“Mi emigro per magnar…”

In uno dei più importanti libri sull’emigrazione, Sull’Oceano, di Edmondo De Amicis, pubblicato nel 1889, un emigrante lo dice in maniera molto efficace: “Mi emigro per magnar”. Lo avevano esortato a restare, perché il governo avrebbe bonificato la Sardegna, la Maremma e l’Agro romano. Ma lui aveva risposto: “Ma se intanto mi no magno! Come se ga da fare a spetar o no se magna?”‘. Indubbiamente, non era questa la sola ragione. Molti giovani emigravano per sottrarsi alle famiglie, altri speravano di fare fortuna, altri, infine, erano costretti ad allontanarsi dall’italia per ragioni politiche.

Ma la grande maggioranza di coloro che lasciarono l’Italia negli ultimi decenni dell’ottocento e nei primi del novecento lo fece perché non riusciva più a viverci. L’emigrazione ha rappresentato una valvola di sicurezza che ha impedito l’esplosione di rivolte nelle campagne. Ma in un primo tempo le classi dirigenti guardarono ad essa con preoccupazione, e non solo per motivi umanitari. Il 23 gennaio 1868 fu diramata ai prefetti una circolare in cui si ordinava di non lasciar partire i lavoratori italiani che non mostrassero di avere un’occupazione assicurata e sufficienti mezzi di sussistenza. La questione fu discussa alla Camera il 30 gennaio. Un deputato affermò che la gente espatriava non “per vaghezza di far fortuna”, ma “piangendo e maledicendo ai signori e al governo”; un altro, ligure, sostenne invece che il problema non doveva essere posto in questi termini. Gli emigrati contribuivano al benessere della Liguria.

clip_image002.jpg

Emigrati italiani nel porto di partenza

Accanto a poveri contadini partivano per l’America meridionale “persone indurite ed abituate al lavoro”‘, che accumulavano laggiù un discreto capitale, fondando case di commercio e fabbriche. Sia coloro che sostenevano l’utilità dell’emigrazione sia quelli che la condannavano avevano dietro le spalle interessi di determinati gruppi economici da difendere. Gli armatori respingevano ogni limitazione. Quelli genovesi, in crisi per la concorrenza della flotta mercantile inglese nel commercio dei grani del Mar Nero e del Mediterraneo orientale, vedevano nel trasporto degli emigranti al Plata un rimedio alla crisi.

In questi ambienti, a opera di Jacopo Virgilio, nacque la teoria dell’espansione fondata sull’emigrazione: il commercio tra Italia e Sudamerica era aumentato proprio grazie alle case commerciali fondate dagli italiani in Brasile, Cile, Guatemala, Haiti, Guiana, Perù, Venezuela, e soprattutto Argentina e Uruguay.

“Sull´oceano” e verso l´America

Il viaggio era un’esperienza traumatizzante, o almeno molto dura. E non solo per quei contadini che non avevano mai visto il mare, ma anche per gli altri. Nel 1888 sul piroscafo “Matteo Bruzzo”, partito da Genova per il Brasile, morirono 18 emigranti per mancanza di viveri; altri 27 morirono per asfissia nel 1889 sul “Frisca”. Nello stesso anno, un giovane medico, Teodoro Ansermini, che prestava servizio sulla nave “Giava”, in viaggio per Buenos Aires, rilevò l’assenza di pulizia, l’affollamento dei malati in uno spazio troppo ristretto, la mancanza di acqua e aria. Durante la navigazione, vi furono ammalati di tifo, di vaiolo, di difterite. Una commissione nominata dal ministero della Marina trovò vere solo in minima parte le accuse del medico e ne censurò il comportamento. Ma proprio nel 1889, con la sua opera Sull’oceano Edmondo De Amicis portò anche questo problema all’attenzione della più vasta opinione pubblica.

Una volta arrivati in Sudamerica gli immigrati erano ospitati nelle “case d’immigrazione”. A Buenos Aires, l’Asilo era un immenso baraccone di legno, dove ricevevano una razione sufficiente di cibo, dormivano in ampi cameroni e venivano curati, se ammalati. Ma le donne erano separate dagli uomini, e la separazione aumentava il senso d’insicurezza. Inoltre, dopo cinque giorni, gli immigrati dovevano cercarsi un’abitazione e un lavoro. E qui intervenivano spesso altri speculatori.

In Sudamerica gli immigrati italiani non dovettero affrontare gravi problemi di carattere etnico o razziale, anche se l’inserimento non fu sempre facile. Le società sudamericane, e quella brasiliana ancor più di quella argentina, erano società in formazione, dove i nuovi venuti non venivano a scontrarsi contro strutture consolidate. E non si sentivano nemmeno portatori di una civiltà superiore, se non, talvolta, nei confronti degli Indios.

clip_image0021.jpg

Il Conte Verde fece la traversata inaugurale da Genova a Buenos Aires nel giugno del 1923.

In Argentina l’immigrazione italiana fu più scelta che in Brasile. Nel 1896 un deputato, il radicale Pantomo, affermò alla Camera che le sue condizioni morali e materiali erano assai migliori che in Brasile, ma che, per certi aspetti, restavano gravi: “i facchini, i lustrascarpe, i menestrelli da strapazzo” erano reclutati tra gli italiani che accettavano, di fronte agli altri emigranti, questo stato di inferiorità. Ma questo rischiava di diventare un luogo comune. Lo ritenevano falso, nel 1910, due osservatori della realtà argentina, Cittadini e De Duca, scrivendo a proposito dell’operosità italiana in Sudamerica: “Non è vero che l’italiano all’estero faccia soltanto quelli lavori minori”. E già nel 1896 un altro pubblicista, Scardin, aveva ricordato che in Europa chi nasceva povero, quasi sempre moriva povero. In Sudamerica, invece, c’erano molte occasioni da cogliere.

Italiani in Argentina

Con le associazioni e con i giornali cercavano di formare delle isole di italianità. Il 21 settembre del 1895 un giornale di Buenos Aires, La Nacion, diede ampio rilievo alla celebrazione del 20 settembre I anniversario della conquista di Roma da parte dello stato italiano: il ripetuto scoppio di petardi e razzi in tutti i quartieri della città aveva annunziato fin dalle prime ore che la comunità italiana si preparava a festeggiare la ricorrenza “con inusitato splendore e con il maggior entusiasmo”. La grande quantità di bandiere, in certi quartieri, dava a Buenos Aires l’aspetto di una città italiana. Non era un’esagerazione. Nel 1895, su 663.864 abitanti ben 181.361 erano italiani. Il più italiano era il quartiere di Boca. La popolazione era povera, ma gli italiani occupavano le posizioni migliori: erano italiani l’80 per cento dei commercianti e il 70 per cento degli impiegati. Nello stesso 1895, su 143 pubblicazioni periodiche, 13 erano scritte in italiano.

Reazione della borghesia argentina

Quale fu l’atteggiamento degli argentini, della popolazione creola originaria o anche degli immigrati spagnoli, di fronte a quella che in certi momenti poté sembrare una vera e propria invasione? Nel 1899 un medico e sociologo, Ramos Mejía, espresse le preoccupazioni della classe dirigente. Gli immigrati (che egli considerava in maggioranza italiani) erano tanti e ormai invadevano tutto: i teatri di secondo e terz’ordine, le passeggiate, “perché sono gratuite”, le chiese, “perché sono credenti devoti e mansueti”, le vie, gli asili, le piazze, gli ospedali, i circoli e i mercati. La cosa più preoccupante era che da questa massa amorfa stava emergendo, sia pure faticosamente e lentamente, una élite: per necessità o per ambizione, gli italiani affrontavano ogni difficoltà e riuscivano a farsi strada.

La loro ascesa sarebbe stata temibile, secondo Ramos Mejía, se non vi fosse stato l’intervento della cultura nazionale argentina. Poco più di dieci anni più tardi, nel 1913, un altro membro della classe dirigente argentina, Rodríguez Larreta, espresse analoghe preoccupazioni: egli aveva davanti agli occhi la prima generazione dei figli degli immigrati che aveva ormai possibilità molto maggiori di affermarsi, e si rendeva conto che, grazie al suo numero e alle sue capacità, un giorno essa sarebbe diventata classe dirigente. Si rendeva conto che si trattava di un’evoluzione inevitabile, ma riteneva che sarebbe stato bene non accelerarla.

Seconda generazione: i figli argentini

Le tesi dell’argentinizzazione si affermarono tra il 1900 e il 1910, con una politica a cui Ramos Mejía diede anche un contributo pratico. La necessità di adottare misure repressive trovò fermi sostenitori anche per il pericolo che per la borghesia argentina rappresentavano le idee degli immigrati anarchici e socialisti. Nel 1902 e nel 1910 furono approvate leggi repressive. In quest’occasione gli immigrati trovarono il sostegno di una parte del parlamento italiano e La Patria degli Italiani, il maggior giornale di Buenos Aires in lingua italiana, riportò le interrogazioni di alcuni deputati che chiedevano al ministero degli Esteri d’intervenire, per impedire arresti e espulsioni.

clip_image0022.jpg

La nave é presta per andare a fare l´America…

Un’altra ragione dei tentativi dì parte argentina di limitare le possibilità di affermazione degli immigrati era però data dal fatto che nella comunità italiana si andavano diffondendo tendenze nazionalistiche, che non erano soltanto una risposta alla politica aggressiva del governo argentino, ma contenevano esse stesse una certa carica di aggressività. Era irritante, per gli argentini, soprattutto la pretesa di certi ambienti italiani di essere portatori di una cultura superiore.

Si può ricordare, come un significativo esempio di questi atteggiamenti, un decalogo patriottico che Ferdinando Martini fece pubblicare nel 1910 su La Patria degli Italiani. Nel decalogo si ricordava agli immigrati che la loro vera patria era l’Italia, e li si esortava a celebrare le feste nazionali, a onorare i rappresentanti ufficiali dell’italia, a non modificare il loro nome, a insegnare la lingua italiana ai figli e a sposare un’italiana.

1910: Gli italiani sono cittadini argentini

Ma proprio nel 1910 diventò presidente della repubblica argentina Roque Saenz Peña. Egli fece approvare una legge elettorale che concedeva il suffragio segreto e universale. Con esso gli immigrati diventavano cittadini argentini di pieno diritto, in grado di influire sulle scelte politiche del Paese. L’assimilazione fu facilitata e, se rimasero vive a lungo tradizioni italiane, la vera patria cominciò a essere l’Argentina. Del resto, era ormai cresciuta una generazione che della patria d’origine conosceva ormai soprattutto ciò che ne narravano i padri.

Ragioni dell´emigrazione in Argentina

Nei primi decenni dell’ottocento aveva riguardato gruppi limitati di persone che vi si recavano soprattutto per ragioni di affari. Questa fase è stata definita “ligure” per la prevalenza di genovesi, interessati al traffico commerciale. A partire dal 1820 vi fu anche un’emigrazione politica, che si intensificò dopo il 1848. La partecipazione degli esuli alla vita civile del Sudamerica, in difesa dell’indipendenza e della libertà di quei popoli, è il dato che contraddistingue questo tipo d’emigrazione. Gli esuli non chiedevano soltanto un asilo, un rifugio, ma portavano ai popoli che li accoglievano il contributo della loro passione politica e delle loro idee. L’esempio più noto è ovviamente quello della “legione italiana” di Garibaldi, ma se ne potrebbero ricordare anche altri. La seconda fase ebbe inizio col 1870 e durò fino al 1890. Essa è stata definita “nord-occidentale” per la prevalenza di emigranti provenienti dall’Italia del nord. Dal 1890 al 1920, infine, vi fu, invece una prevalenza di meridionali. La grande emigrazione che ebbe inizio nel 1870 è legata ai processi di trasformazione che ebbero luogo nelle campagne. Si discute se questa ondata emigratoria sia stata causata più da fattori interni o esterni, cioè se si sia trattato di un processo di espulsione dall’Italia di masse che non riuscivano più a trovarci le condizioni elementari di sopravvivenza, o a un processo di attrazione da parte della “Merica” (così, di solito, gli emigranti definiscono nelle loro lettere la nuova terra) su persone che volevano migliorare le loro condizioni di vita.

È indubbio che in quei decenni ci fu un peggioramento di queste condizioni e che esse sarebbero state ancora più gravi se la pressione demografica non avesse trovato sfogo nell’emigrazione. Certo, non si possono nemmeno escludere, tra le motivazioni che spingevano a lasciare l’Italia, la volontà di tentare la fortuna, spesso sull’esempio di compaesani, sia che l’avessero già trovata sia che la immaginassero, nel Sudamerica, vicina o almeno possibile. La documentazione disponibile, e soprattutto le lettere degli emigranti che finora sono state pubblicate, mette in rilievo soprattutto le difficoltà della nuova vita e, insieme, quelle che gli emigranti si lasciavano alle spalle, ma questo non è un elemento decisivo a favore della tesi dell’espulsione, perché una parte notevole di questa documentazione fu raccolta da quanti, per i loro interessi economici, erano contrari all’emigrazione, alla perdita di manodopera a buon mercato. Resta tuttavia, al di là di qualsiasi revisione storiografica, il fatto che l’abbandono in massa delle campagne, il distacco dalle comunità d’origine, non fu certo un fenomeno indolore. Il calcolo della ricchezza che gli emigrati apportarono all’Italia con le loro rimesse non deve far dimenticare come fu difficile e faticoso, per la grande maggioranza, risparmiare e accumulare qualcosa.

clip_image0023.jpg

Arrivo di una nave italiana al porto di Buenos Aires

 

La ragione di fondo della fuga dall’Italia è stata pur sempre quella che Edmondo De Amicis raccolse dalla voce di un emigrante: “Di peggio di come stavo non mi può capitare. Tutt’al più mi toccherà di far la fame laggiù come la pativo a casa”.

Un pó di storia argentina

Nel 1853 l’Argentina divenne una repubblica federale. Lo Stato Federale profuse molto impegno nel progetto statale di colonizzazione agricola che attirò gran parte delle popolazioni europee migranti: di questo periodo i primi tentativi di immigrati italiani di acquisire lotti fondiari dalle province o direttamente dallo stato argentino.

All’inizio si trattò di piccoli gruppi di persone ma tra il 1860 e il 1878 l’acquisizione di nuove grandi porzioni di Pampa diede una notevole spinta alla politica fondiaria governativa.

Nelle zone di Corrientes fino dal 1853 molte società private di colonizzazione subaffittavano alle famiglie coloniche. Fu così che in Argentina si diffuse verso il 1865 il sistema applicato le prime volte a Corrientes nel 1853: l’anticipazione agli emigranti delle spese di viaggio e di quelle necessarie per impiantarsi nel lotto assegnato da parte delle società private.

La “Comision de Inmigracion” nacque per aumentare la produzione agricola e favorire l’immigrazione contadina nel paese. La produzione agricola del paese era insufficiente al fabbisogno nazionale: i cereali venivano importati pagandoli col ricavato della vendita delle carni. I capitalisti inglesi dietro ai “gauchos” dediti all’allevamento del bestiame ed alla pastorizia erano in netto contrasto con la politica agricola del paese e spesso cercarono di ostacolarla.

Nella Provincia di Buenos Aires già dal 1870 un provvedimento assegnava a giovani coppie di agricoltori terreni gratuitamente a condizione che vi costruissero una casa e che li coltivassero ma fu la legge varata nel 1876 dal Governo argentino sulla colonizzazione e l’immigrazione che spinse molti a muoversi dall’Italia e dalla Calabria per tentare la fortuna in Argentina.

La legge prevedeva che i territori nazionali venissero divisi in lotti di quarantamila ettari per insediamenti urbani e suburbani, offrendo sia la possibilità di assegnazioni di terreno gratuite, sia pagabili ratealmente a prezzi molto contenuti.

Per gli acquirenti gli unici obblighi erano quelli della residenza e della coltivazione delle terre; la preferenza per le origini contadine era facilmente superata poiché quasi tutti i braccianti agricoli del Meridione d’Italia erano allora in cerca di lavoro. Secondo il censimento del 1895 su un totale di 407.503 proprietari agricoli più di un quarto erano di nazionalità straniera e fra essi 62.975, più della metà, erano Italiani.

Quando nel 1882 il governo decise di concedere gratuitamente venticinque ettari di terreno a nuclei familiari, i coloni cercarono di ottenere in concessione le terre più vicine alle coste: da Santa Fe a Buenos Aires, da Corrientes a Entre Rios, la politica agricola delle Provincie argentine attirò il più grande flusso di emigranti contadini della storia moderna.

Belgrano, padre dell’Argentina


Nato a Buenos Aires nel 1770, figlio di Domenico Belgrano Peri, un ligure di Capo d’Oneglia (oggi Imperia), Manuel Belgrano è considerato con José de San Martin e Simon Bolivar uno dei padri dell’indipendenza dei paesi sudamericani dalla Spagna.

Inventore nel 1812 della bandiera argentina bianca e azzurra, è assurto a simbolo della nostra comunità al punto che la sua data di nascita (3 giugno) è diventata una festa: la Giornata dell’Emigrante Italiano.

Amato in Argentina, è il capofila di una lunga lista di nostri connazionali che hanno avuto un ruolo di spicco, dal presidente Carlos Pellegrini a scrittori come Ernesto Sabato, da grandi musicisti del tango come Astor Piazzolla a calciatori come Antonio Valentin Angelillo, da mitici piloti automobilisti come Juan Manuel Fangio a industriali come Agostino Rocca.

La terra promessa…

L’Argentina è per i lavoratori del vecchio mondo la terra promessa; gli italiani sono i più coinvolti in questa corsa sfrenata sbarcando negli anni dall’1886 al 1889 in quantità crescenti (43.000, 67.000, 75.000, 88.000). Nel 1889 la prosperità arriva al culmine, e nel 1890 arriva la crisi. L’afflusso in Argentina fu il maggiore tra quelli verso le Americhe. La maggior parte degli immigrati provenne dall’Italia settentrionale. Il principale periodo dell’immigrazione italiana in Argentina da un punto di vista quantitativo è quello che va dal 1876 al 1925. Dai censimenti si vede che la città di Buenos Aires ospita contingenti di italiani.

Ma che cosa erano andati a fare tanti italiani a Buenos Aires? Innanzitutto “colui che sbarca nel porto di Buenos Aires non è mai un turista” [Daireaux]. La massa degli immigranti italiani si inseriva nell’industria (soprattutto abbigliamento, mobili e affini e costruzioni) e nei servizi.

“Dove sono necessarie un poco di intuizione e di immaginazione, come nella fabbricazione di mobili artistici, gli italiani hanno la prevalenza” dice Einaudi (1900) con orgoglio patriottico. Gli italiani spiccano nella lavorazione del legno e per quanto riguarda quella del ferro, non solo emergono, ma praticamente la inventano. Nella città di Buenos Aires, nel 1895, sono di italiani 25 delle 29 fabbriche di letti, quasi tutte quelle di orologi per campanili, l’unica fonderia di campane, 2 delle 3 fabbriche di tubi di piombo, e l’unica di ferro, le 3 più importanti fabbriche di cucina a legna, una di quelle di ferro galvanizzato, una delle due di biciclette e le uniche due che preparavano apparecchi per l’illuminazione a gas e a elettricità. Sembra inevitabile menzionare qui la figura di Pietro Vasena, non solo perché parlare della produzione relativa al ferro alla fine del secolo a Buenos Aires, significava menzionare questo nome, ma perché, oltretutto, il suo caso è, forse, l’esempio più evidente del “self-made man” in queste terre e, sicuramente, la fonte di ispirazione dei sogni di grandezza di ogni immigrante italiano che sbarcava nel porto di Buenos Aires. Pedro Vasena -scrive Einaudi- “arrivò, tredicenne, in America, senza un soldo, senza conoscenti e, in capo a pochi anni diventò padrone di ben tre grandi stabilimenti”. Lombardo, di Lecco, “di statura regolare, ma con muscolatura atletica, cultura poca o nessuna, ma una mente sveglia, attenta, straordinario ingegno e gran senso della vita e del positivo”, era padrone, nel 1898, di tre stabilimenti le cui rispettive superfici coprivano 10.000, 9.000 e 15.000 metri quadrati. Figurano, tra le sue opere, il maggior mercato aperto della Repubblica, il mercato alimentare, il mercato della frutta del paese di Bahía Blanca, la fabbrica di caldaie e depositi di petrolio della New Gaz Company di Buenos Aires, l’armatura del gran ponte di Catamarca di 53 metri di luce in una sola campata e tante altre opere della stessa levatura. Gli stabilimenti di Vasena lavorano, nel 1898, ferro fuso, acciaio, ferro e bronzo per ventimila tonnellate e impiegano tra i 450 e i 500 operai.

Altro successo sorprendente è quello della famiglia Canale nel campo dell’alimentazione, o quello raggiunto dal colosso dell’industria argentina creato nel 1888 da un gruppo di italiani per la fabbricazione dei fiammiferi… Paritaria è anche l’importanza di commercio e artigianato italiano a Buenos Aires (nel 1895 il 62% dei negozi sono italiani).

Secondo Einaudi il primo tipo di immigrante italiano in Argentina è il marinaio. Gli italiani si portano dietro in Argentina le famiglie, le idee, l’ambizione di risparmio e prosperità e la voglia di star bene.

Dice “La Nación”del 20 settembre 1895: “sappiamo bene che nessun popolo della nostra razza ha saputo vincolare alla propria terra la popolazione italiana meglio di quanto ha fatto la Repubblica Argentina, le cui vastissime campagne e sorprendenti risorse offrono un avvenire sicuro a tutti i lavoratori… alcune centinaia di migliaia si occupano di lavori rurali o industriali di questo paese, si legano ad esso non solamente per interesse, ma anche per affetto, si affiatano con noi, assimilano persino le abitudini dei gauchos e, per tutto ciò, si rivelano un fattore di grande importanza per i nostri rapidi progressi…”

La grande maggioranza dell’immigrazione venne a costituire quelle migliaia di piccoli proprietari o fittavoli di terreni o i numerosi titolari del piccolo commercio e dell’industria di tipo artigianale, di carattere spesso familiare. Pochi poterono arricchirsi tanto attraverso il commercio o l’industria da acquistare terre in quantità tali da rientrare tra i grandi proprietari (e tentare così l’accesso alla classe sociale che dirigeva le sorti del paese).

Un caso tipico fu il popolamento, soprattutto da parte di coloni italiani, di estese superfici che prima erano quasi deserte e che da allora in poi sarebbero diventate lo scenario della colonizzazione agricola più caratteristica e importante della storia argentina. Così gli agricoltori italiani si stabilirono a decine di migliaia a Santa Fe e nelle zone adiacenti della provincia di Córdoba (e la popolazione italiana in queste province passerà da 4.600 persone nel 1869 a 240.000 nel 1914).

Parimenti, l’apporto degli industriali italiani in questa fase fu notevole in molti settori e decisivo in altri; vennero allora poste le basi di grandi stabilimenti nel settore metallurgico e meccanico, dell’alimentazione, della chimica, della carta, della ceramica, della vitivinicultura, etc., un buon numero dei quali ancora oggi funziona tra le imprese più importanti del paese.

Immigrati con preferenza per le città (con un conseguente rapido processo di urbanizzazione) che portava anche fenomeni complessi di trasformazioni demografiche, economiche e sociali, come l’avvento delle classi medie. Gli italiani dettero vita ad una fase piena di vita, di impulsi, di progetti e di speranze, una fase piena di realizzazioni.

Lo sviluppo dell´economia argentina

Ruoli importanti nei settori dell’economia, dell’agricoltura; ruoli importanti di mani e di menti degli italiani nell’industrializzazione. Non si dimentichi che l’Argentina si era affacciata alla vita economica internazionale soprattutto come un paese esportatore di cereali e di carne e la produzione agro-zootecnica non poteva esistere senza che intervenissero nella sua realizzazione almeno due fattori: capitali e uomini. I primi dovevano essere destinati alla creazione delle indispensabili vie di comunicazione (di cui il paese mancava quasi completamente, eccetto nelle zone vicine ai fiumi navigabili) e di tutte le infrastrutture necessarie per poter sviluppare adeguatamente queste attività. E le molte migliaia di uomini necessari allo sviluppo economico furono forniti appunto dall’immigrazione.

In Argentina la maggior parte dell’immigrazione si concentrò nei principali centri urbani, e le attività predominanti riguardavano il settore terziario e soprattutto i piccoli laboratori artigianali. Gli italiani ebbero un ruolo esclusivo nella costruzione di grandi opere pubbliche e di innumerevoli immobili privati, dalle modeste abitazioni sino ai grandi palazzi.

Statistiche dell’emigrazione italiana

Emigranti italiani che hanno abbandonato la sua patria nel periodo 1861-1985

TOTALE NEL MONDO:

Emigrati: 29.036.000 Ritornati: 10.275.000 Emigrati non ritornati: 18.761.000

TOTALE ARGENTINA:

Emigrati: 2.941.000 Ritornati: 750.000 Emigrati non ritornati: 2.191.000

Emigrazione italiana per regione 1876-1915

Popolazione italiana in Argentina (dati dai censimenti argentini)

Emigranti italiani verso l´Argentina per grandi regioni d´Italia (1880-1929)

Le comunità italiane all’estero oggi

 Oggi il numero di italiani che lasciano il proprio paese per cercare migliori opportunità di lavoro all’estero si è fortemente ridotto, ma non è completamente esaurito. Si ha un flusso di circa cinquantamila persone che espatriano e altrettante che rimpatriano. Ciò che è mutato è la qualifica professionale degli emigranti: è aumentato il numero di tecnici e operai specializzati che si recano in cantieri o in imprese ad alta tecnologia italiana nei paesi del terzo mondo.Gli italiani all’estero secondo le stime del Ministero degli affari esteri erano nel 1986 quasi 5.116.000, di cui il 43% nelle Americhe e un´altro 43% in Europa.  L’entità delle collettività di origine italiana ammonta invece a decine di milioni, comprendendo i discendenti degli immigrati nei vari paesi. Al primo posto troviamo l’Argentina con 15 milioni di persone, gli Stati Uniti con 12 milioni, il Brasile con 8 milioni, il Canada con un milione e l’Australia con 540.000 persone.Nonostante sia trascorso più di un secolo dagli esordi della diaspora italiana nel mondo numerosi elementi stanno ad indicare il perdurare di un senso di appartenenza etnico dei discendenti degli italiani nei confronti del loro paese d’origine. Alberto Sarra(Buenos Aires, Argentina)Ottobre 2007Compilato da libri e documenti storici. 

Bibliografia

 

§         Aurelio Lepre – da “Storia Illustrata” n.370, 1988

§         Associazione Internet degli Emigrati Italiani – (www.emigrati.it)

§         Francesco Saverio Alessio – (www.emigrati.it)

§         Colectividad Italiana – www.oni.escuelas.edu.ar

§         Sicilia in Europa – www.siciliaineuropa.eu/storia_emigrazione