S. Lucia

Se davvero esiste il cielo dei pazzi d’amore per Napoli, in quel cielo un posto privilegiato spetta di diritto, senz’alcun dubbio, ai Luciani. E se il cuore della Napoli antica e bella batte ancora in alcune parti della città, una di queste è, senz’altro, quel che resta del vecchio Borgo Marinaro di Santa Lucia.

Quel che resta lo fu a dispetto della colossale operazione di speculazione edilizia post-unitaria di fine Ottocento (la prima in ordine di tempo a dare il sacco alla città), che con la scusa di una radicale bonifica dei vicoli, si limitò alla fine in una spettacolare operazione di facciata, impinguando però le tasche dei soliti pescecani vicini al governo. Soltanto di facciata, come amaramente osservò Matilde Serao e come denunciò con veemenza nei suoi versi il nostro Ferdinando Russo.

Addó se vere cchiú Santa Lucia?
Addó sentite cchiú ll’addore ‘e mare?
…………………………
Se scarta ‘o bbello e se ncuraggia ‘o bbrutto!

Ma si sa che Ferdinando Russo, il cantore della genuina anima luciana, era un rompiscatole filoborbonico. Un passatista, insomma, da non ascoltare. Così la pensava il sommo Benedetto Croce, che non poche gratuite stroncature riservò alla carriera letteraria del povero Ferdinandiello. Non c’è niente di più acido della malevole piccineria di un grande. Ma il Russo continuò imperterrito per la sua strada, malgrado l’ostracismo delle vestali della cultura ufficiale, ostracismo durato fin quasi ai nostri giorni.

La damnatio memoriae di essere corrivi nella simpatia per una dinastia, esecrata in tutti i libri di testo di storia italiani, quale è quella dei Borbone, perseguita da sempre anche i Luciani.

I Luciani, cosí chiamati per l’abitare il Borgo Marinaro sorto appunto attorno alla chiesa dedicata alla bella martire siciliana, Santa Lucia. Il nucleo primigenio, dovuto a coloni greci, nasce alle pendici del Monte Echia, meglio conosciuto con il nome di Pizzofalcone. È tradizione che, di fronte al mare di Santa Lucia, Virgilio, dimorante nel Castro Luculliano (poi Convento del Salvatore, infine Castel dell’Ovo), scrivesse le Bucoliche ed alcuni, quattro per l’esattezza, libri delle Georgiche. Ciò la dice lunga sulla permanente amenità del posto, dovuta peraltro alle numerose sorgenti di ottime acque minerali, tra cui la Ferrata e la Sulfurea, che sgorgavano abbondanti nelle vicine grotte tufacee del Monte Echia e, quindi, prospicienti la spiaggia stessa. Queste grotte furono dette Platamonie, da cui Chiatamone. Tanto che finirono per fornire di acqua ferrata e sulfurea l’intera città di Napoli e i Casali vicini. L’acqua veniva raccolta e trasportata nelle famose «múmmare», anfore di creta, dove si conservava sempre freschissima. Generalmente erano le belle e procaci Luciane a dedicarsi alla vendita ed al commercio delle acque, mentre gli uomini, se non erano imbarcati come marinai nella flotta reale napolitana, si dedicavano alla pesca ed alla vendita dei gustosi frutti di mare.

Benché facenti parte della medesima grande metropoli, i Luciani si tennero sempre un po’ distinti dagli altri abitanti, vuoi per la loro innata «scienza di mare» quale marinai, cosa che li contrapponeva ferocemente, in memorabili risse, agli abitanti del Quartiere Porto, vuoi per la specificità dei mestieri più diffusi tra di essi quali l’acquaiola e il pescatore. Queste peculiarità diedero vita, nel tempo, ad abitudini, costumanze e riti del tutto diversi dal resto di Napoli. Persino nel dialetto si poteva distinguere un Luciano dagli altri Napoletani. Infine i Luciani si vantavano di essere tutti, ma tutti, nessuno escluso, bambini e donne comprese, fedelissimi ai Re Borbone. Non a caso il Casino del Chiatamone era stato scelto quale residenza estiva della Corte.

Da sempre i Regnanti napoletani si mescolavano senza scorta con quella vociante e variopinta folla, che popolava quell’intricato dedalo di viuzze del Borgo Marinaro. Luciano tra i Luciani, Ferdinando II veniva qui a comprare di persona frutti di mare freschi per la mensa regale. Sembra che sia stata coniata proprio da questo Re, per il suo abituale fornitore, la famosa indecifrabile denominazione di «ostricaro fisico». Il pescatore la prese, ironicamente, come un titolo onorifico elargito dal Re in quanto gli ricordava tanto quel «dottore fisico», con cui si fregiavano con superbia certi grassi borghesi che avevano studiato.

Già, la damnatio memoriae per i Luciani di essere restati, nella buona e nella cattiva sorte, fedeli ai tanto vituperati Borbone!

Si comincia nelle tragiche giornate del gennaio 1799, allorché quelli del Borgo di Santa Lucia, all’unisono con gli abitanti di tutti gli altri quartieri cittadini, si oppongono con determinazione al francese invasore. Cataste di corpi di Luciani trucidati testimoniano che la loro fedeltà al Trono non è vuota leggenda. E poi nei sanguinosi moti del maggio 1848, quando i Luciani affronteranno dalle parti di Montecalvario folti gruppi di camorristi armati, che spalleggiano gli insorti antiborbonici. Come sempre nei moti risorgimentali la malavita organizzata sa benissimo da che parte stare. Della cosa si ricorderà, nel 1860, il famigerato don Liborio Romano, ministro di polizia all’arrivo in Napoli di don Peppino Garibaldi. A garantire l’ordine pubblico nella città ci penserà la camorra, tramite la neocostituita guardia cittadina. Di quest’ultima, per espresse disposizioni dello stesso ministro, non potranno far parte i Luciani.

Il binomio Luciani – Borbonismo si può dire che non scomparse mai del tutto. Tanto che anni dopo, quando Francesco II, ultimo Re di Napoli, trovandosi in esilio a Parigi e avendo pregato Vincenzo Gemito di mandargli un’opera che gli ricordasse la sua cara ed indimenticabile Napoli, l’artista non trovò di meglio che modellare una piccola scultura in bronzo, che ritraeva un ragazzo luciano venditore di acqua sulfurea con la sua «múmmara». Nessun dono fu più gradito di questo.

È da sottolineare che quello dei Luciani non fu mai cieco Borbonismo. Lo dimostra il loro atteggiamento di fronte alla vicenda dello sfortunato ammiraglio napoletano, Francesco Caracciolo. Nemico dei Borbone, il Caracciolo conosce l’infamante morte per impiccagione a causa dell’odio di Nelson (un’imperdonabile macchia nella gloriosa vita marinara di quest’ultimo), malgrado il parere contrario del Cardinale Ruffo che lo vuole salvo. Le spoglie mortali di Caracciolo troveranno poi riposo, ad opera dei marinai luciani, nell’ipogeo di Santa Maria della Catena, la Madonna protettrice del Borgo. Onore ad un marinaio caduto da parte di altri marinai, anche se avversari.

Alla Madonna della Catena era dedicata la popolarissima festa della Nzegna. Era il festone dei Luciani e si svolgeva nel mese di agosto di ogni anno. L’ultima Nzegna data dall’ormai lontano 1953. In questa festa veniva scelta una coppia, formata rigorosamente, per antica consuetudine mai venuta meno, da un pescatore e da un’acquaiola. Vestiti con sfarzosi abiti, i due rappresentavano, per l’intero giorno, l’alter ego della regale coppia delle Maestà Borboniche in terra luciana. Si formava così un pittoresco e variopinto corteo, che, tra lazzi ed acclamazioni, giungeva sulla riva del mare di Santa Lucia, dove tutti, anche donne e bambini, si tuffavano o venivano tuffati in acqua. Compresi i malcapitati e disattenti spettatori. E guai a protestare!

Era questo un grazioso omaggio dei Luciani al loro mare. Un mare sempre amico, che diventerà però amarissimo nel periodo post-unitario, quando ai primi del Novecento i Luciani, a migliaia, conosceranno, a causa di una nera miseria, la dura strada dell’emigrazione verso le Americhe. Si comporranno così le struggenti strofe di Santa Lucia luntana.

Santa Lucia
luntano ‘a te
quanta malincunia!

La canzone finisce poi per diventare un vero e proprio inno nazionale di tutti gli emigranti meridionali. Eppure quel mare, un giorno non lontano, i Luciani l’avevano orgogliosamente solcato a bordo delle splendide navi della Real Flotta Napolitana. E qui occorre sfatare la leggenda che vuole che tutta la Marina Borbonica abbia defezionato. Le navi, a maggioranza di equipaggio luciano, non si consegnarono al nemico. Giustamente annota Ferdinando Russo che i Luciani andarono sempre fieri di questo comportamento, perché delle loro navi «ai piemontesi non avevano ceduto manco nu chiuovo!». Ferdinando Russo, un altro furioso pazzo d’amore per Napoli, che con il suo poemetto «‘O Luciano d’ ‘o Rre», pubblicato nel 1910, innalza un imperituro monumento poetico alla silenziosa fedeltà dei Luciani alla causa del loro Re Borbone, perché, come fa dire al suo protagonista, soltanto «chillo era ‘o Rre!»

Orazio Ferrara