene la situazione. Gridavano che c’era un “paro”. Che non era
possibile che gente come noi rompesse “el paro” e facesse la raccolta del mais.
Non conoscevo il significato della parola “paro”.
Lo chiesi ad uno dei miei uomini, che mi spiegò che c’era uno sciopero degli
operai agricoli.
La mia gente taceva, senza reagire all’aggressività degli sconosciuti.
Preoccupato, cominciai a parlare io, cercando di spiegare che non eravamo
”crumiri”, ma solo personale della Stazione Sperimentale che non voleva perdere
i risultati degli esperimenti ed il lavoro di un intero anno che, alla fin fine,
noi facevamo in beneficio di tutti.
Non facevamo la raccolta del mais per nessun proprietario.
Naturalmente parlavo in italiano, senza neppure rendermene conto.
Ed allora successe una cosa strana. Quegli uomini deposero la loro aggressività.
Io, un giovane che parlava in modo più o meno comprensibile, la sigla dell’istituzione
per la quale lavoravamo, scritta ben grande sulle auto e che evidentemente
essi conoscevano, parvero loro una valida ragione per accettare i
nostri motivi.
Non dissero più nulla. Risalirono sul loro camion e solo quello che guidava,
affacciandosi al finestrino, disse in modo educato: “no lo hagan más” e
se ne andarono.
La mia gente mi spiegò poi che non era molto prudente fare cose del genere e
cioè interferire con uno sciopero.
Io avevo la coscienza tranquilla.
13
- Voi non mi avete avvertito ed io non sapevo - mi giustificai.
Erano brava gente. Con gli anni, più di una volta si dimostrarono amici.
***
Un giorno percorrevamo un’autostrada con la camionetta di servizio. Il mio
aiutante guidava, io leggevo un foglio di istruzioni per un lavoro che dovevamo
fare.
Ad un certo momento un uomo, al bordo della strada, ci fece cenno di fermare
e chiese un passaggio sino al seguente villaggio.
L’autista disse subito di sì e lo fece salire nella cabina.
Io non ero molto contento.
Venivo da un paese dove esisteva una legge che faceva responsabile il proprietario
dell’auto di qualsiasi possibile incidente.
Più di un tribunale, in Italia, aveva emesso condanne in casi di incidenti e sapevo
che solo noi, il personale dell’istituzione, eravamo coperti dall’assicurazione.
Ma in quegli anni le cose erano diverse in Argentina.
Per lo meno nell’interno, c’era molta onestà e rispetto anche per gli sconosciuti.
Solo negli ultimi tempi le cose son cambiate e molto.
Lo sconosciuto cominciò immediatamente a parlare con l’autista. Io tacevo.
Ad un certo momento ascoltai una parola che non conoscevo: “sartén” ossia
“padella”.
Vinto dalla curiosità chiesi al mio aiutante cosa significava.
Lo sconosciuto, ascoltata la mia domanda, si sorprese e scandalizzato, disse:
- Ma come, un giovane come te non conosce una padella? Bisogna studiare.
Non c’è più posto per gli ignoranti in questo mondo! -
Ma l’autista intervenne.
- Il dottore è italiano - disse.
Lo sconosciuto ammutolì.
Io tacevo e lui non aprì più bocca sino all’arrivo. La scena si fece pesante. Sembrava
d’ascoltare il silenzio che regnava nella cabina dell’auto.
Arrivati all’entrata del suo paesotto, l’auto si fermò e il passeggero scese, senza
dir parola.
Io ebbi un po’ di vergogna. L’autista sorrideva.
***
Lavoravo da poco tempo nella Stazione Sperimentale e un giorno il segretario
della sezione mi avvertì che dovevo presentarmi immediatamente in direzione.
14
Presi la camionetta di servizio ed andai.
Una segretaria mi disse che mi aspettavano nel salone delle riunioni e che
dovevo partecipare ad una trattativa con alcuni dirigenti di una grande società,
con i quali la Stazione Sperimentale stava progettando una collaborazione.
Quando entrai mi resi subito conto che c’era una atmosfera tesa tra i presenti.
E la cosa non era piacevole, particolarmente per me che avevo ancora problemi
con la lingua.
Il direttore ed i dirigenti della società non riuscivano a mettersi d’accordo.
Erano tutti seduti nel mezzo del salone delle riunioni, dove c’era un grande
tavolo ovale, con un vetro spesso e oscuro sulla superficie.
Io salutai e mi sedetti, deciso a non parlare o parlare con molta prudenza non
essendo al corrente di quanto era stato detto o discusso in precedenza.
Era estate ed indossavo una camicia color verde, nuova.
Ben presto i rappresentanti delle due parti cominciarono ad alzare la voce.
Io diventai nervoso e, poiché dal bottone del polsino della camicia fuoriusciva
un filo bianco, lo afferrai e tirai più forte del necessario.
Non l’avessi mai fatto!
Il filo venne via ed il bottone, libero, saltò sul vetro, nel mezzo del magnifico
tavolo, con un rumore che a me parve assordante e continuò a sobbalzare con
un ticchettio che non avrei mai immaginato possibile.
Tutti i partecipanti alla riunione interruppero i loro discorsi, seguendo con gli
occhi il percorso del bottone, che non si fermava mai.
A me sembrò che il sangue mi si congelasse nelle vene e trattenni il respiro, preso
da un’ansia irragionevole. Ma, guardando il direttore, vidi che la sua faccia,
da molto seria, si faceva distesa. Un rappresentante della società ospite, sorrise
lievemente. Il suo vicino cominciò a ridere e trascinò in una sonora risata tutti
i presenti.
Il gelo della riunione si era rotto e tutti cominciarono a discorrere cordialmente.
Nessuno disse una parola sul bottone. Mi guardavano sorridendo e parlavano
tutti insieme e interrompendosi l’un l’altro.
La riunione finì poco dopo. Le due parti si posero d’accordo rapidamente e,
quando i visitanti si apprestavano ad andar via, si avvicinarono per salutarmi
con grande effusione.
Io raccolsi il bottone, pietra dello scandalo, e lo posi nel taschino della camicia
per farlo ricucire in casa.
Ma non troppo forte… perché aveva dimostrato d’essere capace di salvare
situazioni molto compromesse.
***
15
Il primo giorno di lavoro ero seduto alla mia scrivania, leggendo alcune relazioni
per mettermi al corrente della situazione. I due ingegneri agronomi (in
Argentina si chiamano così i laureati in agronomia) che mi avevano preceduto,
mi avevano lasciato solo. Uno era stato trasferito ed il secondo era partito per
il Nord America con una borsa di studio.
Io ero lì per sostituirli.
Il direttore, un uomo corpulento e quasi sempre sorridente, entrò nell’ufficio
e si sedette davanti a me.
Dopo lo scambio di alcune frasi di cortesia, mi disse:
- Tu e la tua famiglia siete arrivati da pochi giorni. Immagino che avrete un sacco
di cose da fare, per sistemarvi. Avrete preoccupazioni come sempre accade
in simili frangenti. Sono venuto a dirti che io pretendo che il personale della
sperimentale si dedichi e pensi al proprio lavoro. Pertanto se hai problemi
urgenti da sbrigare, qualsiasi cosa… dimmelo. Provvederò io, se possibile. Pensa
al lavoro e lascia che io mi guadagni il mio stipendio come direttore. -
Io rimasi senza parole. Mai avrei immaginato una simile accoglienza. Mai sentito
dire una cosa così, in Italia.
La decade del ’60 era un periodo molto buono per la ricerca, in Argentina ed il
comportamento del direttore lo lasciava intravedere.
E negli anni seguenti io, che venivo da un altro paese, fui in grado di fare un
buon lavoro.
Venivo da un altro continente. Vedevo i problemi in modo diverso e vedevo
cose che il personale del luogo non vedeva, semplicemente perché quelle cose
erano state sempre così.
Purtroppo negli anni seguenti tutto cambiò. L’economia non migliorò. Ci
furono vari “golpes” da parte dei militari, che non aiutarono.
Ma quanto era successo all’inizio mi diede l’idea di come fosse apprezzato il
lavoro di ricerca nel paese.
L’Argentina rimane sempre un grande paese agricolo, con un Istituto per la
Ricerca Agricola meraviglioso. Ma la ricerca richiede tempo e denaro, non
sempre disponibili a sufficienza.
IO… ANTIFASCISTA?
A Fabriano, nelle Marche, faceva freddo d’inverno.
Ogni due o tre anni veniva il “nevone” e tutta la città rimaneva coperta da 40-
50 centimetri di neve.
Non so come sarà ora , con il “riscaldamento globale”.
16
Ed era una festa per noi adolescenti ed ancor più per me che ero proprietario
di un paio di sci e percorrevo a piedi vari chilometri, sino alla cima di una collina
chiamata “Monticelli” per trascorrere tutto un pomeriggio sulla neve.
Erano gli anni del fascismo e quando si scriveva una lettera, si metteva, in alto,
a destra: “Anno XX Era Fascista”. Ed io facevo il ginnasio.
In quegli anni si andava a scuola tutti i giorni della settimana ed anche il sabato,
che era anche lui “fascista”; “sabato fascista”, il che significava che nel pomeriggio
non si faceva lezione, ma bisognava mettersi in divisa per fare esercizi militari
nel cortile del vecchio convento, dove erano le aule del ginnasio e del liceo.
Tutti gli studenti erano, a seconda dell’età, figli della lupa, balilla o avanguardisti.
I figli della lupa erano i più piccoli e non avevano obblighi particolari.
I balilla avevano come divisa, pantaloni corti di color verde e camicia nera. Gli
avanguardisti indossavano pantaloni alla zuava e giacca verde.
Il mio problema era che a un certo punto cominciai ad usare pantaloni alla zuava
anche quando ero vestito da civile e, quando mi fui abituato a stare con le gambe
ben coperte dal freddo dell’inverno, non avevo più molta voglia di mettere i pantaloni
corti per andare a compiere il mio dovere di balilla. Sentivo freddo.
Ed un giorno ebbi una brillante idea.
Visto che mio padre era medico, perché non farmi fare un certificato per giustificare
la mia assenza e non dover andare a prender freddo nel cortile del convento?
Così il lunedì seguente, quando finito l’appello l’insegnante mi disse che dovevo
presentarmi al preside per giustificare la mia assenza al “sabato fascista”, io
andai tranquillo. Presentai il certificato e tutti finì lì.
Ma il problema non era risolto, perché poi vennero gli altri sabati e, data la mia
insistenza, mio padre mi fece altri certificati. E la cosa andò avanti per tre o
quattro settimane.
Ma un lunedì mattina, quando mi presentai al preside, questi mi disse con voce
stentorea che se il seguente sabato non avessi partecipato agli esercizi militari,
in divisa e con tanto di moschetto di dimensioni ridotte, sarei stato espulso da
tutte le scuole del regno.
In quei tempi avevamo ancora un re.
Io non mi impressionai molto e il sabato seguente fui di nuovo assente. Forse
non mi rendevo ben conto di cosa significasse non poter andare più a scuola. Il
lunedì seguente, dopo l’appello, mi fecero uscire dall’aula, ed io ero forse più
contento che dispiaciuto.
Ma la “dea fortuna” esiste.
Nella settimana seguente un aereo da caccia nemico sorvolò la città e mitragliò
la linea ferroviaria. Era la prima volta che avevamo a che fare con il nemico, che
sino allora conoscevamo solo per quello che dicevano i “giornali radio” .
17
Molta gente uscì dalla città per vedere l’effetto del mitragliamento. Le traversine
di legno erano scheggiate. Sui binari si vedevano le tracce brillanti che i
proiettili avevano lasciato sull’acciaio. Ma niente più..
Poi, pochi giorni dopo, una squadra di cinquanta quadrimotori, in formazione
triangolare, sorvolò la città e lasciò cadere un micidiale carico di bombe.
Non c’era stato allarme. Era la prima volta che succedeva e la distruzione fu
grande ed i morti molto numerosi.
Pochi giorni dopo tutta la città era deserta. La popolazione era sfollata nelle
poche ville e nelle case dei contadini nella campagna circostante.
Quando, dopo più di un anno, ritornammo in città e ricominciarono le scuole,
nessuno ricordò più la mia “espulsione da tutte le scuole del regno”
L’ESAME
Io, finito il liceo, partivo per frequentare i corsi della facoltà d’agronomia, nell’università
di Pisa.
Avevo con me una valigia con solo le mie cose personali e non avevo la minima
idea dell’ambiente in cui mi sarei trovato a vivere e studiare.
La prima materia che, secondo il programma, dovevo frequentare era matematica.
Poi seguivano fisica, botanica, genetica e tutte le altre.
Il corso di matematica veniva impartito nell’edificio “La Sapienza”, al centro della
città. Una costruzione monumentale, dove c’era un grande salone con un pavimento
di legno, non lucidato e vecchio, che rendeva l’ambiente polveroso. In
fondo al salone, su una pedana, una cattedra che, mi dissero, era stata di Galileo.
Non so se sarà vero. Ma vera era l’atmosfera tipo:”noi siamo gli eredi di Galileo”
che si viveva nell’istituto. Nessuno prestava la minima attenzione agli studentelli.
Gli insegnanti erano inavvicinabili ed anche il resto del personale sembrava
essere ben cosciente di quell’eredità.
Mi fu indicato di entrare in un’aula ad anfiteatro, molto grande.
I banchi erano forse davvero del tempo di Galileo, tanto erano vecchi.
C’erano pochi studenti dispersi che seguivano, silenziosi, un anziano signore
che, in cattedra, scriveva su una lavagna e parlava.
Parlava di sistemi d’equazioni e determinanti e del modo di semplificare questi
ultimi per poterli risolvere.
Non c’erano ancora i calcolatori.
Io non avevo idea di cosa si trattasse.
Avevo frequentato il liceo classico. Avevo appreso che il greco, il latino e l’italiano
erano le materie veramente importanti.
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Ciò che ascoltavo in quell’aula servì solo a darmi un’idea di cos’è il complesso
d’inferiorità.
E fu tutto per quel giorno.
L’indomani andai ad ascoltare una lezione di botanica. Questa volta, pensai,
sarebbe stata un’altra cosa.
Nell’aula entrò un signore anche lui anziano, piuttosto grasso che, in piedi, con
gli occhi semichiusi, cominciò a parlare, con un linguaggio molto ricercato e
nuovo per me, di ontogenesi, filogenesi e così via.
Dico la verità che quando uscii dall’istituto di botanica ero davvero spaventato.
Possibile che con un diploma del liceo classico non fossi in grado di seguire
corsi universitari?
A dire il vero si trattava di matematica e scienze, cose non molto approfondite
nel classico e che io non avevo mai curato molto.
E presi una decisione.
Ritornai a Fabriano col primo treno, raccolsi tutti i libri del liceo che mi sembravano
necessari e ritornai a Pisa.
Questa volta cominciai a studiare le cose basiche di matematica, fisica e scienze
e, solo alla metà del corso, dopo mesi, frequentai assiduamente le lezioni
universitarie.
Fu un anno straordinario e, per la prima volta, appresi cosa significa studiare
veramente.
Venne il giorno dell’esame di matematica.
Questo si svolgeva così: c’era una gran porta chiusa e una lunga fila d’una ventina
o più di ragazzi, tutti con il libretto universitario in mano.
Un bidello seduto a un tavolo, faceva entrare uno studente alla volta, quando
ascoltava un campanello e richiudeva la porta misteriosa.
Non passavano più di dieci minuti o un quarto d’ora e gli studenti uscivano,
frequentemente con la faccia seria, e se ne andavano per una porta laterale.
Quando qualcuno chiedeva come era andata, non rispondevano o facevano un
gesto scoraggiato, molto significativo.
Io ero nella fila tra i primi cinque e più di una volta mi fu chiesto di cambiare
il posto con uno del fondo della fila.
Erano quelli che non resistevano alla tensione che c’era nell’aria e volevano
finire subito, in qualsiasi modo.
Ma anch’io ero diventato fatalista. Se il destino mi aveva assegnato quel turno,
quello avrei conservato.
Quando entrai nella stanza fatale, vidi un grande tavolo con tre uomini seduti.
Quello del centro sembrava essere il presidente della commissione.
19
A me disse, molto gentilmente, di sedere. Poi prese un foglio di carta grande,
un foglio di carta di disegno e scrisse qualcosa in alto a sinistra. Me lo porse
insieme ad una matita ben appuntita, senza dir parola.
Aveva scritto un’equazione con esponenti, da derivare.
Sì, però non era tanto semplice. Bisognava trasformare gli esponenti, prima di
poter fare la derivazione. Io avevo studiato una espressione simile il giorno prima,
ripassando la materia e, anche se con mano tremante, feci quanto mi si
chiedeva silenziosamente.
Il professore, presidente della commissione, guardò il risultato ed allora
cominciò a fare domande e qui cominciò il vero esame. Solo allora intesi cosa
era accaduto prima di me, con coloro che uscivano dopo pochi minuti, con la
faccia seria. L’esercizio da svolgere sul foglio di carta da disegno era solo una
maniera di porre fine rapidamente all’esame.
Quando dopo qualche tempo, e a me parve un secolo, uscii, uno di quelli che
stavano nella fila aspettando, mi chiese come era andata.
- Molto bene - dissi. Infatti nel libretto universitario c’era scritto trenta. Il punteggio
massimo.
Allora lui, approfittando del mio stato d’animo, mi chiese se gli prestavo le
dispense sulle quali avevo studiato.
Io, felice, gli dissi di prendersi tutto ed ero tanto frastornato che non gli chiesi
neppure come si chiamava.
Un anno dopo, quando non ero più “matricola”, mentre mi trovavo nell’istituto
di microbiologia, un ragazzo venne a cercarmi dicendomi che era venuto
per restituirmi le dispense di matematica che gli avevo prestato.
Io, ricordando il fatto, gli chiesi come aveva saputo il mio nome.
- Ho solo chiesto dove si trovava lo studente d’agronomia che aveva preso
trenta in matematica - mi rispose.
Ora quelle dispense, che la compagna della mia vita fece rilegare, tanti anni fa,
in due volumi con la copertina rossa, sono ancora nella mia libreria. Sono un
gran bel ricordo.
LA FANCIULLA GALLIANA
Perugia è il capoluogo dell’Umbria. È una città non molto grande, tutta salite
e discese, ubicata su un’alta collina.
Sono frequenti stradicciole molto strette d’epoca medievale, fatte per transitare
a piedi o a cavallo.
È una città cresciuta nei secoli, rispettando molta parte delle antiche costruzioni.
20
Ricordo che un giorno dovetti andare, per motivi di lavoro, sino al centro della
città.
Entrai per la porta del sole e parcheggiai l’auto vicino alla piazza grande. A quei
tempi ancora si poteva.
Mi inoltrai nelle stradine del centro e, chiedendo ad alcuni passanti, trovai l’edificio
nel quale dovevo andare.
Sbrigate le mie cose, all’uscita del palazzo, mi sembrò che sarei arrivato prima
al parcheggio dell’auto, camminando più o meno in linea retta.
Così mi inoltrai per vicoli stretti, ombreggiati da alte costruzioni laterali. Dopo
un breve tratto, la stradina si aprì su una piazza non molto grande e deserta.
Vidi immediatamente, sulla sinistra, quello che mi sembrò un sarcofago di pietra
bianca, murato sulla parete di una casa, ad altezza d’uomo.
Mi avvicinai e constatai che effettivamente era un sarcofago, con incisa una
scritta:
“Qui giace la fanciulla Galliana, beneamata dalla popolazione che volle conservarla
con se, nel quartiere, dopo la sua prematura morte”.
Il sarcofago e la scritta mi lasciarono pensando. La stranezza della scoperta e il
significato di quelle parole erano un buon motivo.
Era una bella giornata di primavera e nella piazzetta regnava il silenzio. Quella
scritta e l’aspetto medievale del luogo mi suggerirono la visione di una giovane
ragazza, bella e gentile, benvoluta da tutti e che viveva felice in quel posto
incantevole, stroncata un giorno, da una impietosa malattia. Immaginai lo
sconcerto e il dolore provato dai vicini al vedere qualcosa di giovane e bello
finire così, all’improvviso.
Ero anch’io nel Medioevo e mi sentivo partecipe.
Dopo un po’ ritornai in me ed era mezzogiorno passato.
Mi avviai alla ricerca di un ristorante.
“Più che il dolor poté il digiuno”.
L’INIZIO DELLA GUERRA
Eravamo nel 1940. Tutta la famiglia era seduta su seggiole, disposte a semicerchio,
di fronte alla radio accesa.
Da Roma, doveva parlare il Duce.
Avrebbe dichiarato la guerra alle nazioni “plutocratiche” che si erano schierate
contro la Germania.
I tedeschi avevano già conquistato la Polonia, l’Olanda, il Belgio, la Francia e
la guerra sarebbe finita presto, si diceva.
21
Il rappresentante di una casa editrice riuscì a vendere un atlante a mio padre,
con la promessa che avrebbe ricevuto, gratis, i nuovi fogli con impresse tutte le
future modifiche che Germania ed Italia avrebbero fatto ai confini degli stati
europei, non appena terminata la guerra.
Se l’Italia non entrava in guerra ora, Mussolini non avrebbe potuto sedere al
“tavolo della pace”.
Alla radio si ascoltava l’ovazione della folla riunita nella piazza, di fronte a
“Palazzo Venezia” dove, da un balcone, si sarebbe affacciato il Duce.
Tutti, chi più chi meno, erano entusiasti. L’Italia non aveva un esercito molto
armato, ma “quattro milioni di baionette” erano pur qualcosa.
Solo i più anziani, che ricordavano la prima guerra mondiale, avevano dubbi.
Ma neppure loro potevano immaginare quanto diversa e terribile sarebbe stata
questa seconda.
Così iniziò la seconda guerra mondiale.
Quando terminò l’Italia era distrutta.
***
La guerra era già cominciata e, insieme a mia madre, ero andato a Porto Civitanova,
dai miei nonni.
La città è situata sull’Adriatico, con una bella spiaggia di sabbia bianca e ciottoli
molto levigati, che non danno fastidio quando si camminava a piedi nudi.
Io ricordavo la spiaggia com’era d’estate, negli anni precedenti al conflitto,
molto affollata da grandi e bambini che giocavano, con file di capanni di legno
ad una certa distanza dalla riva e piena di ombrelloni, di tutti i colori, nello
spazio tra i capanni ed il mare.
C’era molta musica e molti “mosconi”, una specie di piccoli “catamarani”,
tutti dipinti di bianco, che si potevano affittare per remare al largo, nei giorni
di mare calmo.
Alcuni venditori percorrevano la spiaggia, avanti e indietro, offrendo bibite,
pasticcini e “bombe alla crema”, spesso seguiti da un codazzo di bambini che
non avevano il denaro necessario per comprare quelle leccornie.
Quel giorno io mi avviai alla spiaggia da solo, perché tutti mi consigliavano
di non andare.
Poco tempo prima era stato visto un sottomarino, dicevano, e non si sapeva
se amico o nemico.
Quando arrivai alla spiaggia, la trovai completamente deserta.
Non c’era gente, non c’erano capanni, non c’erano ombrelloni colorati, né
musica.
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È difficile dire quel che provai alla vista di un simile spettacolo, in quel silenzio
assoluto. Più che sorpresa, era spavento, anche se irragionevole. Forse il
pensiero di vedere emergere dall’acqua un altro sottomarino.
Impossibile godersi lo spettacolo, pur bello, di quell’arena bianca con ciottoli
di vari colori, di quel mare calmo, perfettamente liscio e trasparente e brillante
come si vedeva raramente anche d’estate.
Decisi immediatamente di ritornare in città, nella confusione e nel traffico.
Là si poteva stare ancora tranquilli.
AMOR DI PATRIA
La Stazione Sperimentale Agricola nella quale lavoravo, era localizzata nel centro
dell’Argentina, vicino ad una cittadina non molto grande.
Molti italiani e discendenti di italiani vivevano stabilmente nel luogo e naturalmente
erano soci del Circolo.
Il Circolo non era molto frequentato. La collettività si riuniva solo una o due
volte all’anno per festeggiare ricorrenze patrie.
In queste occasioni si parlava molto dell’Italia. La prima domanda che uno si
sentiva fare era: di che regione sei?
E, se la persona era simpatica, iniziava una conversazione fluida, altrimenti ci
si sentiva dire: ma io sono del Nord… o… ma io sono argentino.
Naturalmente il Circolo aveva una commissione direttiva ed un presidente. La
carica di presidente era molto ambita perché dava diritto a questo titolo a chi
titoli non ne aveva.
Ma i soliti malintesi, tanto frequenti nelle comunità italiane, rendevano sempre
necessarie nuove elezioni.
La cosa più desiderata da tutti era poter fare un viaggio in Italia e molti riuscivano
nell’intento.
Alcune volte la comunità riceveva la visita di rappresentanze diplomatiche e,
già molti anni fa, un ambasciatore che era di passaggio si fermò un paio di
giorni nel migliore albergo della città.
Era una persona molto alla mano che preferiva parlare con le persone singole
e non fare discorsi.
Erano ancora tempi nei quali si preferiva non mostrare molto amor di patria.
Alla fine, la sconfitta della seconda guerra mondiale non era poi tanto lontana.
La visita al monumento del Milite Ignoto, a Roma, non era di moda.
Tutti coloro che hanno sofferto la guerra, la sconfitta ed il dopoguerra sanno
bene di cosa sto parlando.
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Tra gli italiani non c’era accordo se si dovesse festeggiare il quattro novembre
e quindi una vittoria o il due giugno e cioè una… sconfitta.
Nel Circolo, normalmente vinceva il partito del quattro novembre, ma una
consulta realizzata presso il consolato ci informò che per loro questo giorno
era un giorno lavorativo.
Solo alcuni anni dopo un presidente della Repubblica Italiana impose il festeggiamento
del giorno della fondazione della Repubblica.
In occasione della visita dell’ambasciatore alcuni gli chiesero lumi sulla opportunità
di scegliere una delle due date.
Ma l’ambasciatore non per nulla era un diplomatico. Fece alcuni cenni alla prima
guerra mondiale ed altrettanti sulla seconda, senza pronunciarsi e terminò
la conversazione dicendo che per quanto riguardava la sua italianità… lui aveva
sposato una signora turca!
Quando fu accompagnato all’albergo, il diplomatico volle saldare il suo conto
ma il portiere, che sapeva chi era, gli disse d’aspettare un minuto e andò a chiamare
il proprietario.
Questi, un vecchio italiano, venne a salutare e, con un tono che non ammetteva
repliche, gli disse che nessun ambasciatore del suo paese avrebbe mai pagato
per la permanenza nel suo stabilimento.
Molte volte ripensai a quelle parole.
Non è questo Amor di Patria?
IO, LA GUERRA E GLI EROI
La guerra è la seconda guerra mondiale, quando ero solo un ragazzo.
Pertanto non sono stato richiamato alle armi, né mandato a un fronte.
Sono scampato a un lungo periodo di bombardamenti ed alla ritirata dei
tedeschi.
Non è stato piacevole, ma ho potuto osservare molte cose.
In quel periodo eravamo sfollati. Si viveva in campagna, abbastanza lontano
dalla città, in una villa su una collina.
Un giorno accompagnavo mio padre, medico, che aveva visitato uno dei suoi
clienti.
A piedi, scendevamo per la strada di terra da una collina, quando sentimmo il
rombo di un motore d’aereo.
Avemmo solo il tempo di girar la testa per vedere un caccia. Credo fosse uno
spitfire, per il tipico disegno delle ali.
In picchiata, veniva diretto verso noi due, alle nostre spalle.
24
Istintivamente saltammo il bordo della strada, io da un lato e lui dall’altro,
rotolando sui lati della collina.
L’aereo ci sorpassò a non molti metri dal suolo, riprendendo quota e rimpicciolendo
in lontananza.
Non avemmo neppure il tempo di provar paura. Probabilmente il pilota aveva
voluto spaventarci. Molti di quei piloti da caccia erano poco più che ragazzi.
Un piccolo scherzo!
***
Un bel giorno, di primo mattino, quando ancora dormivamo tutti, arrivarono
alcuni “sidecar” con soldati tedeschi. Ci cacciarono dal secondo piano a pianterreno
e nelle nostre stanze si installarono loro.
Era un comando austriaco, come sapemmo poi. Fummo fortunati, perché si
diceva che gli austriaci fossero più amichevoli dei tedeschi.
Erano quasi tutti molto giovani.
Era difficile parlare con loro perché conoscevano solo poche parole d’italiano.
Io invidiavo loro il pane di segale, nero, che mangiavano spalmato di margarina,
regolarmente, alle ore dei pasti, mentre noi avevamo tessere per comprare
alimenti, che non servivano molto, visto che gli alimenti non c’erano.
Tutte le mattine partivano i “sidecar” con tre uomini. La sera tornavano le
motociclette col carrozzino spesso vuoto.
A turno, i soldati avevano un giorno di vacanza, ogni settimana.
Una mattina uno di loro, nel giorno di riposo, disegnava seduto sul prato di
fronte alla casa.
In quei tempi anch’io mi divertivo, di quando in quando, a scarabocchiare su
fogli di carta da disegno.
Mi sembrò quasi un collega e poiché non aveva molti anni più di me, mi feci
coraggio e provai a parlargli.
Naturalmente sia io che lui ci intendevamo più con gesti delle mani e della testa
che con le parole.
Mi mostrò il paesaggio che cercava di riprodurre e mi sembrò di capire che
quel pomeriggio sarebbe dovuto partire per il fronte.
- “Paura” ripeteva, “Paura”.
Io non riuscivo a intendere: era lì, senza nessuno che lo sorvegliasse, sapendo
che dopo alcune ore sarebbero venuti a prenderlo per portarlo al fronte, da
dove non sarebbe tornato e con una gran paura .
Sapeva benissimo che i tedeschi avevano già perduto la guerra. Aveva davanti a
sé chilometri di campi e colline boscose e non pensava neppure a fuggire.
25
Gli chiesi più volte perché non se ne andava.
- Ordini… ordini… ja… dodici, venire -
Gli avevano detto che sarebbero venuti a prenderlo alle dodici e lui aspettava.
Io mi convinsi che i tedeschi erano molto disciplinati, ma anche un po’ stupidi.
Non so per quale motivo, ma non lo rividi più.
***
C’erano altri soldati, un po’ più anziani, sposati, che bisognava evitare, perché
appena potevano tiravano fuori dalla tasca il portafoglio con le foto della
moglie e dei figli e non c’era modo di cambiare argomento
***
Una volta accompagnavo mio padre per una stradina di campagna ed incontrammo
un tedesco con i capelli rossi, che aveva voglia di fare amicizia. E parlava,
parlava sorridendo, ma sempre in tedesco e noi non capivamo niente.
Smise quasi subito di sorridere appena cominciò ad udirsi il rombo, sempre più
forte, di una squadriglia di quadrimotori che si avvicinava.
Non c’era pericolo perché eravamo in aperta campagna, ma lui cominciò a tremare
e quando il rombo dei motori si fece più forte, si gettò bocconi sul campo
al bordo della stradina, nascondendo la faccia tra le zolle del terreno arato.
Quando gli aerei furono passati ed erano già lontani, il soldato si alzò e con l’espressione
della faccia un po’ stralunata ripeteva:
- Russia… Russia.
Capimmo che lo avevano mandato in Italia dopo essere stato sul fronte russo.
Si era salvato, ma quella dev’essere stata una esperienza terribile.
***
C’era vicino alla nostra città un ponte, chiamato “i sei ponti” perché aveva sei arcate.
Faceva parte della linea ferroviaria Roma-Ancona e pertanto era molto importante.
Nell’ultimo periodo dell’occupazione tedesca, quasi ogni settimana, una squadriglia
di bombardieri, non so se inglesi o americani, tentava di demolirlo
lasciando cadere una miriade di bombe.
Il bello era che il primo aereo della squadriglia accennava appena una “picchiata”
per avvicinarsi al bersaglio, ma tutto il resto del gruppo lasciava cadere il
carico senza neppure provare ad abbassarsi.
Erano prudenti!
26
Naturalmente da quell’altezza era impossibile colpire il bersaglio e le bombe
solo cavavano grandi crateri nei campi.
Noi ragazzi, quando potevamo osservare la scena, sempre la stessa, da una
doverosa distanza, ci scherzavamo sopra.
***
Dato che eravamo sfollati, io non andavo a scuola.
All’inizio, alcune professoresse venivano periodicamente in una cascina, chiamavano
tutti gli studenti dei dintorni, facevano una specie d’esame ed assegnavano
i compiti per la volta seguente.
L’insegnante d’italiano, molto giovane, mi disse di memorizzare non ricordo
quanti versi di un certo capitolo dell’Eneide. E mi annotò i numeri del capitolo
e dei versi.
Per una distrazione, mi aveva indicato l’episodio che trattava dell’incontro di
Didone ed Enea: “e testimoni ne furon il buio e l’antro…”
Quando, nella lezione seguente, mi chiese di recitare i versi ed ascoltò di che si
trattava, arrossì visibilmente.
L’incidente fu molto divertente per me ed i miei compagni
***
Per mia fortuna c’era la villa di un marchese, a non grande distanza da dove
vivevamo noi.
Il padrone di casa era tutto un personaggio. Faceva parte della guardia nobile
del papa, che a quei tempi esisteva ancora. Aveva una moglie americana ed
una squadra di figlie, di tutte le età, una più bella dell’altra.
Loro avevano una biblioteca ed il nipote del padrone di casa era un mio coetaneo
ed io lo conoscevo. Così, periodicamente percorrevo a piedi, tra i campi, il
cammino sino ad arrivare alla residenza del mio amico, il quale mi prestava tutti
i libri che potevo portare sotto le due braccia. Avevano una biblioteca.
In casa nostra non c’era luce elettrica. Le centrali che la producevano erano state
distrutte.
Io, con un barattolino vuoto di concentrato usato per fare il brodo e che aveva
il coperchio di latta, avevo fatto una specie di lampada. Uno spago attorcigliato,
che attraversava il coperchio e pescava nell’olio del recipiente, era lo
stoppino. Così potevo leggere tutto il giorno e gran parte della notte.
Naturalmente la mattina seguente avevo la faccia coperta dal nerofumo ed il
soffitto della stanza non era più esattamente bianco.
27
Un giorno, mentre ritornavo a casa con i libri, arrivarono gli aerei per ripetere
il bombardamento usuale dei “sei ponti”.
Io, pur essendo a notevole distanza dal bersaglio, atterrito dalle esplosioni e dai
bagliori degli scoppi delle bombe che cadevano da tutte le parti, lasciai cadere
i libri ed abbracciai il tronco di una grande quercia, a lato dello stradello, aspettando
ad occhi chiusi la fine di quel finimondo.
Terminato il bombardamento, con le gambe tremanti, raccolsi i libri e, vicino a
questi, trovai una di quelle piccole eliche, di dieci centimetri di diametro, che
servivano ad attivare la spoletta delle bombe.
Non si era rotta. Con lo scoppio era volata fino a me. Era di alluminio. La raccolsi
e la portai a casa. L’ho usata come fermacarte, per tanti anni.
***
Un bel giorno si sparse la voce che erano arrivati gli americani.
Effettivamente i tedeschi, di notte, avevano abbandonato la villa.
Di primo mattino un solo carro armato tedesco, non molto grande, percorse
il tratto di strada del fondo valle, che si poteva osservare comodamente da
casa nostra.
Erano quattro o cinque chilometri di asfalto rettilineo.
Passammo il resto del giorno fuori casa o sul terrazzo per scorgere qualche
indizio dell’arrivo dei “liberatori”. Non avevamo la minima idea di come
sarebbe avvenuto.
Nel pomeriggio inoltrato vedemmo in lontananza una strana automobile, mai
vista prima.
Era una “jeep”, che si fermò subito per un buon quarto d’ora, lontano. Poi percorse
un tratto di strada per fermarsi nuovamente e così per tutto il percorso.
Erano molto, molto prudenti i… “liberatori”!
Non sapevano evidentemente che i tedeschi avevano abbandonato la zona e
non volevano arrischiarsi troppo.
Era già quasi notte quando la ”jeep” fece dietro front e scomparve dalla parte
da dove era venuta.
Erano quelli gli americani che aspettavamo?
Lo erano.
Infatti il giorno seguente comparvero autocarri con un rimorchio che aveva
tante ruote piccoline e che trasportavano carri armati Sherman.
Questi sì, erano carri armati pesanti!
E gli autocarri, uno dopo l’altro, formavano una fila che si snodava lentamente.
Il passaggio degli autotrasporti continuò per due giorni.
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Alla fine, quando terminò, non c’era più asfalto sulla strada. Era stato polverizzato.
Questo servì a farci meditare sulla pazzia che era stata fatta al voler combattere
con “quattro milioni di baionette”, come diceva la propaganda, contro un
esercito con simili mezzi.
Già avevamo avuto lo stesso pensiero quando erano cominciati i bombardamenti
e vedemmo per la prima volta le squadriglie di aerei quadrimotori. In
Italia non c’erano quadrimotori
In tutti gli anni di guerra io non avevo mai visto un nostro carro armato delle
dimensioni degli Sherman, né un quadrimotore.
***
Durante cinquanta anni, dopo la fine del conflitto, ho visto tanti film , con
soldati molto coraggiosi e ligi al loro dovere.
Eroi da medaglia.
Ma loro non erano certo i soldati che avevo visto io, durante tutta la guerra.
Nei film ci sono sempre eroi. Eroi così, io non ne ho mai visti.
“O forse erra dal vero, mirando all’altrui sorte, il mio pensiero”.
Forse i personaggi di questo racconto sono stati tutti eroi… siamo stati tutti
eroi… veri.
SPAGHETTI ITALIANI
Erano trascorsi sette anni da quando avevo cominciato a lavorare in Argentina
e l’Istituzione dalla quale dipendevo mi assegnò una borsa di studio per trascorrere
nove mesi presso una fondazione internazionale, in un altro paese dell’America
del Sud.
Io partii per primo e la mia compagna mi raggiunse dopo un mese.
Impiegai questo primo mese per conoscere l’agricoltura di una vasta regione.
Nel paese c’era stata una riforma agraria, in tempi già lontani, con la quale si
era cercato di dare terra da coltivare a tutte le famiglie.
Naturalmente, ogni famiglia aveva una superficie molto piccola.
In una occasione vidi una casa in legno costruita su tronchi d’albero, all’altezza
di circa due metri dal suolo. Sotto il pavimento della casa erano racchiusi gli
animali domestici, in modo da avere maggiore superficie coltivabile.
Così dovevano essere state costruite le abitazioni dei villaggi di palafitte della
preistoria, ma gli agricoltori erano abbastanza contenti della loro situazione e
potevano vivere.
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Quando la mia compagna mi raggiunse, ci trasferimmo nella città capitale,
dove era l’Università ed il mio ufficio presso la Fondazione.
Da allora cominciammo a trascorrere i fine settimana nei luoghi di turismo. E
lei era entusiasta del paese che vedeva andando in auto per le autostrade, nel
circuito turistico.
Solo io sapevo che era sufficiente inoltrarsi in una delle tante strade di terra ai
lati dell’asfalto per incontrare i villaggi dei contadini con i loro piccoli appezzamenti
di terreno coltivato a mais.
Negli anni seguenti le cose cambiarono molto.
Furono trovati ingenti giacimento di petrolio.
Un giorno facemmo la conoscenza della moglie dell’addetto culturale presso il
consolato italiano del luogo.
Nella loro famiglia, finalmente, si poteva parlare italiano.
In casa, avevano pezzi di roccia con incrostati cristalli di smeraldo bellissimi.
Li avevano comprati in non so quale paese dell’America del Sud, dove esisteva
una miniera e li usavano come ornamento, appoggiati sui mobili.
Il loro figlio maggiore ci raccontò una sua ultima avventura, molto eccitante
per persone che vivevano nel mondo diplomatico.
Salendo sull’ascensore di un edificio statale della città, per partecipare ad una
conferenza, si era trovato solo con una ragazza, che credette avesse più o meno
la sua età.
E lui la trattò da uguale, parlando e scherzando.
Poi volle accompagnarla nel salone dove si svolgeva l’evento e fu sorpreso nell’osservare
come la ragazza venisse salutata e lasciata passare con evidente
grande rispetto.
Messo in sospetto, fece in modo da poter chiedere ad un cameriere se sapeva
chi fosse la sua compagna.
- È la moglie dell’ambasciatore di…, una delle grandi potenze.
Naturalmente lui si affrettò a prendere le distanze, spaventato per il suo ardire
Poi ci sedemmo tutti a tavola, per cenare.
Sulla tavola c’era un fiasco di Chianti, di quelli impagliati, un panforte di Siena
e, naturalmente, spaghetti italiani.
Che buoni!
Noi che da tanti anni vivevamo all’estero, sapevamo quanto fosse difficile trovare
quel ben di Dio, anche se la cosa non era impossibile.
E poi venne uno zampone di Modena ed allora fu impossibile trattenersi dal
chiedere dove comprassero tutte quelle buone cose.
- Vengono dall’Italia, ci dissero.
Doveva costare l’ira di Dio importare quei prodotti per l’alimentazione quotidiana.
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Solamente più tardi, ritornando a casa, la mia compagna mi disse che la padrona
di casa le aveva confessato all’orecchio: valigia diplomatica!
RITORNO ALLA PREISTORIA.
NASCITA DELLA “SEMINA DIRETTA”
L’uomo divenne agricoltore quando imparò a fare piccoli buchi nel terreno ed
a riporvi i semi. Poi qualcuno costruì una specie di aratro capace di aprire un
piccolo solco superficiale. Poi furono inventati gli aratri veri, prima di legno,
poi d’acciaio.
E Newton e Leibniz insegnarono a calcolare le forze ed i movimenti delle zolle
che si rovesciano su se stesse, coprendo di terra la vegetazione spontanea.
Aumentò così, enormemente, la produzione agricola ma aumentò anche l’erosione
del suolo.
Nel 1964, io stavo già lavorando in una Stazione Sperimentale Agricola, in
Argentina ed avevo disegnato alcuni esperimenti per approfondire la conoscenza
della dinamica dell’acqua nel suolo. Il disegno sperimentale comprendeva
anche parcelle con colture seminate su terreno arato e non arato. Secondo
quanto previsto le piante coltivate avrebbero dovuto crescere bene, nelle
parcelle arate e male, in quelle non arate. Ricordo ancora la mattina quando
l’incaricato del campo, con una faccia molto preoccupata, si precipitò nel mio
ufficio e mi chiese:
- “Dottore, come faccio io a seminare in un suolo non arato?” - Lo rassicurai
spiegandogli lo scopo e la maniera di procedere e dicendogli che avremmo controllato
la crescita della vegetazione spontanea mediante l’uso di prodotti chimici.
Le cose andarono, all’inizio, come avevamo previsto. Le piantine nacquero
stentatamente nelle parcelle non arate. Lo sviluppo della vegetazione
migliorava sensibilmente man mano che aumentava la profondità della rimozione
del suolo.
Alcuni professionisti, dipendenti di grandi società dedicate all’agricoltura, si
mostrarono interessati a questa ricerca. Venivano a visitarmi di quando in
quando ed io li guidavo sino al campo sperimentale. Non portavo con me il
disegno dello stesso perché i trattamenti si potevano intuire dalla differenza in
altezza della vegetazione. Ma un giorno, dopo qualche tempo dalla semina, una
volta arrivato con alcuni ospiti al campo sperimentale, non fui più in grado di
distinguere le parcelle con e senza rimozione del terreno. Rimanemmo tutti
molto meravigliati. Ancor più io lo fui, quando ottenni i rendimenti in grano
31
corrispondenti ai diversi trattamenti. Non c’erano differenze apprezzabili tra
il rendimento delle parcelle arate e non arate. Meglio non riportare i commenti
del personale della Stazione Sperimentale. Il più benevolo era quello che mi
consigliava d’andare in manicomio, se credevo davvero di poter seminare in
quella maniera i campi della zona.
L’esperimento fu ripetuto negli anni seguenti, ma era molto difficile far accettare
la filosofia di “questa nuova” e “preistorica”, tecnica colturale. É naturale…
dopo i millenni nei quali era stato usato l’aratro!
Ora la semina su terreno non arato è molto diffusa nella “Pampa” e, per quanto
ne so, anche in Africa e in altre parti del mondo.
Si chiama “siembra directa”, “no till”, “no tillage”, “labranza cero”.
Aiuta molto a risolvere il problema della conservazione del suolo, specialmente
nei paesi nei quali è rimasto qualcosa da conservare.
Non ha avuto molta diffusione in zone dell’Asia e dell’Europa, dove l’uso millenario
dell’aratro ha causato già tutta l’erosione che era possibile provocare.
Ora si parla molto di desertificazione ed erosione. Ma non bisogna dimenticare
che, quando gli spartani difendevano le Termopili, la larghezza del passaggio
occupato da quei trecento eroi, non era molto grande. Ora, tra un lato e
l’altro del valico delle Termopili, ci sono chilometri.
Questa è l’erosione.
PRESIDE E ANZIANO
Alto, magro, quasi un “don Chisciotte”, fumando il suo eterno sigaro toscano.
Questi era il preside dell’Istituto Tecnico Agrario nel quale avevo ottenuto
l’incarico di insegnare, non appena laureato. Quando ci si riuniva nella sala dei
professori, aveva il vezzo di ripetere: “Io, preside e anziano…”. La frase serviva
per far prevalere le su</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ricordi di un emigrato<br />
dei nostri tempi</p>
<p>Introduzione<br />
Dott.ssa. Maria Cristina Ruffini in Lasagna<br />
Consigliere dell’Emigrazione della Regione Marche<br />
Portavoce del Forum delle Donne Marchigiane in Argentina<br />
I brevi racconti che formano questo libro sono una sorta di pretesto di un emigrato<br />
italiano in Sud America, l’occasione per pensar-si o, per meglio dire, scriver-<br />
si, in vecchiaia.<br />
L’autore forse per molti è uno sconosciuto che vive, ignorato dai suoi connazionali,<br />
nel cuore della pampa argentina. In realtà si tratta di un Nome della Storia<br />
dell’Agricoltura: è stato lui, infatti, che ha portato alla rottura con le pratiche<br />
agricole del XX secolo, introducendo in Argentina in metodo della “semina<br />
diretta”, cosa che ha portato ad una rivoluzione nel mondo dell’agricoltura.<br />
Di fronte alla difficoltà che solitamente hanno molti emigrati di parlare del proprio<br />
passato per il dolore che questo causa loro, il dott. Marcello Fagioli ha il<br />
coraggio di mostrare forme di avvicinamento alla sua stessa vita, riflettendo &#8211; nel<br />
contempo &#8211; attorno a se stesso, vale a dire attorno a noi stessi che condividiamo<br />
con lui la sua umanità e il fatto che, in qualche modo, siamo tutti migranti.<br />
Cosa pensa un uomo di scienza della sua vita, vissuta per la maggior parte degli<br />
anni lontano dalla sua terra natale? Ricorre ai principi e alle leggi della fisica e<br />
della chimica per esprimersi? Che accade quando desidera spiegare ciò che era,<br />
ciò che è e ciò che sarà? Nella catena della sua memoria, come si allacciano gli<br />
eventi significativi della sua vita e come sono questi vincolati con tutto il processo<br />
migratorio che lo ha portato ad allontanarsi dalla sua terra?<br />
Questo lavoro non è, e non vuole essere, una ricerca scientifica; si tratta piuttosto<br />
di un esercizio etico ed estetico: partendo da ciò che è, l’autore lascia volare i suoi<br />
ricordi, intenerendosi di fronte al ciò che le sue stesse parole fanno nascere in lui.<br />
Vi invito quindi a condividere la bellezza e la tragedia di questi ritagli di vita,<br />
attraverso i quali una persona decide di svelare se stesso di fronte all’altro.<br />
Fagioli è riuscito a vincere la resistenza a raccontarsi che caratterizza molti<br />
migranti e, attraverso i suoi racconti, ci rivela la sua anima, le sue allegrie, le sue<br />
sofferenze, le sue paure, le sue speranze.<br />
Questo lavoro recupera una pratica che il mondo di oggi ha perduto, quella del<br />
narratore che decide di abbandonare il silenzio per condividere e farci vibrare.<br />
L’autore ha sentito nel suo mondo interiore esplodere la necessità di farsi ascoltare<br />
e, in questo esercizio retrospettivo fa sì che ai suoi ricordi si mescolino elementi<br />
cotruiti nello spazio simbolico e sociale della sua patria. È per questo<br />
5<br />
motivo che ha scelto la sua terra e le Marche per pubblicare il suo libro in cui<br />
sono presenti fenomeni sociali che hanno segnato la vita italiana.<br />
La realtà sudamericana è stata uno spazio di differenza e di esclusione per quest’uomo<br />
che, in silenzio, si è dedicato al lavoro; ora, terminato il suo duro compito<br />
di ricercatore, torna con lo sguardo al passato e scrive racconti delicati, profondi,<br />
sinceri e a volte sorprendenti, come del resto lui stesso è sorprendente.<br />
Quale discendente di marchigiani mi sento in debito verso questo emigrato<br />
marchigiano e mi meraviglio nel profondo ascoltando, questo Altro, sempre<br />
diverso e straniero nel mio paese, che ha pronunciato il suo discorso così lontano<br />
dalla sua patria. Tutto questo richiede il nostro silenzio, non solo esteriore,<br />
ma soprattutto interiore ove nasce il sentimento di accoglienza, rispetto e<br />
reciprocità, per ascoltarlo attentamente in tutta la sua singolare dignità.<br />
Qualcuno, non so chi né quando, ha detto:<br />
“Ogni essere umano è una lezione per un altro,<br />
Un testo aperto alla possibilità<br />
Di inventare nuove realtà”<br />
Così è Marcello Fagioli, mio suocero, il ricercatore scientifico che, vivendo<br />
lontano dal suo paese, ha dato un enorme contributo all’umanità e che ora ha<br />
deciso di regalarci l’occasione di ascoltarlo e, contemporaneamente, di ascolre<br />
noi stessi e gli altri.<br />
L’impronta di questo scrittore resta nei suoi racconti, come quella del ceramista<br />
resta nei suoi vasi di terracotta. Tuttavia, contemporaneamente, gli offre la<br />
possibilità di “cominciare di nuovo” da questo posto, così lontano dal suo paese<br />
d’origine. Attraverso l’azione del raccontare ha infatti la possibilità, da un<br />
lato, di tornare ad essere e, dall’altro, di essere domani.<br />
Questa capacità attiva, questo impulso originale in un anziano, gli permette di<br />
guardare indietro e contemporaneamente si ripromette di ri-iniziare. Tutto<br />
questo merita tutta la mia riconoscenza e la mia ammirazione.<br />
Per finire, voglio citare Eduardo Galeano che, come sempre, esprime il mio<br />
stesso sentire quando scrive:<br />
“Non conosco piacere maggiore dell’allegria di riconoscermi negli altri.<br />
Forse questa è, per me, l’unica immortalità degna di rispetto.<br />
Riconoscermi nella mia patria e nel mio tempo, e anche riconoscermi<br />
nelle donne e negli uomini, nati in altre terre,<br />
e che sono miei contemporanei nati in altri tempi.<br />
Le mappe dell’anima non hanno frontiere”<br />
6<br />
7<br />
EMIGRANTI<br />
Mi imbarcai a Genova, nel 1963. Destinazione Argentina.<br />
Mi aspettava un lungo viaggio in mare. Solo. I miei erano partiti prima.<br />
Un transatlantico è una metropoli. Tante persone e tanto diverse.<br />
C’era un cameriere italiano che si mostrava sempre gentile. Più del dovuto. Era<br />
evidente che voleva essere considerato alla pari.<br />
Ma io, poco più di un ragazzo, con una laurea e tante speranze, non ero molto<br />
disponibile.<br />
Poi c’era un giovane, evidentemente di una classe sociale alta, che portava con<br />
sé un paio di sci.<br />
- Sci d’estate! Per sciare dove? -<br />
Forse era un professionista e seguiva la neve dove si trovava, nei vari continenti.<br />
Lui viaggiava in prima classe. Non lo conobbi mai personalmente.<br />
C‘era un medico che aveva trascorso una vacanza in Europa, in compagnia di<br />
un amico commerciante. Era peronista, ma il suo amico no. E si criticavano a<br />
vicenda in ogni occasione, per le loro idee politiche.<br />
Il medico era il maestro. Il commerciante l’allievo. Ma non credo che quest’ultimo<br />
imparasse molto.<br />
Una volta infatti, chiese al medico: “cos’è la vita?”<br />
E la risposta fu: “è movimento”<br />
“Ma anche la nave si muove” disse il commerciante… e si interruppe per non<br />
creare una situazione sgradevole. Poi raccontò che viveva a Mar del Plata, una<br />
città di 500.000 abitanti, che si triplicavano nella stagione estiva.<br />
La “città più bella del mondo”, diceva sempre.<br />
Il medico era un mezzo filosofo. Faceva discorsi e domande strane.<br />
Diceva che i tedeschi avevano avuto grandi filosofi. Kant era uno di questi.<br />
Non per il suo sistema filosofico, ma solo per una affermazione: il nostro cervello<br />
funziona secondo una categoria: la categoria causa-effetto.<br />
Questo è il nostro modo d’intendere. Questo è il motore dei nostri ragionamenti.<br />
Nel motore delle auto i pistoni, con il loro moto di va e vieni, mettono in movimento<br />
l’automobile. L’equivalente dei pistoni, in noi, è la categoria causa-effetto.<br />
Noi vediamo tutto quanto accade nell’universo secondo questa categoria.<br />
Se mettessimo ad un piccione, appena uscito dall’uovo, un paio d’occhiali verdi,<br />
il piccione crescerebbe e, diventato adulto, volando intorno al mondo, lo vedrebbe<br />
tutto verde e direbbe che il nostro mondo è verde. Quella sarebbe la sua verità.<br />
Chiaro, per scoprire questa verità, bisogna leggere molti libri con frasi alla<br />
tedesca, tanto lunghe che, quando si è alla metà di un paragrafo, si dimentica il<br />
soggetto. Ma, diceva lui, vale la pena.<br />
Poi c’erano due vecchietti. Lui alto e magro. Lei piccolina. Ambedue con i<br />
capelli splendidamente candidi. Tornavano in Argentina perché lui era un falegname<br />
pensionato. Da vecchi, erano ritornati al loro paese e vivevano tranquilli.<br />
Ma negli ultimi anni il cambio della moneta era diminuito molto ed ora, con<br />
11.000 lire al mese, era impossibile vivere in Italia.<br />
Tornavano in Argentina per vedere come si poteva vivere là. Alla fin fine non<br />
rimanevano loro molti anni.<br />
Fin dall’inizio del viaggio, avevo visto un uomo e una donna che si sedevano<br />
sempre in posti isolati e seminascosti. Avevano un termos ed uno strano recipiente<br />
simile ad una tazza da caffellatte. Versavano in continuazione il contenuto<br />
del termos nella tazza e lo sorbivano. E sempre così, per ore. Pensai<br />
subito che fossero drogati.<br />
Mi meravigliava il fatto che lo facessero in presenza d’estranei.<br />
Anni dopo un amico mi spiegò che in Uruguay bevono il “mate” così, in continuazione.<br />
Il “mate” è una infusione di foglie in acqua calda. Una eredità degli<br />
indios Guaraní, credo.<br />
Mi disse anche che, in una sfilata militare, in occasione di chi sa quale ricorrenza,<br />
aveva visto un soldato a cavallo, sorbire il mate. Strane abitudini!<br />
Sul transatlantico non mancava un gruppo di persone che giocava accanitamente<br />
al “truco”, un gioco di carte che non ho mai appreso. Uno di loro si<br />
vantava di vivere, a Buenos Aires, con gli interessi di un suo piccolo capitale<br />
che prestava ad amici e conoscenti. Io credevo che questo si chiamasse usura e<br />
che non fosse una cosa di cui vantarsi.<br />
Una signora di mezza età, tornava in Argentina per vendere il suo albergo e<br />
tornare in Italia a comprare una piccola pensione. Nella decade del ’60 l’economia<br />
italiana andava molto bene.<br />
Un italiano, uno dei tanti turisti di ritorno, diceva di possedere una “estancia”<br />
nella provincia di Santa Fe, vicino al fiume Paraná. Nella regione si diceva che<br />
Garibaldi, in fuga sul fiume, fosse affondato proprio in quella zona e che, nel<br />
profondo del fiume, c’era ancora la sua nave. Lui voleva trovarla. Aveva provato<br />
già varie volte, ma inutilmente.<br />
Ora, al suo ritorno, avrebbe tentato ancora e, sperava, con successo. Diamine,<br />
suo nonno era italiano e lui avrebbe fatto vedere ai “criollos” di che pasta son<br />
fatti gli italiani.<br />
Tanta gente, tante speranze!<br />
Ora, naturalmente, dopo più di 40 anni, il cameriere sarà morto. Il giovane<br />
sciatore sarà probabilmente molto vecchio; chissà quante gare avrà vinto!<br />
Il medico filosofo ed il commerciante saranno morti, portando con loro dubbi,<br />
domande e l’angoscia del pensiero della morte.<br />
8<br />
I due uruguaiani, lui e lei, riposeranno senza più sentire la necessità di bere “mate”.<br />
Il falegname, anziano pensionato e la sua compagna, ambedue con capelli così<br />
candidi, riposeranno finalmente senza la preoccupazione della svalutazione<br />
della moneta.<br />
E così pure l’innamorato di Garibaldi e l’usuraio che si vantava d’esserlo e tutti<br />
gli altri.<br />
“Speranze&#8230; speranze, ameni inganni”<br />
Non ricordo chi ha scritto questo verso, ma è troppo bello per essere mio.<br />
LA “PAPERA” D’UN EMIGRATO CHE FECE RIDERE<br />
TUTTA UNA UDIENZA, ALLA FINE D’UNA<br />
CONFERENZA SERIA E MOLTO TECNICA<br />
Come è noto, in italiano, con la parola “responso” si indica la risposta d’un<br />
oracolo. Ben diverso è il suo significato nella lingua spagnola. Lo vedremo poi<br />
e vedremo come una “papera” d’un recente emigrato, che aveva bisogno d’un<br />
dizionario per non dire spropositi, fu motivo di risa alla fine di una conferenza<br />
molto tecnica e seria.<br />
Ero appena arrivato alla “Stazione Sperimentale Agricola” per iniziare il mio<br />
nuovo lavoro.<br />
Era consuetudine in quei tempi, all’inizio del 1960, riunire tutto il personale<br />
tecnico in un grande salone, con un enorme tavolo ovale, il sabato pomeriggio,<br />
per parlare dei problemi del giorno o ascoltare un invitato o un nuovo venuto,<br />
come nel mio caso.<br />
Ed io parlai e parlai con sicurezza, trattandosi d’un argomento che conoscevo<br />
molto bene. Di fatto i problemi della fertilizzazione delle colture sono ben<br />
conosciuti in Italia. Ma ciò che è valido per un paese può non esserlo per un<br />
altro. Altre terre, altri climi ed altri cultivar.<br />
Si trattava di fertilizzanti. C’era un progetto di fertilizzazione del mais già iniziato.<br />
Alla fine dell’esposizione, parlai di ciò che avremmo fatto nei campi sperimentali<br />
della regione.<br />
Il risultato delle esperienze era difficilmente prevedibile e conclusi il discorso<br />
dicendo: &#8211; vedremo quale sarà il “responso” della sperimentazione. -<br />
Tutta l’udienza scoppiò in una risata sonora e prolungata. Io non mi rendevo<br />
conto del motivo, dato che ero stato ascoltato con grande attenzione per tutto<br />
il tempo. Chiesi spiegazioni al mio vicino, ma questi continuava a ridere senza<br />
freno e non mi rispondeva.<br />
9<br />
Solo poco dopo, in un vocabolario, fui in grado di leggere che per “responso”,<br />
nella lingua spagnola, s’intendono “versetti e preci” che si recitano in presenza<br />
dei defunti.<br />
Al momento della”papera” furono varie le persone che mi chiesero cosa avevo<br />
voluto dire con ”responso” ed io non ebbi altra alternativa che fare un<br />
sorriso idiota.<br />
RICORDI DI GUERRA<br />
Eravamo in guerra. La seconda guerra mondiale, del 1939. Del 1940 per l’ Italia.<br />
Avevo undici anni. Mio padre era medico1 in una cittadina delle Marche e<br />
di quando in quando riceveva un regalo, spesso in cambio del pagamento della<br />
visita: una scatola di tabacco turco, biondo e profumato, una bottiglia di<br />
cognac, una di champagne. Tutte cose introvabili in tempo di guerra per i<br />
comuni mortali e quindi preziose.<br />
In quei tempi si usava bere un bicchierino di cognac dopo pranzo, nei giorni di<br />
festa. Solo alla fine della guerra, con l’arrivo delle truppe americane, l’whisky<br />
sarebbe diventato popolare. Lo champagne si beveva nelle grandi feste: a Natale,<br />
a Pasqua e in occasione dei compleanni.<br />
Io presi in consegna una bottiglia di champagne che ci avevano regalato.<br />
Poco tempo dopo un aereo da caccia nemico mitragliò la ferrovia e tutti cominciammo<br />
ad aver paura. Non passò molto tempo quando una squadra di quadrimotori<br />
sorvolò la città. Erano cinquanta aerei, in formazione triangolare che<br />
volavano molto in alto. Ma la terra tremava sotto i piedi, quando s’avvicinavano.<br />
Lasciarono cadere il loro carico di bombe sulla città.<br />
E fecero un disastro. Fummo presi tutti di sorpresa e impreparati.<br />
Era la prima volta.<br />
Non c’era più nessun dubbio.<br />
Bisognava abbandonare la città e rifugiarci in campagna. E questo facemmo.<br />
Io non avevo dimenticato la bottiglia di champagne.<br />
Era troppo preziosa e quando ci trasferimmo in una villa a 15-20 chilometri di<br />
distanza, la misi tra le cose da portare con noi, bene imballata con giornali, in<br />
una scatola di cartone.<br />
10<br />
1. Molti, molti anni dopo, quando la guerra era già diventata un ricordo, posero il suo<br />
nome ad una strada della città, in ricordo dell’umanità con cui aveva esercitato la sua<br />
professione in quegli anni feroci.<br />
11<br />
Quando chiedevo a mio padre di aprire la bottiglia, lui diceva sempre d’aspettare<br />
la fine di quel brutto periodo.<br />
L’avremmo aperta in un’altra occasione.<br />
Ma la guerra, i bombardamenti e la fame ci accompagnarono per lungo tempo.<br />
Sognavamo la pace, la casa in città, una vita normale. La normalità era un sogno<br />
che sembrava irraggiungibile. Ma io continuavo a conservare lo champagne.<br />
Forse avremmo potuto berlo alla fine del conflitto.<br />
E dal sud si avvicinò il fronte di guerra. Quando fu abbastanza vicino, mio<br />
padre decise di portarci con lui, nell’ospedale dove lavorava. Lì c’era la croce<br />
rossa dipinta sul tetto.<br />
Il passaggio del fronte era troppo pericoloso ed imprevedibile e lui disponeva<br />
di una stanza grande, sufficientemente grande per tutti noi. Lì avremmo potuto<br />
aspettare la fine dei giorni più pericolosi.<br />
La decisione della fuga era stata presa in fretta e furia. Non portavamo quasi<br />
nulla con noi. Gli ultimi a partire fummo io e mio padre.<br />
Io avevo aperto la scatola di cartone e tenevo nel pugno, per il collo, la bottiglia<br />
di champagne. Mio padre si impazientì perché stavo perdendo tempo per<br />
quella sciocchezza.<br />
Ce ne andammo camminando in fretta. Si camminava lentamente, con precauzione,<br />
solo quando un rilievo o una piccola collina nascondeva l’orizzonte. A<br />
nord e a sud della zona dove eravamo erano schierati i due fronti, non molto<br />
lontano.<br />
Non c’era movimento. Non si vedeva nessuno. Si udivano solo i sibili dei<br />
proiettili dei cannoni che passavano sulle nostre teste ed andavano a scoppiare<br />
più lontano. Noi avevamo scelto un percorso in linea retta tra la villa e l’ospedale,<br />
in mezzo ai campi. Erano forse dieci chilometri da fare a piedi, senza neppure<br />
uno stradello. Ma questo non importava molto. Avevamo paura.<br />
Ma c’era un fiumicello che ci sbarrava la strada. Non era grande, ma profondo.<br />
O forse io non ero molto alto a quell’età. E l’acqua era fredda. L’attraversai<br />
tenendo la bottiglia sopra la testa. Mio padre mi disse qualcosa circa la mia<br />
testardaggine e a proposito di quella bottiglia.<br />
Ma la fortuna era con noi. Arrivammo all’ospedale e ci rifugiammo nell’abitazione<br />
riservata a noi. Io ero zuppo, per aver attraversato il fiume. Posai la bottiglia<br />
sopra un tavolinetto basso e mi allontanai un po’ per asciugarmi e coprirmi<br />
come potevo.<br />
Poi si udì uno scoppio e, quando mi voltai a guardare, vidi i pezzi di vetro della<br />
bottiglia ed il liquido giallo dello champagne ancora spumeggiante sul pavimento.<br />
Uno dei miei fratelli, il più piccolo, correndo nella stanza, aveva urtato<br />
il tavolino che sosteneva la preziosa bottiglia.<br />
I TEUTONI E “L’UOMO CHE RIDE”<br />
Era completamente idiota. Avrà avuto vent’anni e rideva. Rideva sempre e correva.<br />
Ma era un bravo ragazzo, dicevano. Faceva tutto quello che gli si diceva,<br />
la madre assicurava, e l’aiutava molto in famiglia.<br />
Noi eravamo studenti di ginnasio ed andavamo ai giardini pubblici, a Fabriano,<br />
nelle belle giornate. Eravamo all’inizio della guerra e quella sarebbe stata<br />
l’ultima “bella estate” di vacanze.<br />
L’idiota qualche volta si univa a noi. Quasi non parlava e quando parlava si<br />
capiva molto poco. Rideva, poi si metteva a correre. Io non sapevo neppure<br />
come si chiamasse. In una occasione, per merito anche suo, appresi alcuni<br />
sinonimi.<br />
- Perché lo lasceranno libero? Dovrebbero occuparsene &#8211; disse uno del nostro<br />
gruppo.<br />
- Ma è buono. Fa parte del paesaggio e poi è come noi, nativo, indigeno, autoctono<br />
- rispose quello che era il più bravo a scuola, facendo sfoggio della sua<br />
conoscenza del vocabolario dei sinonimi del Tommaseo, che avevamo conosciuto<br />
da poco, a scuola.<br />
Al centro dei giardini pubblici c’era una grande fontana rotonda, con uno zampillo<br />
molto alto, con pesci rossi e l’idiota, dopo una bella corsa, tutto sudato,<br />
la raggiungeva e sommergeva la testa nell’acqua. Poi la scrollava come fanno<br />
i cani quando sono bagnati.<br />
E rideva e viveva contento.<br />
Noi non gli facevamo molto caso. Contagiava allegria anche a coloro che gli<br />
erano vicini col suo riso spensierato e irresponsabile.<br />
Poi cominciò il periodo peggiore della guerra. La guerra mondiale del ’40. Bombardarono<br />
la città, che rimase deserta. Tutti si rifugiarono in campagna.<br />
Con la mia famiglia trascorsi molto tempo in una villa isolata, sopra una collina.<br />
Un giorno venne a visitarci un compagno di scuola di mio fratello, che viveva<br />
in un paesotto vicino. Si parlò di molte cose e, a un certo momento, lui disse: -<br />
anche quel poveraccio di Carlo è morto -.<br />
- Quale Carlo?<br />
- Carlo, l’idiota, “l’uomo che ride”.<br />
I tedeschi, che si stavano ritirando, l’avevano catturato. Lo accusarono d’essere<br />
una spia dei partigiani. Ma lui rideva, rideva sempre. Non si difese e lo fucilarono.<br />
Il suo ricordo si perse nel nulla. Nessuno ne parlò mai più. Furono tanti i morti<br />
che seguirono!<br />
Da “Valigie di cartone” &#8211; Centro Marchigiano di Pergamino (Argentina).<br />
12<br />
PRIME ESPERIENZE NEL NUOVO MONDO<br />
Arrivato in Argentina da pochi mesi, venne il momento di fare il raccolto nei<br />
campi sperimentali stabiliti nella zona.<br />
Con una camionetta e una “jeep Willy” (un residuato di guerra rimesso a nuovo)<br />
e sei uomini (che sapevano ancora come raccogliere il mais a mano) stavamo<br />
realizzando il nostro lavoro quando fummo fermati, sull’autostrada, da un<br />
gruppo di uomini scesi da un camion.<br />
Come ho detto, io ero arrivato da poco in Argentina. Capivo abbastanza quando<br />
la gente del luogo mi parlava e mi facevo intendere dai miei uomini, ma non<br />
avevo ancora il coraggio di parlare ad estranei nella nuova lingua, che conoscevo<br />
appena.<br />
Sapevo che l’accento, la maniera di costruire le frasi e gli spropositi detti mi<br />
facevano riconoscere subito come straniero.<br />
Il gruppo di individui che era sceso dal camion si mostrava arrabbiato ed<br />
aggressivo.<br />
Io non afferravo bene la situazione. Gridavano che c’era un “paro”. Che non era<br />
possibile che gente come noi rompesse “el paro” e facesse la raccolta del mais.<br />
Non conoscevo il significato della parola “paro”.<br />
Lo chiesi ad uno dei miei uomini, che mi spiegò che c’era uno sciopero degli<br />
operai agricoli.<br />
La mia gente taceva, senza reagire all’aggressività degli sconosciuti.<br />
Preoccupato, cominciai a parlare io, cercando di spiegare che non eravamo<br />
”crumiri”, ma solo personale della Stazione Sperimentale che non voleva perdere<br />
i risultati degli esperimenti ed il lavoro di un intero anno che, alla fin fine,<br />
noi facevamo in beneficio di tutti.<br />
Non facevamo la raccolta del mais per nessun proprietario.<br />
Naturalmente parlavo in italiano, senza neppure rendermene conto.<br />
Ed allora successe una cosa strana. Quegli uomini deposero la loro aggressività.<br />
Io, un giovane che parlava in modo più o meno comprensibile, la sigla dell’istituzione<br />
per la quale lavoravamo, scritta ben grande sulle auto e che evidentemente<br />
essi conoscevano, parvero loro una valida ragione per accettare i<br />
nostri motivi.<br />
Non dissero più nulla. Risalirono sul loro camion e solo quello che guidava,<br />
affacciandosi al finestrino, disse in modo educato: “no lo hagan más” e<br />
se ne andarono.<br />
La mia gente mi spiegò poi che non era molto prudente fare cose del genere e<br />
cioè interferire con uno sciopero.<br />
Io avevo la coscienza tranquilla.<br />
13<br />
- Voi non mi avete avvertito ed io non sapevo &#8211; mi giustificai.<br />
Erano brava gente. Con gli anni, più di una volta si dimostrarono amici.<br />
***<br />
Un giorno percorrevamo un’autostrada con la camionetta di servizio. Il mio<br />
aiutante guidava, io leggevo un foglio di istruzioni per un lavoro che dovevamo<br />
fare.<br />
Ad un certo momento un uomo, al bordo della strada, ci fece cenno di fermare<br />
e chiese un passaggio sino al seguente villaggio.<br />
L’autista disse subito di sì e lo fece salire nella cabina.<br />
Io non ero molto contento.<br />
Venivo da un paese dove esisteva una legge che faceva responsabile il proprietario<br />
dell’auto di qualsiasi possibile incidente.<br />
Più di un tribunale, in Italia, aveva emesso condanne in casi di incidenti e sapevo<br />
che solo noi, il personale dell’istituzione, eravamo coperti dall’assicurazione.<br />
Ma in quegli anni le cose erano diverse in Argentina.<br />
Per lo meno nell’interno, c’era molta onestà e rispetto anche per gli sconosciuti.<br />
Solo negli ultimi tempi le cose son cambiate e molto.<br />
Lo sconosciuto cominciò immediatamente a parlare con l’autista. Io tacevo.<br />
Ad un certo momento ascoltai una parola che non conoscevo: “sartén” ossia<br />
“padella”.<br />
Vinto dalla curiosità chiesi al mio aiutante cosa significava.<br />
Lo sconosciuto, ascoltata la mia domanda, si sorprese e scandalizzato, disse:<br />
- Ma come, un giovane come te non conosce una padella? Bisogna studiare.<br />
Non c’è più posto per gli ignoranti in questo mondo! -<br />
Ma l’autista intervenne.<br />
- Il dottore è italiano &#8211; disse.<br />
Lo sconosciuto ammutolì.<br />
Io tacevo e lui non aprì più bocca sino all’arrivo. La scena si fece pesante. Sembrava<br />
d’ascoltare il silenzio che regnava nella cabina dell’auto.<br />
Arrivati all’entrata del suo paesotto, l’auto si fermò e il passeggero scese, senza<br />
dir parola.<br />
Io ebbi un po’ di vergogna. L’autista sorrideva.<br />
***<br />
Lavoravo da poco tempo nella Stazione Sperimentale e un giorno il segretario<br />
della sezione mi avvertì che dovevo presentarmi immediatamente in direzione.<br />
14<br />
Presi la camionetta di servizio ed andai.<br />
Una segretaria mi disse che mi aspettavano nel salone delle riunioni e che<br />
dovevo partecipare ad una trattativa con alcuni dirigenti di una grande società,<br />
con i quali la Stazione Sperimentale stava progettando una collaborazione.<br />
Quando entrai mi resi subito conto che c’era una atmosfera tesa tra i presenti.<br />
E la cosa non era piacevole, particolarmente per me che avevo ancora problemi<br />
con la lingua.<br />
Il direttore ed i dirigenti della società non riuscivano a mettersi d’accordo.<br />
Erano tutti seduti nel mezzo del salone delle riunioni, dove c’era un grande<br />
tavolo ovale, con un vetro spesso e oscuro sulla superficie.<br />
Io salutai e mi sedetti, deciso a non parlare o parlare con molta prudenza non<br />
essendo al corrente di quanto era stato detto o discusso in precedenza.<br />
Era estate ed indossavo una camicia color verde, nuova.<br />
Ben presto i rappresentanti delle due parti cominciarono ad alzare la voce.<br />
Io diventai nervoso e, poiché dal bottone del polsino della camicia fuoriusciva<br />
un filo bianco, lo afferrai e tirai più forte del necessario.<br />
Non l’avessi mai fatto!<br />
Il filo venne via ed il bottone, libero, saltò sul vetro, nel mezzo del magnifico<br />
tavolo, con un rumore che a me parve assordante e continuò a sobbalzare con<br />
un ticchettio che non avrei mai immaginato possibile.<br />
Tutti i partecipanti alla riunione interruppero i loro discorsi, seguendo con gli<br />
occhi il percorso del bottone, che non si fermava mai.<br />
A me sembrò che il sangue mi si congelasse nelle vene e trattenni il respiro, preso<br />
da un’ansia irragionevole. Ma, guardando il direttore, vidi che la sua faccia,<br />
da molto seria, si faceva distesa. Un rappresentante della società ospite, sorrise<br />
lievemente. Il suo vicino cominciò a ridere e trascinò in una sonora risata tutti<br />
i presenti.<br />
Il gelo della riunione si era rotto e tutti cominciarono a discorrere cordialmente.<br />
Nessuno disse una parola sul bottone. Mi guardavano sorridendo e parlavano<br />
tutti insieme e interrompendosi l’un l’altro.<br />
La riunione finì poco dopo. Le due parti si posero d’accordo rapidamente e,<br />
quando i visitanti si apprestavano ad andar via, si avvicinarono per salutarmi<br />
con grande effusione.<br />
Io raccolsi il bottone, pietra dello scandalo, e lo posi nel taschino della camicia<br />
per farlo ricucire in casa.<br />
Ma non troppo forte… perché aveva dimostrato d’essere capace di salvare<br />
situazioni molto compromesse.<br />
***<br />
15<br />
Il primo giorno di lavoro ero seduto alla mia scrivania, leggendo alcune relazioni<br />
per mettermi al corrente della situazione. I due ingegneri agronomi (in<br />
Argentina si chiamano così i laureati in agronomia) che mi avevano preceduto,<br />
mi avevano lasciato solo. Uno era stato trasferito ed il secondo era partito per<br />
il Nord America con una borsa di studio.<br />
Io ero lì per sostituirli.<br />
Il direttore, un uomo corpulento e quasi sempre sorridente, entrò nell’ufficio<br />
e si sedette davanti a me.<br />
Dopo lo scambio di alcune frasi di cortesia, mi disse:<br />
- Tu e la tua famiglia siete arrivati da pochi giorni. Immagino che avrete un sacco<br />
di cose da fare, per sistemarvi. Avrete preoccupazioni come sempre accade<br />
in simili frangenti. Sono venuto a dirti che io pretendo che il personale della<br />
sperimentale si dedichi e pensi al proprio lavoro. Pertanto se hai problemi<br />
urgenti da sbrigare, qualsiasi cosa… dimmelo. Provvederò io, se possibile. Pensa<br />
al lavoro e lascia che io mi guadagni il mio stipendio come direttore. -<br />
Io rimasi senza parole. Mai avrei immaginato una simile accoglienza. Mai sentito<br />
dire una cosa così, in Italia.<br />
La decade del ’60 era un periodo molto buono per la ricerca, in Argentina ed il<br />
comportamento del direttore lo lasciava intravedere.<br />
E negli anni seguenti io, che venivo da un altro paese, fui in grado di fare un<br />
buon lavoro.<br />
Venivo da un altro continente. Vedevo i problemi in modo diverso e vedevo<br />
cose che il personale del luogo non vedeva, semplicemente perché quelle cose<br />
erano state sempre così.<br />
Purtroppo negli anni seguenti tutto cambiò. L’economia non migliorò. Ci<br />
furono vari “golpes” da parte dei militari, che non aiutarono.<br />
Ma quanto era successo all’inizio mi diede l’idea di come fosse apprezzato il<br />
lavoro di ricerca nel paese.<br />
L’Argentina rimane sempre un grande paese agricolo, con un Istituto per la<br />
Ricerca Agricola meraviglioso. Ma la ricerca richiede tempo e denaro, non<br />
sempre disponibili a sufficienza.<br />
IO… ANTIFASCISTA?<br />
A Fabriano, nelle Marche, faceva freddo d’inverno.<br />
Ogni due o tre anni veniva il “nevone” e tutta la città rimaneva coperta da 40-<br />
50 centimetri di neve.<br />
Non so come sarà ora , con il “riscaldamento globale”.<br />
16<br />
Ed era una festa per noi adolescenti ed ancor più per me che ero proprietario<br />
di un paio di sci e percorrevo a piedi vari chilometri, sino alla cima di una collina<br />
chiamata “Monticelli” per trascorrere tutto un pomeriggio sulla neve.<br />
Erano gli anni del fascismo e quando si scriveva una lettera, si metteva, in alto,<br />
a destra: “Anno XX Era Fascista”. Ed io facevo il ginnasio.<br />
In quegli anni si andava a scuola tutti i giorni della settimana ed anche il sabato,<br />
che era anche lui “fascista”; “sabato fascista”, il che significava che nel pomeriggio<br />
non si faceva lezione, ma bisognava mettersi in divisa per fare esercizi militari<br />
nel cortile del vecchio convento, dove erano le aule del ginnasio e del liceo.<br />
Tutti gli studenti erano, a seconda dell’età, figli della lupa, balilla o avanguardisti.<br />
I figli della lupa erano i più piccoli e non avevano obblighi particolari.<br />
I balilla avevano come divisa, pantaloni corti di color verde e camicia nera. Gli<br />
avanguardisti indossavano pantaloni alla zuava e giacca verde.<br />
Il mio problema era che a un certo punto cominciai ad usare pantaloni alla zuava<br />
anche quando ero vestito da civile e, quando mi fui abituato a stare con le gambe<br />
ben coperte dal freddo dell’inverno, non avevo più molta voglia di mettere i pantaloni<br />
corti per andare a compiere il mio dovere di balilla. Sentivo freddo.<br />
Ed un giorno ebbi una brillante idea.<br />
Visto che mio padre era medico, perché non farmi fare un certificato per giustificare<br />
la mia assenza e non dover andare a prender freddo nel cortile del convento?<br />
Così il lunedì seguente, quando finito l’appello l’insegnante mi disse che dovevo<br />
presentarmi al preside per giustificare la mia assenza al “sabato fascista”, io<br />
andai tranquillo. Presentai il certificato e tutti finì lì.<br />
Ma il problema non era risolto, perché poi vennero gli altri sabati e, data la mia<br />
insistenza, mio padre mi fece altri certificati. E la cosa andò avanti per tre o<br />
quattro settimane.<br />
Ma un lunedì mattina, quando mi presentai al preside, questi mi disse con voce<br />
stentorea che se il seguente sabato non avessi partecipato agli esercizi militari,<br />
in divisa e con tanto di moschetto di dimensioni ridotte, sarei stato espulso da<br />
tutte le scuole del regno.<br />
In quei tempi avevamo ancora un re.<br />
Io non mi impressionai molto e il sabato seguente fui di nuovo assente. Forse<br />
non mi rendevo ben conto di cosa significasse non poter andare più a scuola. Il<br />
lunedì seguente, dopo l’appello, mi fecero uscire dall’aula, ed io ero forse più<br />
contento che dispiaciuto.<br />
Ma la “dea fortuna” esiste.<br />
Nella settimana seguente un aereo da caccia nemico sorvolò la città e mitragliò<br />
la linea ferroviaria. Era la prima volta che avevamo a che fare con il nemico, che<br />
sino allora conoscevamo solo per quello che dicevano i “giornali radio” .<br />
17<br />
Molta gente uscì dalla città per vedere l’effetto del mitragliamento. Le traversine<br />
di legno erano scheggiate. Sui binari si vedevano le tracce brillanti che i<br />
proiettili avevano lasciato sull’acciaio. Ma niente più..<br />
Poi, pochi giorni dopo, una squadra di cinquanta quadrimotori, in formazione<br />
triangolare, sorvolò la città e lasciò cadere un micidiale carico di bombe.<br />
Non c’era stato allarme. Era la prima volta che succedeva e la distruzione fu<br />
grande ed i morti molto numerosi.<br />
Pochi giorni dopo tutta la città era deserta. La popolazione era sfollata nelle<br />
poche ville e nelle case dei contadini nella campagna circostante.<br />
Quando, dopo più di un anno, ritornammo in città e ricominciarono le scuole,<br />
nessuno ricordò più la mia “espulsione da tutte le scuole del regno”<br />
L’ESAME<br />
Io, finito il liceo, partivo per frequentare i corsi della facoltà d’agronomia, nell’università<br />
di Pisa.<br />
Avevo con me una valigia con solo le mie cose personali e non avevo la minima<br />
idea dell’ambiente in cui mi sarei trovato a vivere e studiare.<br />
La prima materia che, secondo il programma, dovevo frequentare era matematica.<br />
Poi seguivano fisica, botanica, genetica e tutte le altre.<br />
Il corso di matematica veniva impartito nell’edificio “La Sapienza”, al centro della<br />
città. Una costruzione monumentale, dove c’era un grande salone con un pavimento<br />
di legno, non lucidato e vecchio, che rendeva l’ambiente polveroso. In<br />
fondo al salone, su una pedana, una cattedra che, mi dissero, era stata di Galileo.<br />
Non so se sarà vero. Ma vera era l’atmosfera tipo:”noi siamo gli eredi di Galileo”<br />
che si viveva nell’istituto. Nessuno prestava la minima attenzione agli studentelli.<br />
Gli insegnanti erano inavvicinabili ed anche il resto del personale sembrava<br />
essere ben cosciente di quell’eredità.<br />
Mi fu indicato di entrare in un’aula ad anfiteatro, molto grande.<br />
I banchi erano forse davvero del tempo di Galileo, tanto erano vecchi.<br />
C’erano pochi studenti dispersi che seguivano, silenziosi, un anziano signore<br />
che, in cattedra, scriveva su una lavagna e parlava.<br />
Parlava di sistemi d’equazioni e determinanti e del modo di semplificare questi<br />
ultimi per poterli risolvere.<br />
Non c’erano ancora i calcolatori.<br />
Io non avevo idea di cosa si trattasse.<br />
Avevo frequentato il liceo classico. Avevo appreso che il greco, il latino e l’italiano<br />
erano le materie veramente importanti.<br />
18<br />
Ciò che ascoltavo in quell’aula servì solo a darmi un’idea di cos’è il complesso<br />
d’inferiorità.<br />
E fu tutto per quel giorno.<br />
L’indomani andai ad ascoltare una lezione di botanica. Questa volta, pensai,<br />
sarebbe stata un’altra cosa.<br />
Nell’aula entrò un signore anche lui anziano, piuttosto grasso che, in piedi, con<br />
gli occhi semichiusi, cominciò a parlare, con un linguaggio molto ricercato e<br />
nuovo per me, di ontogenesi, filogenesi e così via.<br />
Dico la verità che quando uscii dall’istituto di botanica ero davvero spaventato.<br />
Possibile che con un diploma del liceo classico non fossi in grado di seguire<br />
corsi universitari?<br />
A dire il vero si trattava di matematica e scienze, cose non molto approfondite<br />
nel classico e che io non avevo mai curato molto.<br />
E presi una decisione.<br />
Ritornai a Fabriano col primo treno, raccolsi tutti i libri del liceo che mi sembravano<br />
necessari e ritornai a Pisa.<br />
Questa volta cominciai a studiare le cose basiche di matematica, fisica e scienze<br />
e, solo alla metà del corso, dopo mesi, frequentai assiduamente le lezioni<br />
universitarie.<br />
Fu un anno straordinario e, per la prima volta, appresi cosa significa studiare<br />
veramente.<br />
Venne il giorno dell’esame di matematica.<br />
Questo si svolgeva così: c’era una gran porta chiusa e una lunga fila d’una ventina<br />
o più di ragazzi, tutti con il libretto universitario in mano.<br />
Un bidello seduto a un tavolo, faceva entrare uno studente alla volta, quando<br />
ascoltava un campanello e richiudeva la porta misteriosa.<br />
Non passavano più di dieci minuti o un quarto d’ora e gli studenti uscivano,<br />
frequentemente con la faccia seria, e se ne andavano per una porta laterale.<br />
Quando qualcuno chiedeva come era andata, non rispondevano o facevano un<br />
gesto scoraggiato, molto significativo.<br />
Io ero nella fila tra i primi cinque e più di una volta mi fu chiesto di cambiare<br />
il posto con uno del fondo della fila.<br />
Erano quelli che non resistevano alla tensione che c’era nell’aria e volevano<br />
finire subito, in qualsiasi modo.<br />
Ma anch’io ero diventato fatalista. Se il destino mi aveva assegnato quel turno,<br />
quello avrei conservato.<br />
Quando entrai nella stanza fatale, vidi un grande tavolo con tre uomini seduti.<br />
Quello del centro sembrava essere il presidente della commissione.<br />
19<br />
A me disse, molto gentilmente, di sedere. Poi prese un foglio di carta grande,<br />
un foglio di carta di disegno e scrisse qualcosa in alto a sinistra. Me lo porse<br />
insieme ad una matita ben appuntita, senza dir parola.<br />
Aveva scritto un’equazione con esponenti, da derivare.<br />
Sì, però non era tanto semplice. Bisognava trasformare gli esponenti, prima di<br />
poter fare la derivazione. Io avevo studiato una espressione simile il giorno prima,<br />
ripassando la materia e, anche se con mano tremante, feci quanto mi si<br />
chiedeva silenziosamente.<br />
Il professore, presidente della commissione, guardò il risultato ed allora<br />
cominciò a fare domande e qui cominciò il vero esame. Solo allora intesi cosa<br />
era accaduto prima di me, con coloro che uscivano dopo pochi minuti, con la<br />
faccia seria. L’esercizio da svolgere sul foglio di carta da disegno era solo una<br />
maniera di porre fine rapidamente all’esame.<br />
Quando dopo qualche tempo, e a me parve un secolo, uscii, uno di quelli che<br />
stavano nella fila aspettando, mi chiese come era andata.<br />
- Molto bene &#8211; dissi. Infatti nel libretto universitario c’era scritto trenta. Il punteggio<br />
massimo.<br />
Allora lui, approfittando del mio stato d’animo, mi chiese se gli prestavo le<br />
dispense sulle quali avevo studiato.<br />
Io, felice, gli dissi di prendersi tutto ed ero tanto frastornato che non gli chiesi<br />
neppure come si chiamava.<br />
Un anno dopo, quando non ero più “matricola”, mentre mi trovavo nell’istituto<br />
di microbiologia, un ragazzo venne a cercarmi dicendomi che era venuto<br />
per restituirmi le dispense di matematica che gli avevo prestato.<br />
Io, ricordando il fatto, gli chiesi come aveva saputo il mio nome.<br />
- Ho solo chiesto dove si trovava lo studente d’agronomia che aveva preso<br />
trenta in matematica &#8211; mi rispose.<br />
Ora quelle dispense, che la compagna della mia vita fece rilegare, tanti anni fa,<br />
in due volumi con la copertina rossa, sono ancora nella mia libreria. Sono un<br />
gran bel ricordo.<br />
LA FANCIULLA GALLIANA<br />
Perugia è il capoluogo dell’Umbria. È una città non molto grande, tutta salite<br />
e discese, ubicata su un’alta collina.<br />
Sono frequenti stradicciole molto strette d’epoca medievale, fatte per transitare<br />
a piedi o a cavallo.<br />
È una città cresciuta nei secoli, rispettando molta parte delle antiche costruzioni.<br />
20<br />
Ricordo che un giorno dovetti andare, per motivi di lavoro, sino al centro della<br />
città.<br />
Entrai per la porta del sole e parcheggiai l’auto vicino alla piazza grande. A quei<br />
tempi ancora si poteva.<br />
Mi inoltrai nelle stradine del centro e, chiedendo ad alcuni passanti, trovai l’edificio<br />
nel quale dovevo andare.<br />
Sbrigate le mie cose, all’uscita del palazzo, mi sembrò che sarei arrivato prima<br />
al parcheggio dell’auto, camminando più o meno in linea retta.<br />
Così mi inoltrai per vicoli stretti, ombreggiati da alte costruzioni laterali. Dopo<br />
un breve tratto, la stradina si aprì su una piazza non molto grande e deserta.<br />
Vidi immediatamente, sulla sinistra, quello che mi sembrò un sarcofago di pietra<br />
bianca, murato sulla parete di una casa, ad altezza d’uomo.<br />
Mi avvicinai e constatai che effettivamente era un sarcofago, con incisa una<br />
scritta:<br />
“Qui giace la fanciulla Galliana, beneamata dalla popolazione che volle conservarla<br />
con se, nel quartiere, dopo la sua prematura morte”.<br />
Il sarcofago e la scritta mi lasciarono pensando. La stranezza della scoperta e il<br />
significato di quelle parole erano un buon motivo.<br />
Era una bella giornata di primavera e nella piazzetta regnava il silenzio. Quella<br />
scritta e l’aspetto medievale del luogo mi suggerirono la visione di una giovane<br />
ragazza, bella e gentile, benvoluta da tutti e che viveva felice in quel posto<br />
incantevole, stroncata un giorno, da una impietosa malattia. Immaginai lo<br />
sconcerto e il dolore provato dai vicini al vedere qualcosa di giovane e bello<br />
finire così, all’improvviso.<br />
Ero anch’io nel Medioevo e mi sentivo partecipe.<br />
Dopo un po’ ritornai in me ed era mezzogiorno passato.<br />
Mi avviai alla ricerca di un ristorante.<br />
“Più che il dolor poté il digiuno”.<br />
L’INIZIO DELLA GUERRA<br />
Eravamo nel 1940. Tutta la famiglia era seduta su seggiole, disposte a semicerchio,<br />
di fronte alla radio accesa.<br />
Da Roma, doveva parlare il Duce.<br />
Avrebbe dichiarato la guerra alle nazioni “plutocratiche” che si erano schierate<br />
contro la Germania.<br />
I tedeschi avevano già conquistato la Polonia, l’Olanda, il Belgio, la Francia e<br />
la guerra sarebbe finita presto, si diceva.<br />
21<br />
Il rappresentante di una casa editrice riuscì a vendere un atlante a mio padre,<br />
con la promessa che avrebbe ricevuto, gratis, i nuovi fogli con impresse tutte le<br />
future modifiche che Germania ed Italia avrebbero fatto ai confini degli stati<br />
europei, non appena terminata la guerra.<br />
Se l’Italia non entrava in guerra ora, Mussolini non avrebbe potuto sedere al<br />
“tavolo della pace”.<br />
Alla radio si ascoltava l’ovazione della folla riunita nella piazza, di fronte a<br />
“Palazzo Venezia” dove, da un balcone, si sarebbe affacciato il Duce.<br />
Tutti, chi più chi meno, erano entusiasti. L’Italia non aveva un esercito molto<br />
armato, ma “quattro milioni di baionette” erano pur qualcosa.<br />
Solo i più anziani, che ricordavano la prima guerra mondiale, avevano dubbi.<br />
Ma neppure loro potevano immaginare quanto diversa e terribile sarebbe stata<br />
questa seconda.<br />
Così iniziò la seconda guerra mondiale.<br />
Quando terminò l’Italia era distrutta.<br />
***<br />
La guerra era già cominciata e, insieme a mia madre, ero andato a Porto Civitanova,<br />
dai miei nonni.<br />
La città è situata sull’Adriatico, con una bella spiaggia di sabbia bianca e ciottoli<br />
molto levigati, che non danno fastidio quando si camminava a piedi nudi.<br />
Io ricordavo la spiaggia com’era d’estate, negli anni precedenti al conflitto,<br />
molto affollata da grandi e bambini che giocavano, con file di capanni di legno<br />
ad una certa distanza dalla riva e piena di ombrelloni, di tutti i colori, nello<br />
spazio tra i capanni ed il mare.<br />
C’era molta musica e molti “mosconi”, una specie di piccoli “catamarani”,<br />
tutti dipinti di bianco, che si potevano affittare per remare al largo, nei giorni<br />
di mare calmo.<br />
Alcuni venditori percorrevano la spiaggia, avanti e indietro, offrendo bibite,<br />
pasticcini e “bombe alla crema”, spesso seguiti da un codazzo di bambini che<br />
non avevano il denaro necessario per comprare quelle leccornie.<br />
Quel giorno io mi avviai alla spiaggia da solo, perché tutti mi consigliavano<br />
di non andare.<br />
Poco tempo prima era stato visto un sottomarino, dicevano, e non si sapeva<br />
se amico o nemico.<br />
Quando arrivai alla spiaggia, la trovai completamente deserta.<br />
Non c’era gente, non c’erano capanni, non c’erano ombrelloni colorati, né<br />
musica.<br />
22<br />
È difficile dire quel che provai alla vista di un simile spettacolo, in quel silenzio<br />
assoluto. Più che sorpresa, era spavento, anche se irragionevole. Forse il<br />
pensiero di vedere emergere dall’acqua un altro sottomarino.<br />
Impossibile godersi lo spettacolo, pur bello, di quell’arena bianca con ciottoli<br />
di vari colori, di quel mare calmo, perfettamente liscio e trasparente e brillante<br />
come si vedeva raramente anche d’estate.<br />
Decisi immediatamente di ritornare in città, nella confusione e nel traffico.<br />
Là si poteva stare ancora tranquilli.<br />
AMOR DI PATRIA<br />
La Stazione Sperimentale Agricola nella quale lavoravo, era localizzata nel centro<br />
dell’Argentina, vicino ad una cittadina non molto grande.<br />
Molti italiani e discendenti di italiani vivevano stabilmente nel luogo e naturalmente<br />
erano soci del Circolo.<br />
Il Circolo non era molto frequentato. La collettività si riuniva solo una o due<br />
volte all’anno per festeggiare ricorrenze patrie.<br />
In queste occasioni si parlava molto dell’Italia. La prima domanda che uno si<br />
sentiva fare era: di che regione sei?<br />
E, se la persona era simpatica, iniziava una conversazione fluida, altrimenti ci<br />
si sentiva dire: ma io sono del Nord… o… ma io sono argentino.<br />
Naturalmente il Circolo aveva una commissione direttiva ed un presidente. La<br />
carica di presidente era molto ambita perché dava diritto a questo titolo a chi<br />
titoli non ne aveva.<br />
Ma i soliti malintesi, tanto frequenti nelle comunità italiane, rendevano sempre<br />
necessarie nuove elezioni.<br />
La cosa più desiderata da tutti era poter fare un viaggio in Italia e molti riuscivano<br />
nell’intento.<br />
Alcune volte la comunità riceveva la visita di rappresentanze diplomatiche e,<br />
già molti anni fa, un ambasciatore che era di passaggio si fermò un paio di<br />
giorni nel migliore albergo della città.<br />
Era una persona molto alla mano che preferiva parlare con le persone singole<br />
e non fare discorsi.<br />
Erano ancora tempi nei quali si preferiva non mostrare molto amor di patria.<br />
Alla fine, la sconfitta della seconda guerra mondiale non era poi tanto lontana.<br />
La visita al monumento del Milite Ignoto, a Roma, non era di moda.<br />
Tutti coloro che hanno sofferto la guerra, la sconfitta ed il dopoguerra sanno<br />
bene di cosa sto parlando.<br />
23<br />
Tra gli italiani non c’era accordo se si dovesse festeggiare il quattro novembre<br />
e quindi una vittoria o il due giugno e cioè una… sconfitta.<br />
Nel Circolo, normalmente vinceva il partito del quattro novembre, ma una<br />
consulta realizzata presso il consolato ci informò che per loro questo giorno<br />
era un giorno lavorativo.<br />
Solo alcuni anni dopo un presidente della Repubblica Italiana impose il festeggiamento<br />
del giorno della fondazione della Repubblica.<br />
In occasione della visita dell’ambasciatore alcuni gli chiesero lumi sulla opportunità<br />
di scegliere una delle due date.<br />
Ma l’ambasciatore non per nulla era un diplomatico. Fece alcuni cenni alla prima<br />
guerra mondiale ed altrettanti sulla seconda, senza pronunciarsi e terminò<br />
la conversazione dicendo che per quanto riguardava la sua italianità… lui aveva<br />
sposato una signora turca!<br />
Quando fu accompagnato all’albergo, il diplomatico volle saldare il suo conto<br />
ma il portiere, che sapeva chi era, gli disse d’aspettare un minuto e andò a chiamare<br />
il proprietario.<br />
Questi, un vecchio italiano, venne a salutare e, con un tono che non ammetteva<br />
repliche, gli disse che nessun ambasciatore del suo paese avrebbe mai pagato<br />
per la permanenza nel suo stabilimento.<br />
Molte volte ripensai a quelle parole.<br />
Non è questo Amor di Patria?<br />
IO, LA GUERRA E GLI EROI<br />
La guerra è la seconda guerra mondiale, quando ero solo un ragazzo.<br />
Pertanto non sono stato richiamato alle armi, né mandato a un fronte.<br />
Sono scampato a un lungo periodo di bombardamenti ed alla ritirata dei<br />
tedeschi.<br />
Non è stato piacevole, ma ho potuto osservare molte cose.<br />
In quel periodo eravamo sfollati. Si viveva in campagna, abbastanza lontano<br />
dalla città, in una villa su una collina.<br />
Un giorno accompagnavo mio padre, medico, che aveva visitato uno dei suoi<br />
clienti.<br />
A piedi, scendevamo per la strada di terra da una collina, quando sentimmo il<br />
rombo di un motore d’aereo.<br />
Avemmo solo il tempo di girar la testa per vedere un caccia. Credo fosse uno<br />
spitfire, per il tipico disegno delle ali.<br />
In picchiata, veniva diretto verso noi due, alle nostre spalle.<br />
24<br />
Istintivamente saltammo il bordo della strada, io da un lato e lui dall’altro,<br />
rotolando sui lati della collina.<br />
L’aereo ci sorpassò a non molti metri dal suolo, riprendendo quota e rimpicciolendo<br />
in lontananza.<br />
Non avemmo neppure il tempo di provar paura. Probabilmente il pilota aveva<br />
voluto spaventarci. Molti di quei piloti da caccia erano poco più che ragazzi.<br />
Un piccolo scherzo!<br />
***<br />
Un bel giorno, di primo mattino, quando ancora dormivamo tutti, arrivarono<br />
alcuni “sidecar” con soldati tedeschi. Ci cacciarono dal secondo piano a pianterreno<br />
e nelle nostre stanze si installarono loro.<br />
Era un comando austriaco, come sapemmo poi. Fummo fortunati, perché si<br />
diceva che gli austriaci fossero più amichevoli dei tedeschi.<br />
Erano quasi tutti molto giovani.<br />
Era difficile parlare con loro perché conoscevano solo poche parole d’italiano.<br />
Io invidiavo loro il pane di segale, nero, che mangiavano spalmato di margarina,<br />
regolarmente, alle ore dei pasti, mentre noi avevamo tessere per comprare<br />
alimenti, che non servivano molto, visto che gli alimenti non c’erano.<br />
Tutte le mattine partivano i “sidecar” con tre uomini. La sera tornavano le<br />
motociclette col carrozzino spesso vuoto.<br />
A turno, i soldati avevano un giorno di vacanza, ogni settimana.<br />
Una mattina uno di loro, nel giorno di riposo, disegnava seduto sul prato di<br />
fronte alla casa.<br />
In quei tempi anch’io mi divertivo, di quando in quando, a scarabocchiare su<br />
fogli di carta da disegno.<br />
Mi sembrò quasi un collega e poiché non aveva molti anni più di me, mi feci<br />
coraggio e provai a parlargli.<br />
Naturalmente sia io che lui ci intendevamo più con gesti delle mani e della testa<br />
che con le parole.<br />
Mi mostrò il paesaggio che cercava di riprodurre e mi sembrò di capire che<br />
quel pomeriggio sarebbe dovuto partire per il fronte.<br />
- “Paura” ripeteva, “Paura”.<br />
Io non riuscivo a intendere: era lì, senza nessuno che lo sorvegliasse, sapendo<br />
che dopo alcune ore sarebbero venuti a prenderlo per portarlo al fronte, da<br />
dove non sarebbe tornato e con una gran paura .<br />
Sapeva benissimo che i tedeschi avevano già perduto la guerra. Aveva davanti a<br />
sé chilometri di campi e colline boscose e non pensava neppure a fuggire.<br />
25<br />
Gli chiesi più volte perché non se ne andava.<br />
- Ordini… ordini… ja… dodici, venire -<br />
Gli avevano detto che sarebbero venuti a prenderlo alle dodici e lui aspettava.<br />
Io mi convinsi che i tedeschi erano molto disciplinati, ma anche un po’ stupidi.<br />
Non so per quale motivo, ma non lo rividi più.<br />
***<br />
C’erano altri soldati, un po’ più anziani, sposati, che bisognava evitare, perché<br />
appena potevano tiravano fuori dalla tasca il portafoglio con le foto della<br />
moglie e dei figli e non c’era modo di cambiare argomento<br />
***<br />
Una volta accompagnavo mio padre per una stradina di campagna ed incontrammo<br />
un tedesco con i capelli rossi, che aveva voglia di fare amicizia. E parlava,<br />
parlava sorridendo, ma sempre in tedesco e noi non capivamo niente.<br />
Smise quasi subito di sorridere appena cominciò ad udirsi il rombo, sempre più<br />
forte, di una squadriglia di quadrimotori che si avvicinava.<br />
Non c’era pericolo perché eravamo in aperta campagna, ma lui cominciò a tremare<br />
e quando il rombo dei motori si fece più forte, si gettò bocconi sul campo<br />
al bordo della stradina, nascondendo la faccia tra le zolle del terreno arato.<br />
Quando gli aerei furono passati ed erano già lontani, il soldato si alzò e con l’espressione<br />
della faccia un po’ stralunata ripeteva:<br />
- Russia… Russia.<br />
Capimmo che lo avevano mandato in Italia dopo essere stato sul fronte russo.<br />
Si era salvato, ma quella dev’essere stata una esperienza terribile.<br />
***<br />
C’era vicino alla nostra città un ponte, chiamato “i sei ponti” perché aveva sei arcate.<br />
Faceva parte della linea ferroviaria Roma-Ancona e pertanto era molto importante.<br />
Nell’ultimo periodo dell’occupazione tedesca, quasi ogni settimana, una squadriglia<br />
di bombardieri, non so se inglesi o americani, tentava di demolirlo<br />
lasciando cadere una miriade di bombe.<br />
Il bello era che il primo aereo della squadriglia accennava appena una “picchiata”<br />
per avvicinarsi al bersaglio, ma tutto il resto del gruppo lasciava cadere il<br />
carico senza neppure provare ad abbassarsi.<br />
Erano prudenti!<br />
26<br />
Naturalmente da quell’altezza era impossibile colpire il bersaglio e le bombe<br />
solo cavavano grandi crateri nei campi.<br />
Noi ragazzi, quando potevamo osservare la scena, sempre la stessa, da una<br />
doverosa distanza, ci scherzavamo sopra.<br />
***<br />
Dato che eravamo sfollati, io non andavo a scuola.<br />
All’inizio, alcune professoresse venivano periodicamente in una cascina, chiamavano<br />
tutti gli studenti dei dintorni, facevano una specie d’esame ed assegnavano<br />
i compiti per la volta seguente.<br />
L’insegnante d’italiano, molto giovane, mi disse di memorizzare non ricordo<br />
quanti versi di un certo capitolo dell’Eneide. E mi annotò i numeri del capitolo<br />
e dei versi.<br />
Per una distrazione, mi aveva indicato l’episodio che trattava dell’incontro di<br />
Didone ed Enea: “e testimoni ne furon il buio e l’antro…”<br />
Quando, nella lezione seguente, mi chiese di recitare i versi ed ascoltò di che si<br />
trattava, arrossì visibilmente.<br />
L’incidente fu molto divertente per me ed i miei compagni<br />
***<br />
Per mia fortuna c’era la villa di un marchese, a non grande distanza da dove<br />
vivevamo noi.<br />
Il padrone di casa era tutto un personaggio. Faceva parte della guardia nobile<br />
del papa, che a quei tempi esisteva ancora. Aveva una moglie americana ed<br />
una squadra di figlie, di tutte le età, una più bella dell’altra.<br />
Loro avevano una biblioteca ed il nipote del padrone di casa era un mio coetaneo<br />
ed io lo conoscevo. Così, periodicamente percorrevo a piedi, tra i campi, il<br />
cammino sino ad arrivare alla residenza del mio amico, il quale mi prestava tutti<br />
i libri che potevo portare sotto le due braccia. Avevano una biblioteca.<br />
In casa nostra non c’era luce elettrica. Le centrali che la producevano erano state<br />
distrutte.<br />
Io, con un barattolino vuoto di concentrato usato per fare il brodo e che aveva<br />
il coperchio di latta, avevo fatto una specie di lampada. Uno spago attorcigliato,<br />
che attraversava il coperchio e pescava nell’olio del recipiente, era lo<br />
stoppino. Così potevo leggere tutto il giorno e gran parte della notte.<br />
Naturalmente la mattina seguente avevo la faccia coperta dal nerofumo ed il<br />
soffitto della stanza non era più esattamente bianco.<br />
27<br />
Un giorno, mentre ritornavo a casa con i libri, arrivarono gli aerei per ripetere<br />
il bombardamento usuale dei “sei ponti”.<br />
Io, pur essendo a notevole distanza dal bersaglio, atterrito dalle esplosioni e dai<br />
bagliori degli scoppi delle bombe che cadevano da tutte le parti, lasciai cadere<br />
i libri ed abbracciai il tronco di una grande quercia, a lato dello stradello, aspettando<br />
ad occhi chiusi la fine di quel finimondo.<br />
Terminato il bombardamento, con le gambe tremanti, raccolsi i libri e, vicino a<br />
questi, trovai una di quelle piccole eliche, di dieci centimetri di diametro, che<br />
servivano ad attivare la spoletta delle bombe.<br />
Non si era rotta. Con lo scoppio era volata fino a me. Era di alluminio. La raccolsi<br />
e la portai a casa. L’ho usata come fermacarte, per tanti anni.<br />
***<br />
Un bel giorno si sparse la voce che erano arrivati gli americani.<br />
Effettivamente i tedeschi, di notte, avevano abbandonato la villa.<br />
Di primo mattino un solo carro armato tedesco, non molto grande, percorse<br />
il tratto di strada del fondo valle, che si poteva osservare comodamente da<br />
casa nostra.<br />
Erano quattro o cinque chilometri di asfalto rettilineo.<br />
Passammo il resto del giorno fuori casa o sul terrazzo per scorgere qualche<br />
indizio dell’arrivo dei “liberatori”. Non avevamo la minima idea di come<br />
sarebbe avvenuto.<br />
Nel pomeriggio inoltrato vedemmo in lontananza una strana automobile, mai<br />
vista prima.<br />
Era una “jeep”, che si fermò subito per un buon quarto d’ora, lontano. Poi percorse<br />
un tratto di strada per fermarsi nuovamente e così per tutto il percorso.<br />
Erano molto, molto prudenti i… “liberatori”!<br />
Non sapevano evidentemente che i tedeschi avevano abbandonato la zona e<br />
non volevano arrischiarsi troppo.<br />
Era già quasi notte quando la ”jeep” fece dietro front e scomparve dalla parte<br />
da dove era venuta.<br />
Erano quelli gli americani che aspettavamo?<br />
Lo erano.<br />
Infatti il giorno seguente comparvero autocarri con un rimorchio che aveva<br />
tante ruote piccoline e che trasportavano carri armati Sherman.<br />
Questi sì, erano carri armati pesanti!<br />
E gli autocarri, uno dopo l’altro, formavano una fila che si snodava lentamente.<br />
Il passaggio degli autotrasporti continuò per due giorni.<br />
28<br />
Alla fine, quando terminò, non c’era più asfalto sulla strada. Era stato polverizzato.<br />
Questo servì a farci meditare sulla pazzia che era stata fatta al voler combattere<br />
con “quattro milioni di baionette”, come diceva la propaganda, contro un<br />
esercito con simili mezzi.<br />
Già avevamo avuto lo stesso pensiero quando erano cominciati i bombardamenti<br />
e vedemmo per la prima volta le squadriglie di aerei quadrimotori. In<br />
Italia non c’erano quadrimotori<br />
In tutti gli anni di guerra io non avevo mai visto un nostro carro armato delle<br />
dimensioni degli Sherman, né un quadrimotore.<br />
***<br />
Durante cinquanta anni, dopo la fine del conflitto, ho visto tanti film , con<br />
soldati molto coraggiosi e ligi al loro dovere.<br />
Eroi da medaglia.<br />
Ma loro non erano certo i soldati che avevo visto io, durante tutta la guerra.<br />
Nei film ci sono sempre eroi. Eroi così, io non ne ho mai visti.<br />
“O forse erra dal vero, mirando all’altrui sorte, il mio pensiero”.<br />
Forse i personaggi di questo racconto sono stati tutti eroi… siamo stati tutti<br />
eroi… veri.<br />
SPAGHETTI ITALIANI<br />
Erano trascorsi sette anni da quando avevo cominciato a lavorare in Argentina<br />
e l’Istituzione dalla quale dipendevo mi assegnò una borsa di studio per trascorrere<br />
nove mesi presso una fondazione internazionale, in un altro paese dell’America<br />
del Sud.<br />
Io partii per primo e la mia compagna mi raggiunse dopo un mese.<br />
Impiegai questo primo mese per conoscere l’agricoltura di una vasta regione.<br />
Nel paese c’era stata una riforma agraria, in tempi già lontani, con la quale si<br />
era cercato di dare terra da coltivare a tutte le famiglie.<br />
Naturalmente, ogni famiglia aveva una superficie molto piccola.<br />
In una occasione vidi una casa in legno costruita su tronchi d’albero, all’altezza<br />
di circa due metri dal suolo. Sotto il pavimento della casa erano racchiusi gli<br />
animali domestici, in modo da avere maggiore superficie coltivabile.<br />
Così dovevano essere state costruite le abitazioni dei villaggi di palafitte della<br />
preistoria, ma gli agricoltori erano abbastanza contenti della loro situazione e<br />
potevano vivere.<br />
29<br />
Quando la mia compagna mi raggiunse, ci trasferimmo nella città capitale,<br />
dove era l’Università ed il mio ufficio presso la Fondazione.<br />
Da allora cominciammo a trascorrere i fine settimana nei luoghi di turismo. E<br />
lei era entusiasta del paese che vedeva andando in auto per le autostrade, nel<br />
circuito turistico.<br />
Solo io sapevo che era sufficiente inoltrarsi in una delle tante strade di terra ai<br />
lati dell’asfalto per incontrare i villaggi dei contadini con i loro piccoli appezzamenti<br />
di terreno coltivato a mais.<br />
Negli anni seguenti le cose cambiarono molto.<br />
Furono trovati ingenti giacimento di petrolio.<br />
Un giorno facemmo la conoscenza della moglie dell’addetto culturale presso il<br />
consolato italiano del luogo.<br />
Nella loro famiglia, finalmente, si poteva parlare italiano.<br />
In casa, avevano pezzi di roccia con incrostati cristalli di smeraldo bellissimi.<br />
Li avevano comprati in non so quale paese dell’America del Sud, dove esisteva<br />
una miniera e li usavano come ornamento, appoggiati sui mobili.<br />
Il loro figlio maggiore ci raccontò una sua ultima avventura, molto eccitante<br />
per persone che vivevano nel mondo diplomatico.<br />
Salendo sull’ascensore di un edificio statale della città, per partecipare ad una<br />
conferenza, si era trovato solo con una ragazza, che credette avesse più o meno<br />
la sua età.<br />
E lui la trattò da uguale, parlando e scherzando.<br />
Poi volle accompagnarla nel salone dove si svolgeva l’evento e fu sorpreso nell’osservare<br />
come la ragazza venisse salutata e lasciata passare con evidente<br />
grande rispetto.<br />
Messo in sospetto, fece in modo da poter chiedere ad un cameriere se sapeva<br />
chi fosse la sua compagna.<br />
- È la moglie dell’ambasciatore di…, una delle grandi potenze.<br />
Naturalmente lui si affrettò a prendere le distanze, spaventato per il suo ardire<br />
Poi ci sedemmo tutti a tavola, per cenare.<br />
Sulla tavola c’era un fiasco di Chianti, di quelli impagliati, un panforte di Siena<br />
e, naturalmente, spaghetti italiani.<br />
Che buoni!<br />
Noi che da tanti anni vivevamo all’estero, sapevamo quanto fosse difficile trovare<br />
quel ben di Dio, anche se la cosa non era impossibile.<br />
E poi venne uno zampone di Modena ed allora fu impossibile trattenersi dal<br />
chiedere dove comprassero tutte quelle buone cose.<br />
- Vengono dall’Italia, ci dissero.<br />
Doveva costare l’ira di Dio importare quei prodotti per l’alimentazione quotidiana.<br />
30<br />
Solamente più tardi, ritornando a casa, la mia compagna mi disse che la padrona<br />
di casa le aveva confessato all’orecchio: valigia diplomatica!<br />
RITORNO ALLA PREISTORIA.<br />
NASCITA DELLA “SEMINA DIRETTA”<br />
L’uomo divenne agricoltore quando imparò a fare piccoli buchi nel terreno ed<br />
a riporvi i semi. Poi qualcuno costruì una specie di aratro capace di aprire un<br />
piccolo solco superficiale. Poi furono inventati gli aratri veri, prima di legno,<br />
poi d’acciaio.<br />
E Newton e Leibniz insegnarono a calcolare le forze ed i movimenti delle zolle<br />
che si rovesciano su se stesse, coprendo di terra la vegetazione spontanea.<br />
Aumentò così, enormemente, la produzione agricola ma aumentò anche l’erosione<br />
del suolo.<br />
Nel 1964, io stavo già lavorando in una Stazione Sperimentale Agricola, in<br />
Argentina ed avevo disegnato alcuni esperimenti per approfondire la conoscenza<br />
della dinamica dell’acqua nel suolo. Il disegno sperimentale comprendeva<br />
anche parcelle con colture seminate su terreno arato e non arato. Secondo<br />
quanto previsto le piante coltivate avrebbero dovuto crescere bene, nelle<br />
parcelle arate e male, in quelle non arate. Ricordo ancora la mattina quando<br />
l’incaricato del campo, con una faccia molto preoccupata, si precipitò nel mio<br />
ufficio e mi chiese:<br />
- “Dottore, come faccio io a seminare in un suolo non arato?” &#8211; Lo rassicurai<br />
spiegandogli lo scopo e la maniera di procedere e dicendogli che avremmo controllato<br />
la crescita della vegetazione spontanea mediante l’uso di prodotti chimici.<br />
Le cose andarono, all’inizio, come avevamo previsto. Le piantine nacquero<br />
stentatamente nelle parcelle non arate. Lo sviluppo della vegetazione<br />
migliorava sensibilmente man mano che aumentava la profondità della rimozione<br />
del suolo.<br />
Alcuni professionisti, dipendenti di grandi società dedicate all’agricoltura, si<br />
mostrarono interessati a questa ricerca. Venivano a visitarmi di quando in<br />
quando ed io li guidavo sino al campo sperimentale. Non portavo con me il<br />
disegno dello stesso perché i trattamenti si potevano intuire dalla differenza in<br />
altezza della vegetazione. Ma un giorno, dopo qualche tempo dalla semina, una<br />
volta arrivato con alcuni ospiti al campo sperimentale, non fui più in grado di<br />
distinguere le parcelle con e senza rimozione del terreno. Rimanemmo tutti<br />
molto meravigliati. Ancor più io lo fui, quando ottenni i rendimenti in grano<br />
31<br />
corrispondenti ai diversi trattamenti. Non c’erano differenze apprezzabili tra<br />
il rendimento delle parcelle arate e non arate. Meglio non riportare i commenti<br />
del personale della Stazione Sperimentale. Il più benevolo era quello che mi<br />
consigliava d’andare in manicomio, se credevo davvero di poter seminare in<br />
quella maniera i campi della zona.<br />
L’esperimento fu ripetuto negli anni seguenti, ma era molto difficile far accettare<br />
la filosofia di “questa nuova” e “preistorica”, tecnica colturale. É naturale…<br />
dopo i millenni nei quali era stato usato l’aratro!<br />
Ora la semina su terreno non arato è molto diffusa nella “Pampa” e, per quanto<br />
ne so, anche in Africa e in altre parti del mondo.<br />
Si chiama “siembra directa”, “no till”, “no tillage”, “labranza cero”.<br />
Aiuta molto a risolvere il problema della conservazione del suolo, specialmente<br />
nei paesi nei quali è rimasto qualcosa da conservare.<br />
Non ha avuto molta diffusione in zone dell’Asia e dell’Europa, dove l’uso millenario<br />
dell’aratro ha causato già tutta l’erosione che era possibile provocare.<br />
Ora si parla molto di desertificazione ed erosione. Ma non bisogna dimenticare<br />
che, quando gli spartani difendevano le Termopili, la larghezza del passaggio<br />
occupato da quei trecento eroi, non era molto grande. Ora, tra un lato e<br />
l’altro del valico delle Termopili, ci sono chilometri.<br />
Questa è l’erosione.<br />
PRESIDE E ANZIANO<br />
Alto, magro, quasi un “don Chisciotte”, fumando il suo eterno sigaro toscano.<br />
Questi era il preside dell’Istituto Tecnico Agrario nel quale avevo ottenuto<br />
l’incarico di insegnare, non appena laureato. Quando ci si riuniva nella sala dei<br />
professori, aveva il vezzo di ripetere: “Io, preside e anziano…”. La frase serviva<br />
per far prevalere le su</p>
]]></content:encoded>
	</item>
	<item>
		<title>Di: Antonio Tritta</title>
		<link>https://adsic.it/2007/10/30/emigrazione-italiana-in-argentina/comment-page-1/#comment-1327</link>
		<dc:creator>Antonio Tritta</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 18:57:29 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://adsic.it/2007/10/30/emigrazione-italiana-in-argentina/#comment-1327</guid>
		<description>Mi chiamo Antonio Tritta abito a Trani(BAT),mi complimento con voi per il bellissimo e storico articolo che ora ho finito di leggere.Un mio bisnonno in compagnia del figlio Antonio(mio nonno) di 17 anni, 
arrivò in Argentina il 3/Sett./1884.Non so quanto tempo rimasero in Argentina,penso dopo sei,sette anni ritornarono a Trani.Mi raccontava mio nonno,io avevo allora nel 1949 12 anni,che il lavoro che lui e suo padre svolgevano,era controllare i galeotti  condannati ai lavori forzati.i due erano molto abili nell&#039;uso delle armi,
si potevano definire sportivi del tiro a segno.Avevano vinto molti premi e non ammazzarono mai nessuna persona.Desidererei sapere se voi siete al corrente di qualche pubblicazione in cui si parla di questo genere di lavoro,tRA L&#039;ALTRO RETRIBUITO MOLTO BENE,che alcuni italiani svolgevano in Argentina.
Vi ringrazio e distintamente vi saluto.
Antonio Tritta</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Mi chiamo Antonio Tritta abito a Trani(BAT),mi complimento con voi per il bellissimo e storico articolo che ora ho finito di leggere.Un mio bisnonno in compagnia del figlio Antonio(mio nonno) di 17 anni,<br />
arrivò in Argentina il 3/Sett./1884.Non so quanto tempo rimasero in Argentina,penso dopo sei,sette anni ritornarono a Trani.Mi raccontava mio nonno,io avevo allora nel 1949 12 anni,che il lavoro che lui e suo padre svolgevano,era controllare i galeotti  condannati ai lavori forzati.i due erano molto abili nell&#8217;uso delle armi,<br />
si potevano definire sportivi del tiro a segno.Avevano vinto molti premi e non ammazzarono mai nessuna persona.Desidererei sapere se voi siete al corrente di qualche pubblicazione in cui si parla di questo genere di lavoro,tRA L&#8217;ALTRO RETRIBUITO MOLTO BENE,che alcuni italiani svolgevano in Argentina.<br />
Vi ringrazio e distintamente vi saluto.<br />
Antonio Tritta</p>
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	<item>
		<title>Di: mario cozzi</title>
		<link>https://adsic.it/2007/10/30/emigrazione-italiana-in-argentina/comment-page-1/#comment-1316</link>
		<dc:creator>mario cozzi</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Oct 2009 21:25:47 +0000</pubDate>
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		<description>il fratello di mio nonno e emigrato a Buens Aires circa nel 1890 il suo nome era Pietro Cozzi e ha sposato una di cognome Somaruga.dicono che abbia vissuto a Villa Mercedes e abbia avuto cinque figli.faceva il muratore.Non si hanno piu notizie dalla fine della seconda guerra.esiste qualche registro sul quale si puo ricostruire la sua partenza da Busto Arsizio e la sua permanenza in argentina o discendenti che mi possano dare qualche informazione.grazie.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>il fratello di mio nonno e emigrato a Buens Aires circa nel 1890 il suo nome era Pietro Cozzi e ha sposato una di cognome Somaruga.dicono che abbia vissuto a Villa Mercedes e abbia avuto cinque figli.faceva il muratore.Non si hanno piu notizie dalla fine della seconda guerra.esiste qualche registro sul quale si puo ricostruire la sua partenza da Busto Arsizio e la sua permanenza in argentina o discendenti che mi possano dare qualche informazione.grazie.</p>
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		<title>Di: Il Veritometro di Polisblog: Bossi e gli immigrati italiani &#124; Video Folli</title>
		<link>https://adsic.it/2007/10/30/emigrazione-italiana-in-argentina/comment-page-1/#comment-1228</link>
		<dc:creator>Il Veritometro di Polisblog: Bossi e gli immigrati italiani &#124; Video Folli</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Aug 2009 22:22:03 +0000</pubDate>
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		<description>[...] la maggior parte degli immigrati italiani in Argentina tra fine &#8216;800 e inizio &#8216;900 proveniva dall&#8217;Italia settentrionale. Se invece (come dubito), l&#8217;affermazione di Bossi avesse voluto riferirsi agli italiani in [...]</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>[...] la maggior parte degli immigrati italiani in Argentina tra fine &#8216;800 e inizio &#8216;900 proveniva dall&#8217;Italia settentrionale. Se invece (come dubito), l&#8217;affermazione di Bossi avesse voluto riferirsi agli italiani in [...]</p>
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