Quando i forestali calabresi producevano il ferro

(….e il ministro leghista “lumbard”Calderoli scese nelle ubertose foreste calabresi per capire di quale pianta dovesse nutrirsi, per meglio sopravvivere, la fauna ivi vivente. )

Forse la protesta dei forestali calabresi è rientrata. Il Governo dovrà trovare i fondi necessari a garantirne la retribuzione se non vorrà mettere a repentaglio le prossime elezioni regionali e sicuramente anche le politiche.

Ma quando ancora si paventavano eclatanti forme di protesta i media nazionali gareggiavano nel disinformare gli italiani sulle vere motivazioni che stavano alla base della reazione dei lavoratori.

Alcuni opinionisti di nota fama paragonavano, durante una trasmissione radiofonica, i forestali ai finti invalidi; un esercito d’invalidi nullafacenti, uno ogni chilometro quadrato di bosco calabrese. Ben dodicimila zavorre sulle spalle dei bravi italiani che lavorano onestamente soprattutto nelle fabbriche del Nord.

Ma noi sappiamo che non è così come ci viene raccontato.

Per esempio, se ci domandassimo quanti lavoratori calabresi sono emigrati al Nord per lavorare nelle “oneste” fabbriche padane o nei suoi gelidi cantieri edili, sapremmo già rispondere agli incompetenti ( o furbi?) opinionisti che questi rasentano il numero di due milioni e per conseguenza che una bella quota percentuale (a due cifre!) del prodotto interno lordo della “paludania” è ,di fatto, frutto del sudore calabrese e quindi, ammesso e non concesso che quei dodocimila forestali godessero di particolari elargizioni, queste non sarebbero che una piccola quota della ricchezza prodotta dai loro fratelli emigrati. Una piccola goccia di ricchezza del Sud che tornerebbe al Sud.

In realtà “questi forestali” lavorano anche loro. Fanno strade, ponti lignei, argini, massicciate, servizio antincendio ed infine mantengono pulito il bosco controllandone la crescita.

Sono troppi dodicimila? Io questo non lo so, ma gradirei conoscere quanti forestali impegnano le regioni del Nord, almeno per fare un paragone!

Quello che so con certezza è che i forestali della Calabria esistono praticamente da sempre..sono un tutt’uno con la foresta preglaciale. Si hanno loro notizie a partire dall’indigena popolazione degli “italici” che abitava questa selvosa e meravigliosa regione quando al di sopra del fiume Po, sempre in paludania, i pochi ruminanti esistenti si nutrivano di muschi e licheni.

All’epoca della Magna Grecia i loro servigi per l’approvvigionamento di pregiato legname da naviglio erano lautamente compensati. Persino Annibale potrà sfuggire all’Africano grazie al loro aiuto nella ricostruzione di un’intera flotta che trasportò il suo esercito sano e salvo in patria.

Il lungo periodo di egemonia romana non turbò l’attività di questi volonterosi tagliatori di bosco in quanto indispensabili custodi di un immenso patrimonio botanico.

E così fu anche durante l’evo antico fino a giungere a quello moderno.

Già sotto gli angioini i forestali calabresi assistevano le cosiddette fonderie itineranti che producevano il ferro.

Chi conosce il Sud, chi lo ama, chi ferma l’occhio sui particolari architettonici degli antichi edifici costruiti prima del 1861 trova un pezzo di Calabria su ognuno di essi. Dall’Abruzzo al Molise, dalla Puglia alla Campania, dalla Basilicata alla Sicilia…passando per la Calabria, quasi tutti i balconi sono decorati con artistiche inferriate.

Queste inferriate erano prodotte con ferro calabrese estratto dai minerali provenienti dalle miniere di Pazzano.

Durante l’aureo periodo borbonico e soprattutto sotto l’illuminato governo di Ferdinando II, le fonderie calabresi erano diventate una vera e propria industria strategica e producevano profilati, lamiere, binari, catene, tubi, armi e persino valvole per l’industria impiantistica. La Calabria contribuiva, quale prima produttrice incontrastata del Regno delle Due Sicilie, per oltre 20.000 quintali di acciao dolce prodotto all’anno.

Il solo complesso di Mongiana impiegava oltre millecinquecento addetti tra operai e manovali. La manodopera minorile era bandita e quella femminile già tutelata da opportune normative che vietavano loro lavori pesanti.

Poi vi fu l’unità d’Italia, la chiusura una dopo l’altra delle fabbriche calabresi quindi l’emigrazione.

Oggi Mongiana è una città ombra di sé stessa ma percorrendo il suo corso principale, ancora assurdamente intitolato a Vittorio Emanuele III (…quello che fuggì da Brindisi lasciando l’Italia alla guerra civile!), ci si rende subito conto dell’importanza industriale che ebbe un tempo. Lo si comprende dalle tipologie degli edifici e dal loro numero. Era sì una città operaia, ma costruita con concetti moderni, anzi molto più avanzati di quelli oggi a noi noti.

Ma torniamo ai forestali….

E’ evidente che attorno a Mongiana non potevano che esserci migliaia e migliaia di ettari di bosco la cui pulizia produceva il legno che veniva trasformato in loco in carbone di legna necessario ai processi di fusione dei minerali di ferro o della ghisa.

Pensate che già 200 anni fa la Calabria rispettava le Direttive Europee di oggi producendo energia da fonti rinnovabili, e per di più per produrre il ferro!

La cosa ha dell’incredibile. Perché i nostri guru dei Quark e dei SuperQuark queste cose non le raccontano agli italiani?

Quanti forestali erano impiegati per il taglio del bosco necessario alle ferriere di Mongiana? Non si sa, non esistono dati. Il buon senso ci fa pensare ad un numero almeno uguale a quello degli addetti alle fonderie…forse uno ogni kmq!

E i boschi attorno Mongiana, pur immensi, non sono che una piccola frazione della foresta calabrese.

Oggi gli eredi di quei fortunati forestali anziché il ferro potrebbero produrre energia, energia elettrica da fonte rinnovabile…tanta energia da illuminare a giorno tutto il Sud….e speriamo che qualcuno capisca.

Domenico Iannantuoni