Lettere di : Avv. Antonio Pagano e Sig. Francesco Latrofa

Presentazione: Domenico Iannantuoni ( ADSIC )

 

Pochi giorni fa si è avuto un singolare dibattito tra lettori de ” Il Giornale” nella famosa rubrica coordinata da Paolo Granzotto e avente come oggetto le note questioni della sanguinosa repressione militare post-unitaria ad opera delle truppe di occupazione piemontesi.

Vogliamo riproporvelo nel suo insieme perchè a nostro avviso evidenzia in modo eccelso e sintetico le motivazioni per cui una gran parte di “noi meridionali” , mercè la grande mistificazione storica risorgimentale propagandata da 143 anni ed ancora oggi in gran voga, non voglia ancora prendere coscienza della verità storica che da circa un decennio viene finalmente divulgata, se pur a fatica, da storici, studiosi e ricercatori di ogni dove e di rinomata fama internazionale.

 

Sorge anche il dubbio, del tutto legittimo, che la maggioranza degli agnostici faccia ormai solo finta di non capire questa verità per non fare la figura dei “fessi”, parte così drammaticamente offensiva per i meridionali DOC che a ciò preferiscono mille volte la menzogna anche più banale.

 

La risposta del Sig. Latrofa, meridionale, alla “lettera-denuncia” dell’avv. Pagano, anche lui meridionale, mi fa pensare proprio questo e me ne rafforza la tesi.

 

Leggendo bene la lettera del Sig. Latrofa si comprende però che egli vorrebbe credere alle denunce degli eccidi di meridionali ma non può farlo perché questa ammissione scardinerebbe la sua certezza granitica di essere dalla parte della ragione,proiettandolo immediatamente dall’altra.

 

Anche la confusione tra Ferdinando II ,padre, e Francesco II ( in esilio dorato quest’ultimo!?) denota la mancanza del desiderio di approfondire le conoscenze storiche accontentandosi così di ripetere, con lo stile degli “orecchianti” , facili luoghi comuni propagandati ad arte dai burattinai del risorgimento.

 

Mentre dalla sua dichiarazione di totale assenza di nostalgia per il Regno delle Due Sicilie, per via del barbaro sistema poliziesco borbonico, subitaneamente abbinata alla retorica celebrazione dell’unità d’Italia e del risorgimento, non senza aver prima dato pace ai morti di tutte le sponde, ecco che emerge il classico lapsus freudiano sulle giuste recriminazioni economiche e politiche del meridione.

 

In sostanza tutto gli fa capire che il mezzogiorno è stato turlupinato, ma non lo può ammettere apertamente per quanto prima detto.

 

Ma a questo punto del dibattito interviene il direttore Paolo Granzotto che dice apertamente le cose come stanno, demolendo le illusioni di Latrofa e facendogli così capire che non si trova dalla parte di chi ha ragione ma dall’altra…poveretto! E adesso cosa risponderà a Granzotto?

 

Siccome le attenuanti non sono poche, invitiamo i tantissimi “Latrofa” a riscoprire la verità, a ridarsi una dignità di appartenenza discernendo sempre tra le cose fatte, giuste e sbagliate, nel periodo duosiciliano così come quello attuale di malaunità italiana che tanta sofferenza ha portato al mezzogiorno.

 

Solo così si costruirà un mondo migliore.

Domenico Iannantuoni

Lettere a “Il Giornale”

Caro direttore,
su tutta la stampa di oggi c’è “Il dovere di ricordare” a proposito delle vittime delle foibe. Fini dichiara addirittura che “Sono cadute le barriere dell’odio. Il dopoguerra in Italia è finito”.
Ma consentitemi una sommessa critica. Se i delitti di strage sono imprescrittibili, perché la memoria non si ritrova per ricordare le stragi di Pontelandolfo e di Casalduni, oltre le altre centinaia di migliaia di assassinii, commessi dai piemontesi nel Sud tra il 1860 e il 1870? Devo forse pensare che noi meridionali non siamo considerati italiani, ma il residuo di tribù sudiche che ancora non si decidono a morire o a emigrare tutti per lasciare tutto lo spazio agli italiani veri? Quando finirà il dopoguerra del “risorgimento” piemontese?
Eppure una volta con il nome Italia si identificava solo quella parte della penisola che andava da Napoli alla Calabria. Anche il nome ci è stato rubato.
La conferma di ciò la si trova nelle tonnellate di fango che continua a buttare sul Sud la televisione di Stato (che si mantiene con i nostri soldi) con i recenti sceneggiati, sponsorizzati dal presidente Ciampi, su quel tristo figuro di Garibaldi, burattino di Cavour responsabile della “questione meridionale”, oppure su quella zoccola di Luisa Sanfelice quasi santificata, senza citare le immani stragi compiute sui meridionali dalle bande savoiarde-garibaldesche e dai giacobini. Perché?
No, non sono cadute le barriere dell’odio, perché con queste omissioni e mistificazioni esse sono ancor più alimentate da questo modo di fare politica. Sorge spontaneo il sospetto che tutta questa retorica sia solo uno squallido espediente elettorale.
Quando la politica italiana diventerà adulta?
Davvero puerile continuare con questa “religione di Stato” che è il “risorgimento”. Non è con queste squallide menzogne che si tiene unita una Nazione.

L’Italia ha ben altri e grandi valori con i quali tenere uniti i cittadini. Questa politica li divide.

Antonio Pagano
Torri di Quartesolo (Vicenza)

Seguo con molta attenzione la rubrica La parola ai lettori che lei dirige egregiamente e con imparzialità.Le chiedo di voler cortesemente pubblica­re la presente, anche per una sorta di par condi­cio, per replicare brevemente alla lettera a fir­ma del signor Antonio Pagano di Torri di Quar­tesolo (Vicenza) pubblicata sul Giornale del 16 febbraio scorso il quale sostiene che i piemonte­si avrebbero ammazzato centinaia di migliaia di persone tra il 1860 e 11 1870.

Non conosco le fonti storiche da cui Il signor Pagano trae le sue convinzioni, ma devo dire che tali affermazioni sono completamente desti­tuite di ogni fondamento, in quanto la lotta al brigantaggio provocò soltanto circa 7.000 (sette­mila) morti tra I poveri briganti finanziati e mandati allo sbaraglio da Re Ferdinando Il di Borbone dal suo esilio dorato di Roma che, con ciò, si era illuso di poter ritornare al potere.

E giusto commemorare tutti I morti di tutte le guerre ed è giusto ricordare I caduti della lotta al brigantaggio, specie quelli meridionali, ma è altrettanto giusto ricordare anche quei poveri e giovani soldati piemontesi ai quali i briganti al soldo di «Franceschiello» tagliarono la testa sen­za che avessèro fatto nulla per meritare quell’or­renda fine. Il Risorgimento e l’Unità d’Italia por­tarono ai meridionali la libertà e il rispetto dei diritti dell’uomo, che erano stati conculcati sot­to il poliziesco regime borbonico: questo è il motivo per cui il Mezzogiorno d’Italia non ha alcuna nostalgia per il Regno delle Due Sicilie, Indipendentemente da tutte le altre recrimina­zioni di carattere economico e politico che pure erano e sono fondate.

Francesco Latrofa Toritto (Bari)

Risposta del Direttore Paolo Granzotto

Paolo Granzotto

E quali sarebbero le sue fonti, caro Sig. Latrofa?

Dagli atti parlamentari risulta che nel solo anno 1863 si ebbero 2mila 413 «briganti» uccisi in combattimento, mille e 38 fucilati dopo la cattura e 2mila 768 condannati all’ergastolo (i reclusi – oltre 70mila – cre­arono tanti di quei problemi al governo che il primo ministro Luigi Menabrea di­spose di acquistare un lembo di terra in Patagonia per farne colonia penale e de­portarvi i duosiciliani).

E lasciamo perdere, per carità di patria, i diritti dell’uomo. Le dice niente la Legge Pica? Essa autorizzava la fucilazione imme­diata a chi si opponeva ai piemontesi, i lavori forza­ti a chi dava ricetto ai ribelli, il domicilio coatto per i sospetti.

Il Diritto, un giornale piemontese – ripe­to: piemontese – scrisse che la Legge Pica «sotto il velo di mentite sembianze nasconde uno stato d’assedio».

L’’8 maggio del 1863 (la Legge Pica era stata appena promulgata) sir Henry Lennox dichia­rò alla Camera dei Lords che sebbene avesse attiva­mente contribuito all’Unità d’Italia, l’Inghilterra non poteva far finta di ignorare «i delitti che i Savo­ia stanno commettendo nell’ex Regno delle Due Sicilie». Quando per protesta si dimise (assieme a Guerrazzi, Saffi, Cairoli) da deputato, Giovanni Ni­cotera tuonò, in Parlamento: «il governo borboni­co aveva per lo meno il gran merito di preservare le nostre vite e le nostre sostanze. È un merito che l’attuale governo non può certo vantare. Le gesta alle quali assistiamo possono essere paragonate a quelle di Tamerlano, Gengis Khan o Attila».

In quanto poi alle teste mozze, legga questo telegramma inviato da un ufficia­le piemontese in servizio «antibrigantag­gio» al suo diretto superiore: «Catanzaro 13 luglio 1869 – Ill.mo Generale Sacchi, la testa di Palma (nome di battaglia di Domenico Strafaci) mi giunse ieri al gior­no verso le sei e mezzo. E’ una figura piut­tosto distinta e somigliante a un fabbri­cante di birra inglese. La testa l’ho fatta mettere in un vaso di cristallo ripieno di spirito, e chieggio a Lei se vuole che la porti così per farla imbalsamare, non essendo ca­pace nessuno di fare tale operazione. Nel caso affermativo me lo faccia prontamente sapere. Si so­no fatte delle fotografie della testa e se riescono bene gliene spedirò un certo numero. Firmato: il Comandante della zona militare Colonnello Mi­lon». Come vede, questi valenti soldati inviati nel Meridione per riscattarlo dalla bestiale tirannia borbonica portandovi civiltà e cultura, non solo avevano il civile vezzo di decapitare la gente, ma addirittura quello di conservare sotto spirito il ma­cabro trofeo. L’Italia è stata fatta e noi ne siamo lieti e orgogliosi, caro Latrofa. Però è stata fatta anche coi modi e i metodi dei colonnello Milon e siccome siamo diventati grandicelli, è ora che se ne prenda atto.

Paolo Granzotto

Teste Mozzate