tratto dal Periodico Due Sicilie Novembre/Dicembre 2002

Pinocchio

 

1869: ANTICONCILIO A NAPOLI

Nell’anno 1869, un anno prima della caduta definitiva dello Stato Pontificio, il papa Pio IX indisse il Concilio Vaticano I da tenersi dall’otto di dicembre in Roma. Alla notizia, l’invidia e il sulfureo odio massonico ne misero in gestazione uno antisimmetrico, in odio al Papa e alla religione cristiana cattolica. Gli apostoli del vero avrebbero costituito un concistoro di antilupi, si sarebbero cioè riuniti nell’Anticoncilio di Napoli (poi miseramente abortito), promosso dal libero muratore conte Giuseppe Napoleone Ricciardi. A codesti antilupi il Garibaldi, in data 11 ottobre da Caprera, inviava un indirizzo di saluto e di incitamento che merita di essere riportato per intero perché i nostri lettori si facciano un’idea precisa dei sentimenti che il sublime grado 33 della consorteria massonica italiana (in realtà, con qualche eccezione, carboneria, associazione di rivoluzionari bombardieri) nutriva nei confronti della vera Chiesa e del Papa:

“A’ miei amici e fratelli d’armi,

Una delle più solenni circostanze che mai abbiano illustrato la patria dei Savonarola e degli Arnaldi, è certamente quella dell’anticoncilio, iniziato dall’illustre Ricciardi e che avrà luogo nella grande metropoli italiana l’otto dicembre di quest’anno.

In esso verranno rappresentate tutte le nazioni dai loro campioni del diritto e del vero. Spettacolo sublime, vero simulacro della fratellanza umana, e vera antitesi del concistoro di lupi, che avrà luogo in Roma, nello stesso giorno! Qui nella contaminata vecchia capitale del mondo, si disputerà sulla verginità di Maria che partorì un bel maschio sono ora 18 secoli (e ciò importa veramente alle affamate popolazioni); sull’eucarestia, cioè sul modo d’inghiottire il reggitore dei mondi, e depositarlo poi, in un Closet qualunque. Sacrilegio, che prova l’imbecillità degli uomini che non regalano d’un pugno di fango il nero, che sì sfacciatamente si beffa di loro. Finalmente sull’infallibilità di quel metro cubo di letame che si chiama Pio IX.

Là nell’antica Partenope, si riuniranno gli apostoli del vero, gli alunni di Galileo, di Newton, di Kepler, di Voltaire, di Franklin, gli sterminatori delle torture e dei roghi, le superbe colonne della dignità umana.

Che contrasto!

E se questo secolo, ancor tanto amareggiato dall’arbitrio e dall’oscurantismo, non dovesse presentare all’afflitta umanità che questo consesso della libertà e della ragione, esso potrà contarsi tra i famosi della storia del progresso umano.

Un giorno, e ben avventurato della mia vita, io, con non pochi compagni, c’inoltrammo nel centro della grande metropoli, fidenti solo nel valore e nel patriottismo del popolo napoletano. L’esercito borbonico occupava ancora i forti, ed i posti più importanti della città. I cannoni erano puntati contro di noi, e la fanteria altro non aspettava che l’ordine di fucilarci. Ebbene! All’imponente contegno del gran popolo, noi dovemmo esser salutati cogli onori militari dell’esercito nemico.

Un’altra volta, dal balcone del palazzo della Foresteria, io diceva a cotesto popolo: – Il più atroce nemico dell’Italia è il Papa.

Il popolo applaudì al veritiero mio detto; ed ha potuto persuadersi in questi nove anni, ch’io non l’ingannavo.

Ebbene, vecchi miei amici e fratelli d’armi! Fra due mesi voi sarete visitati da tutto ciò che il mondo ha di più rispettabile, l’eletta parte delle nazioni, i rappresentanti dell’intelligenza e del diritto umano. E voi, vi lascierete trovare ancora coll’umiliante composizione chimica, che gl’impostori vi spacciano come sangue di S. Gennaro, e con cui si beffano di voi da tanti anni.

Non sarà bene di frangere per sempre quell’ampolla contenente il veleno! Ed i confessionali fatti a pezzi, e resi utili a far bollire i maccheroni della povera gente… che ve ne pare?

Sì: disfacetevi di tutti questi emblemi delle vergogne italiane, ciò lo potete fare. Non lasciate le vostre donne ed i vostri bimbi contaminarsi nella bottega dei preti. E credetemi: sanando la piaga italiana del fanatismo, delle superstizioni, voi spianerete la via dell’eliminazione d’altri malanni, più formidabili in apparenza, ma che non potranno reggere senza il piedistallo della menzogna.

Gl’illustri vostri ospiti torneranno nelle loro contrade, proclamando che la patria del Tasso, di Masaniello e di Giordano Bruno, è ben degna dell’iniziativa dell’emancipazione del diritto e della coscienza umana. Io con tutta l’anima fo un appello a tutte le Società [massoniche, ndr] italiane che mi onorarono col titolo di socio o di presidente onorario, a quanti in Italia hanno cara la dignità del nostro popolo, nella certezza, che più la parte culta, liberale e razionale della nazione, sarà rappresentata nell’anticoncilio, di più lustro risplenderà la nostra patria, tra le sorelle nazioni del mondo.

Io spero di più: che nelle cento città d’Italia per l’otto dicembre, si riuniranno numerosissimi meetings ad acclamare i principii del vero, sostenuti dall’illustre congresso di Napoli, ed a maledire le turpi menzogne e la cabala infernale del Vaticano. G. Garibaldi”.

Il bellicismo ideologico, antiecclesiale, anticristiano, del Garibaldi, che per il suo grado massonico avrebbe dovuto essere “Uomo trascendente”, cioè un santo al di sopra delle umane passioni, non era una manifestazione estemporanea ad incitamento dei figli della vera luce che avrebbero celebrato quell’Anticoncilio. Anche nell’Inno romano la sua penna non era stata meno leggera in fatto di anticlericalismo: “Giù le mitre, vergogna del mondo,/ giù le tiare, nel fango calpeste;…/ dei chercuti, orrenda setta,/ Roma nostra a liberar!”. Nei suoi romanzetti poi (Il governo dei preti, Cantoni il volontario, I Mille) i personaggi negativi, abietti, schiavi del ventre e della lussuria, truculenti, incestuosi, sono, manco a dirlo, vescovi, cardinali, preti, che, secondo la sua obliqua visione, avrebbero “fatto delle nazioni tante belve che si distruggono barbaramente a vicenda” (discorso tenuto a Frascati il 14 giugno 1875), travisando quelle che sono le vere radici cristiane dell’Europa, nel cui seno anche lui era stato battezzato col nome (francese!) Joseph. A questo sodalizio truculento dava degno rincalzo il luciferiano Carducci, che salutava in Satana il Re del convito (Inno a Satana).

L’anticlericalismo, abito mentale di quasi tutta la classe politica liberale, sul piano pratico aveva portato nel Sud, come si sa, dopo il 1860, alla espropriazione dei beni ecclesiastici, alla rimozione, all’esilio o all’incarcerazione una settantina di vescovi, in sostanza quasi tutto il corpo episcopale del Regno, all’incarcerazione o alla fucilazione centinaia di preti, e alla più nera miseria oltre 12.000 frati e suore, oltre che alla fame e al sangue tutti i Duosiciliani in omaggio alla follia unitarista. Per i nuovi padroni dello stivale, che s’adornavano il cappello con la fronda dell’alloro risorgimentale, leva buona per ogni occasione di arraffamento, esso era un’arma potentissima per controbilanciare anche le tensioni antiunitarie, un cemento per l’unità della classe liberale che aveva portato all’Italia una. Pian piano, però, a mano a mano che la situazione politica interna era andata stabilizzandosi ed ormai esaurendosi la fase delle espropriazioni, quel bellicismo cominciò a perdere i connotati più beceri fino a diventare quasi irriconoscibile.

UN MANUALE DI MASSONERIA

Il libro Cuore definito, dallo scrittore Vittorio Messori, “manuale di massoneria per il popolo” (Pensare la storia, Ediz. San Paolo, pag. 104), è un esempio di quella trasformazione. Di Edmondo De Amicis, il Messori riferisce che è provato essere stato quello <<un fratello a pieno titolo della Gran Loggia torinese>> ed avvisa che <<Non c’era del resto bisogno della prova dell’affiliazione per riconoscere subito l’impronta della massoneria più classica nell’opera dello scrittore ligure-piemontese>>. E si domanda: <<perché quello massonico è il pericolo che la Chiesa, con un istinto significativo, avvertì subito come talmente insidioso da dedicargli il maggior numero di condanne?>>. La risposta dello scrittore è abbastanza convincente: <<Ma perché niente è in apparenza più rassicurante e ragionevole – anche per un cristiano non scaltrito – dell’ideologia delle Logge: amore per l’umanità con relativo impegno filantropico, fratellanza, tolleranza, mutuo rispetto, universalismo non disgiunto dall’amor di patria, impegno per il miglioramento morale proprio e degli altri; e così via>>. Esiste un convergenza con i valori del Cristianesimo? <<Certo: ma con l’avvertenza che ciò che caratterizza questa visione del mondo (che è quella che sta alla base di organizzazioni pur rispettabili e non di rado meritorie come la Croce Rossa, la Società delle Nazioni, certi club a diffusione internazionale) è un’apparenza evangelica senza più la sostanza, la base. Un cristianesimo, ma evirato, perché senza Cristo. “Religiosità” se si vuole: fondata però non sullo scandalo e la follia del figlio di Dio che muore sulla croce, ma sulla “ragionevolezza” di un Dio immaginato a sua misura dalla “sapienza” umana, un tranquillizzante Grande Architetto dell’Universo, il Garante dell’ordine sociale (la massoneria, non lo si dimentichi, fu sempre, ed è, fenomeno di aristocratici e di borghesi, senza base popolare, che del resto non cerca, non vuole). La croce è segno di contraddizione, divide; l’innocua idea di un “Dio” senza volto sembra unire. La reazione cattolica (ma non la protestante…) dunque fu dura proprio per questo aspetto ingannevole…>>. Quindi lo scrittore passa ad analizzare <<l’aspetto di “manuale divulgativo” della ideologia del massone De Amicis>>: <<la “morale” sembra davvero “cristiana”, ma non è basata sulla fede nel Cristo (di cui mai si parla) né sull’attesa della Vita Eterna, bensì sulla fede nell’Umanità e nel Progresso. Il processo di svuotamento e di sostituzione è completo: non vi è alcun cenno, in Cuore, al Natale, alla Pasqua, o ad alcuna altra ricorrenza cristiana. I soli accenni religiosi sono lasciati, significativamente, alla madre di Enrico: cose da compatire in quelle donne che, non a caso, non hanno accesso alle Logge… Le antiche feste cristiane sono sostituite da quelle civili; il Vangelo dallo Statuto e dai Codici; i santi dai padri della patria (Garibaldi, Vittorio Emanuele, Cavour, Mazzini); gli ordini religiosi dall’Esercito, visto come “fucina di virtù”; i martiri dagli eroi (il Tamburino sardo, la Piccola vedetta lombarda); l’impegno ascetico dalle virtù del cittadino esemplare; il Decalogo e il Discorso della Montagna dai buoni sentimenti su cui tutti concordano; le processioni dalle sfilate militari>>…. Il Messori mette in guardia e conclude: <<Non dimentichiamo però di giudicare l’albero dai frutti: i ragazzi di Cuore, cresciuti in quel commovente clima filantropico, saranno poi gli interventisti del 1914. Saranno gli “oscurantisti”, i cattolici, che tenteranno di opporsi a quella che il papa (Benedetto XV, al secolo Giacomo Della Chiesa, 1914-1922, genovese, ndr) chiamerà “l’inutile strage”. Gli “amici dell’umanità” li troveremo in piazza a invocare “il bagno di sangue rigeneratore”, in nome di quella patria che i De Amicis avevano sostituito alla Chiesa. Tutta la svenevole melassa della pedagogia “nuova” di cui Cuore – pur in perfetta buona fede – è manuale, era l’ideologia, non dimentichiamolo mai, di quella borghesia europea che gestiva con mano spietata gli imperi coloniali, schiacciando sotto il tallone dell’Occidente, proclamatosi “faro del mondo civile”, ogni altra cultura, disprezzata come inferiore>>, del quale “faro” anche i Duosiciliani hanno sperimentato la “bontà” dal 1860 ad oggi.

NOZZE CHIMICHE

Dove dunque si parla apertamente, come in Cuore, si rivela, anche per i non esperti, l’ideologia che intride il racconto. Più difficile è invece scoprirne il messaggio laddove il linguaggio è criptico, nascosto cioè “sotto’l velame de li versi strani” o figurato. Ma è soprattutto da tenere presente che dove gli adepti a qualche dottrina occulta, o esoterica, parlano chiaramente, lì non dicono assolutamente nulla, dicono invece tantissimo quando parlano per enigmi. Ne dà conferma il libro dei Rosa Croce (anno 1459) “Le nozze chimiche di Cristiano Rosacroce” (Chymische Hochzeit Christiani Rosencreuz): Arcana publicata vilescunt; gratiam prophanata amittunt. Ergo: ne Margaritas obijce porcis, seu Asino substerne rosas” cioè le cose arcane, rese di dominio pubblico, si sviliscono e perdono la grazia se pervengono in bocca profana. Non si gettino dunque le perle (Margaritas) ai porci e non si sottometta agli asini un giaciglio di rose.

IL CARDINALE BIFFI E PINOCCHIO

In tempi recentissimi è apparso, del cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo di Bologna, un estratto di saggio critico, dal titolo Pinocchio senza bugie. Nell’articolo, apparso sul Sole-24 Ore domenica 16 giugno 2002, dedicato alla favola di Carlo Lorenzini autoappellatosi Collodi, l’alto prelato afferma che: “Questo è un libro incantevole e misterioso”. L’affermazione conferma, nella sua scarna sinteticità, l’impressione che se ne trae dopo un’attenta lettura. Ma di estremo interesse è quel che il cardinale Biffi afferma successivamente: “Si può ben supporre che la saltuaria stesura obbedisse a un disegno tracciato preliminarmente e meditato con cura” e ancora: “resta comunque da verificare in che senso e in che misura sia consentito ravvisare in Pinocchio l’eco e quasi il “manifesto” della cultura risorgimentale…>> ma conclude stranamente che <<nelle avventure di Pinocchio non c’è la minima traccia degli avvenimenti che hanno mutato l’assetto istituzionale d’Italia, nonostante che a tali avvenimenti Carlo Lorenzini avesse partecipato in prima persona. Né è dato di percepire in quelle pagine la più flebile eco dei convincimenti e delle passioni che hanno percorso e animato l’epopea risorgimentale…In realtà, sarebbe meno lontano dal vero chi trovasse nella narrazione l’atmosfera, per così dire “metastorica” e “atemporale”, che è propria delle fiabe e delle parabole, le quali non patiscono di essere cronologicamente situate>>. Bisogna convenirne, in apparenza è proprio così: la favola pinocchiesca è stata sognata nella cornice dei canoni classici dell’affabulazione, sul sentiero maestro già tracciato dagli antichi favolisti, a partire dall’Asino d’oro di Apuleio. Ci si lascia trasportare dalla ricca fantastica trama del racconto, dagli inverosimili personaggi, dalle più inverosimili avventure, e, paghi del piacere che ne riportiamo al termine della lettura, non si percepisce la tensione polemica, violenta che la favola nasconde sotto velame fin dalle prime battute, velame che è, come oggigiorno si afferma per certa pubblicità televisiva, di natura subliminale. Come per la Divina Commedia, di cui Dante stesso afferma essere il suo poema di natura ermetica (O voi ch’avete li’ntelletti sani, / mirate la dottrina che s’asconde / sotto’l velame de li versi strani [Inf. IX, 61-63]), anche la favola di Collodi ha i connotati di opera ermetica, per cui almeno due chiavi di lettura sono possibili (ma se ne possono intravedere almeno cinque): di manuale iniziatico per adepti e di polemica violenta nei confronti della Chiesa se non addirittura di scontro ideologico con questa.

Nelle righe che seguono cercheremo di enucleare alcuni elementi di carattere esoterico, propri delle dottrine ermetiche, e alcuni altri del bellicismo ideologico contro la Chiesa cattolica, la fede cristiana e il Papato che il Collodi vuole umiliare, ma anche spunti politici riflettenti le tensioni del tempo.

IL NOME DEI PROTAGONISTI

Bisogna cominciare dai nomi dei protagonisti e in primo luogo da quello del burattino. Quel nome, Pinocchio, con cui il burattino viene “battezzato” da Geppetto, è programmatico. Ad un’analisi attenta e penetrando con la vista oltre il velo della favola, una favola, si badi bene, essenzialmente pagana, si trovano elementi di lettura molto preziosi per capire in che senso si estrinsecherà la virulenza anticristiana, anticattolica, antipapale, dello scrittore fiorentino, anche in riguardo al quale, facendo nostro quanto il Messori afferma per il De Amicis, possiamo dire che “non c’è bisogno della prova dell’affiliazione per riconoscere subito l’impronta della massoneria”. Cos’è il pinocchio se non la mandorla, il frutto mangiabile del pino, albero mediterraneo per eccellenza? Ancora oggi in Toscana, ma anche in certi luoghi della Puglia, con tal nome si indica quello che commercialmente è noto col nome di pinolo, un seme saporito che conserva dentro di sé il ricordo sottilmente inebriante della resina dell’albero madre. Quel nome, se la metafora cristologica del passo evangelico viene riconosciuta, ricorda il granello di senape dei Vangeli, preso a similitudine per indicare la potenza escatologica (Mt, 13, 31) del messaggio cristiano. Dunque Pinocchio è un seme che contiene in sé potenzialmente una vitalità e un vigore immensi: perché diventi albero occorre solamente che sia seminato nel terreno adatto, fra zolle ubertose e non fra le aride pietre di un deserto. Quale sia questo terreno lo vedremo tra poco.

Il nome Geppetto, l’artefice, o demiurgo, del burattino, strano in apparenza, va letto come una variante di Giuseppetto, cioè diminutivo di Giuseppe. Giuseppe, padre di Gesù, è colui che ai fedeli, nella iconografia cristiana, regge il figlioletto, quasi del tutto nudo, sul braccio sinistro mentre con la mano destra stringe una verga fiorita, questa da intendersi anche come asse intorno a cui ruota il mondo cristiano. La lettura dell’immagine è chiara: San Giuseppe falegname (notare l’attributo) è colui che è in grado di rendere vivente ciò che è morto, cioè, fuor di metafora, è colui che è capace (ri)dare vita spirituale e forza salvifica a coloro che lo mirano, cioè seguono la dottrina (i vangeli), che si incarna nel figlio nudo, come dire che la dottrina cristiana non nasconde messaggi occulti, in chiave ermetica, intelligibili solo dagli adepti. Notare però che nella favola Geppetto non è un semplice falegname, cioè un operaio non molto abile, che abbisogna e adopera nel suo mestiere solo ascia e pialla, due strumenti utili in sostanza a sgrossare il legno (Ohi! Tu mi hai fatto male!, grida il potenziale Pinocchio quando maestro Ciliegia vibra il primo, che è anche l’ultimo, colpo d’ascia sul pezzo di legno informe), ma un artista di gran lunga esperto, un superiore intagliatore in legno capace di compiere con gli attrezzi della sua arte non solo di dare movimento, quindi vita, ad un pezzo di legno in apparenza morto, ma di produrre anche “una bellissima cornice ricca di fogliami, di fiori e di testine di diversi animali” (cap. XXXVI). Le due figure, S. Giuseppe e Geppetto, viaggiano quindi su binari paralleli ma nel contempo divergenti e trasversali. Li accomuna: il nome, la facoltà teurgica, la “parentela” tra l’aureola color oro che cinge il capo del santo e la parrucca gialla con cui Geppetto copre la sua calvizie, segno inequivocabile della sua antichità.

MAESTRO CILIEGIA: NON C’E’ MA C’E’

E maestro Ciliegia brontolone, fifone, falegname, colui che all’inizio del racconto <<si sbertuccia>> ben bene con Geppetto? E’, maestro Ciliegia, il più misterioso dei personaggi della favola collodiana. Esso appare una volta sola: all’inizio del racconto, poi esce definitivamente di scena dopo una solenne pellicciata e non se ne fa più motto. Sembra un personaggio minore di cui non vale occuparsi, un personaggio artificioso, stupido, inutile nella economia del racconto, tuttavia una specie di araldo, un coreuta, che trascina sulla scena i personaggi maggiori cioè Geppetto e il pezzo di legno amorfo da cui sarà tratto il burattino Pinocchio. Sembra quasi, maestro Ciliegia, che dica: “ecco, ho fatto il mio dovere, adesso vedetevela con loro, io sono entrato nella favola quasi per sbaglio”. Ed egli rimane ai nostri occhi immobile, ibernato per l’eternità, in quel vano contendere con maestro Geppetto, che nella lotta perde solo due bottoni, ma lui, maestro Ciliegia, ne esce col naso graffiato, segno inequivocabile che Geppetto, vecchietto arzillo, ha più vigore e dunque più capacità creativa. Di tale differenza, ma anche del diverso spessore psichico e intellettivo di questo maldestro stupido falegname, se ne era già accorto il Pinocchio ancora in nuce, il Pinocchio potenziale di là da venire, ancora celato nel pezzo di legno, celato cioè nel regno delle Madri, in attesa di pervenire al mondo dell’essere, pezzo di legno ancora informe ma vitale, che per vendicarsi della ottusità di maestro Ciliegia, che lo aveva sbatacchiato ben bene, si scaglia “con forza negli stinchi impresciuttiti del povero Geppetto” per far nascere un secondo bisticcio tra i due vegliardi. Esce dunque di scena maestro Ciliegia dopo essere stato graffiato ben bene sul naso. Ma la sua presenza, come ombra gigantesca, è presente continuamente fino alla fine: egli è il referente occulto di tutta la favola, dalla nascita, o meglio dalla creazione, del burattino fino alla sua metamorfosi in fanciullo in carne ed ossa, trasformazione che egli, maestro Ciliegia, non è in grado di compiere, perché incapace di percepire la “vocina” che gli giungeva sì alle orecchie ma che non captava né con la mente né con l’anima. Quella metamorfosi, che è lecito definire metànoia, cioè capovolgimento mentale, porta dunque al passaggio dallo stato vegetativo, primordiale, attraverso quello sensitivo, a quello intellettivo.

L’ANIMA SECONDO ARISTOTELE

Ma non sono questi tre aspetti – il vegetativo, il sensitivo, intellettivo – i tre aspetti dell’anima di cui ha trattato Aristotele? Recita infatti l’ottimo Dizionario di filosofia edito dalla BUR (1976) circa il De Anima del filosofo (pag. 490): “Conformemente alla sua dottrina fisica, imperniata sulla distinzione tra materia e forma, ovvero tra potenza e atto, Aristotele ritiene l’anima <<forma di un corpo naturale che abbia la vita in potenza>>. Essa svolge tre tipi di attività, vegetativa, sensitiva e intellettiva, le prime due in comunicazione con il corpo, la terza separatamente da esso”. Importantissima la proposizione “le prime due in comunicazione con il corpo”, che decodifica alla perfezione l’allungamento del naso di Pinocchio, cioè la regressione dallo stato sensitivo a quello vegetativo (o vegetale) quando il burattino combina una delle sue, dato che questi due aspetti sono in comunicazione con il corpo, come vuole il filosofo. Si spiega analogamente come il favolista ha voluto connotare la poca virtù iniziatica di maestro Ciliegia, che nell’ultimo bisticcio con Geppetto ne sortisce graffiato proprio sul naso: come dire che l’anima di costui, come vedremo tra poco, partecipava ancora dell’aspetto vegetativo, e quindi per forza di cose non sarebbe stato in grado, difettandogli la potenza teurgica, di portare il pezzo di legno alla metamorfosi.

MAESTRO CILIEGIA UN DEMONIO

E se dunque Geppetto è il demiurgo creatore, maestro Ciliegia (a proposito di questo frutto bisogna notarne la piccolezza senza dimenticarne il colore, rossa come lo zucchetto e la mantelletta cardinalizi) non può che esserne l’ombra, cioè il demonio, il male del mondo, secondo il dualismo manicheo, dato che il falegname maestro Ciliegia è incapace di percepire la flebile vocina del potenziale Pinocchio nascosto nel pezzo di legno grezzo. Lo scrittore introduce maestro Ciliegia nel modo seguente: “ … C’era una volta un pezzo di legno. Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d’inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze. Non so come andasse, ma il fatto gli è che un bel giorno questo pezzo di legno capitò nella bottega di un vecchio falegname, il quale aveva il nome mastr’Antonio, se non che tutti lo chiamavano maestro Ciliegia, per via della punta del suo naso, che era sempre lustra e paonazza, come una ciliegia matura…”. Il naso all’interno della favola vuole esprimere la connotazione dello stato umano più elementare, più basso, tangente lo stato vegetale. Esso, il naso, ha, infatti, tra l’altro, la funzione di percepire gli odori, si comporta cioè come un radar capace di ravvisare e di avvisare se gli effluvii ambientali sono compatibili con la conservazione della vita, la parte vegetativa di ogni essere vivente, priva di razionalità ma anche di sensibilità, perché proprio nelle sensazioni trovano a loro volta le idee la prima radice. Allontanarsi dalla strada virtuosa, soggiacere cioè alle tentazioni e alle forze istintuali e passionali, significa produrre regressione in seno all’anima: Collodi, con immagine felicissima, l’allungamento del naso, indica proprio tale transizione, cioè il passaggio negativo da un gradino più elevato nel travaglio dell’anima verso la perfezione a uno più basso, cioè vegetativo, che la riporta nei vortici della materia bruta. L’immagine metaforica è concettualmente più espressiva di qualunque descrizione verbale, un salto filosofico e di immaginazione meraviglioso.

Che cosa intende fare maestro Ciliegia (in cui i nostri lettori, messi sulla strada e ormai smagati, dovrebbero ravvisare, sotto il velo della metafora, la Chiesa Cattolica e il Papa) del pezzo di legno capitato nella sua bottega? Un’opera morta, la gamba di un tavolo: ”Questo legno è capitato a tempo: voglio servirmene per fare una gamba di tavolino” (cap. I). In alternativa lo ritiene buono “per far bollire una pentola di fagioli”. La cecità d’occhi e di mente di maestro Ciliegia/Chiesa è dunque, per il favolista, assoluta: pur percependo la vocina, egli indirizza le sue ricerche altrove, ad un armadio sempre chiuso in cui forse tiene riposti, o meglio nascosti perché non sa più adoperarli, i ferri del suo mestiere (cioè, al di là della metafora, gli “attrezzi” della sua arte teurgica e demiurgica, cioè salvifica), al corbello dei trucioli e della segatura, alla strada…Un leit motiv massonico che il Venerabile della Loggia italiana in esilio a Parigi, Ubaldo Triaca, il 12 marzo 1929, un mese dopo la firma dei Patti Lateranensi, ripeterà in un documento inviato a tutte le Officine clandestine: “… il papa non è purtroppo, o non è più, il capo di una Chiesa depositaria di un insegnamento esoterico formante degli iniziati dediti al perfezionamento dell’umanità, ma è semplicemente il guardiano di un dogma che esclude il progresso…” (R. Gervaso, I fratelli maledetti, Casa Ed. Bompiani, pag. 306).

IL PANE E IL VINO

Al contrario, quali sono le intenzioni di maestro (attenzione, la parola indica anche un grado massonico) Geppetto (cioè la Massoneria o il maestro della Massoneria) circa il burattino che intende creare? “Con questo burattino voglio girare il mondo, per buscarmi un tozzo di pane e un bicchiere di vino” (cap. II). Pane e vino: la metafora cristologica di quelli che sono gli strumenti sacri della Messa è patente. Il pane e il vino come elementi di sacralità, salvifici, sono parte dei patrimoni religiosi fin dai tempi remotissimi. Anche Ulisse (in greco, Odüsseus, “colui che vede la strada [con la mente]”, nome simbolico molto significativo, composto dei termini odòs, strada, via, e òssomai, vedo con la mente, prevedo, pervenuto nel mondo latino attraverso la variante Olüsseus, òlos, tutto, quindi Ulisse “colui che vede tutto con la mente”) quando parte dall’isola dei Feaci (gli “splendenti”) reca con sé pane e vino rosso, donatigli da Arète (in greco la “Virtù”) regina di quel popolo, sposa felice di re Alcinoo (la “mente vigorosa”): “ E Arète gli mandò dietro alcune sue schiave, / una recante un mantello pulito e una tunica, / un’altra a portare l’arca massiccia mandava, / e un’altra pane e vino rosso portava” (Odissea, XIII, vv. 66-69), versi di uno dei capitoli (“libri”) più belli e misteriosi dell’Odissea che precedono di poco lo sbarco dell’eroe ad Itaca (all’incirca la “terra pura”), nel porto sacro a Forchis, padre di mostri, dove si trovano però un olivo frondoso, pianta sacra alla vergine Atena, la Sapienza, nata dalla mente di Dio (Zeus, variante di Deus) e un antro “amabile, oscuro, sacro alle ninfe che si chiamano Naiadi” con “due porte, / una da Borea, accessibile agli uomini; / l’altra, dal Noto, è dei numi e per quella / non passano uomini, degli immortali è la via” (vv. 109-112)(trad. di Rosa Calzecchi Onesti, Einaudi, 1970). E non ci vuol molto per intendere che sotto il velo del simbolo, il Poeta Omero comunica con linguaggio ermetico il bivio a cui un’anima può trovarsi, il male (Forchis), e il bene (l’olivo), la sapienza, pur dopo tante traversie ed essere quasi giunta alla meta finale, al sospirato porto (la casa del Padre, Laerte, “colui che è forte come la roccia”). E si intuisce che Ulisse imboccherà felicemente “degli immortali la via”, perché “egli vede la strada”. Piace qui ricordare che Dante, cavaliere Kadosh (“santo”) [ 30° grado della Massoneria scozzese] (René Guenon L’esoterismo di Dante, cap. II, Ed. Atanòr, 1976) nel suo Poema [IV, 85-86] presenta Omero con una spada in mano per significarne il ruolo di grande Maestro iniziato, un gran prete, un jerofante mistagogo capace di guidare le anime alla salvezza: l’arma, oltre che caratterizzarlo come maestro di giustizia, lo individua anche padrone della perfetta conoscenza, per aver tagliato cioè tutte le passioni carnali, le Erinni telluriche, e non perché cantore delle armi, come erroneamente si argomenta. Si veda l’analogia con il Buddha, che, mai cantore di armi, tuttavia è spesso rappresentato con la stessa arma in mano.

LA LITE

Nella lite tra i due vecchietti, maestro Geppetto/Massoneria offende il suo avversario con epiteti molto pesanti: bugiardo, asino, somaro, brutto scimmiotto, termini che indicano il primo (“bugiardo”) la regressione allo stato vegetale, sulla scia di quanto accade al naso di Pinocchio, gli altri (“asino, somaro, brutto scimmiotto) regressione dallo stato razionale a quello animalesco, sensitivo: in tutto ciò è palese l’accusa di incapacità rivolta alla Chiesa Cattolica, di avere cioè fallito nella sua missione salvifica: in questa missione, secondo la favola collodiana, il vuoto teurgico, salvifico, viene colmato da Geppetto/Massoneria. Al contrario, maestro Ciliegia, vecchietto svigorito e brontolone, al limite della demenza senile, quantunque sbertucciato ben bene, si limita ad inveire col gentile nomignolo di Polendina, come se fosse affetto dalla malattia demenziale nota come ecolalia. Ma la polenta, sappiamo, è nutrimento di colore giallo, come il colore dell’aureola che cinge il capo di S. Giuseppe. La lite iniziale tra il falegname Ciliegia/Chiesa e l’intagliatore Geppetto/Massoneria adombra, senza dubbio, le grandi tenzoni, non solo ideologiche, che queste due confessioni, Chiesa e Controchiesa, hanno sostenuto l’una contro l’altra, da tempo immemorabile, come indica anche l’età dei due bellicosi litiganti, entrambi calvi e parruccati.

I VOLTI DI MAESTRO CILIEGIA

Ma maestro Ciliegia non esce di scena, come sembra ad una lettura superficiale, difettante di chiave ermeneutica. Egli vien proiettato sulla scena con altri volti, tutti negativi, disumani, perfino diabolici: egli è (attenzione ai simboli) “il rivenditore di panni usati” (cap. IX), un essere insignificante, che, acquattato dietro al burattino, desideroso di entrare nel teatro (metafora del mondo) dei suoi simili per godersi lo spettacolo, acquista da Pinocchio per quattro soldi l’abbecedario, procuratogli da Geppetto/Massoneria, che ne avrebbe fatto un essere (massonicamente) istruito (si noti per inciso che la parola abbecedario è coniata sulle prime tre lettere dell’alfabeto, a, b, c; sarà un caso, ma tre sono i gradini che nel rito massonico scozzese antico e accettato elevano un adepto a Maestro); egli, maestro Ciliegia, è il satanico burattinaio Mangiafoco nei cui tratti fisici e psicologici si assommano i danteschi demonii Cerbero “Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra / e’l ventre largo, e unghiate le mani”, Caronte il “nocchiero della livida palude, / che ‘ntorno alli occhi avea di fiamme rote” [ruote, ndr] (Inf. III, 98-99), l’iracondo Flegiàs (Inf. VIII, 18-24) e il mostro Gerione dal corpo di serpente, il mostro simbolo della frode (Inf. XVII, 1-30): “Allora uscì fuori il burattinaio, un omone così brutto, che metteva paura soltanto a guardarlo. Aveva una barbaccia nera come uno scarabocchio d’inchiostro, e tanto lunga che gli scendeva dal mento fino a terra: basti dire che, quando camminava, se la pestava coi piedi. La sua bocca era larga come un forno, i suoi occhi parevano due lanterne di vetro rosso, col lume acceso di dietro, e con le mani schioccava una grossa frusta, fatta di serpenti e di code di volpe attorcigliate insieme” (cap. X); e con quella frusta, fatta di serpenti, cioè di veleno come la coda di Gerione, e di code di volpe, cioè di astuzia, si fa obbedire dai poveri burattini Arlecchino, Pulcinella e compagni, che, agghiacciati dal terrore, “tremavano come tante foglie”; egli è l’Omino (cap. XXXI), “ più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e con una voce sottile e carezzevole, come quella d’un gatto che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa”, che trasporta su un carro, “senza fare il più piccolo rumore, perché le sue ruote erano fasciate di stoppa e di cenci”, Pinocchio, Lucignolo (vero nome Romeo!) ed altri ragazzi al Paese dei balocchi nel qual paese, paese di vita spensierata, essi pian piano si trasformano ognuno in asino, animale che, per lunga tradizione favolistica è simbolo archetipico della perfetta ignoranza. Si noti che la parola “cenci” fa tutt’uno con lo straccivendolo che, che all’inizio della favola, per quattro soldi, cioè quasi per niente, acquista l’abbecedario. L’Omino è, insomma, colui che travia i fanciulli, cioè i Massoni già fatti o in fieri, facendoli regredire, precipitare, dallo stato razionale, illuminato, a quello animalesco, sensitivo.

Maestro Ciliegia/Chiesa va dunque integrato con questi tre personaggi, allo stesso modo che nell’Inferno dantesco i demonii, che atterriscono il Poeta nel suo viaggio ultraterreno, altro non sono che la proiezione di Satana, anche lui con tre teste.

MANGIAFOCO

Il capitolo in cui appare Mangiafoco è della massima importanza: merita di essere approfondito perché da quell’incontro iniziano le vere e proprie (dis)avventure del burattino.

Appena entrato in teatro, Pinocchio viene riconosciuto dai burattini Arlecchino e Pulcinella, attori, ma anche schiavi prigionieri di Mangiafoco/Ciliegia/Chiesa: “Numi del firmamento! (notare l’esclamazione pagana) Sogno o son desto? Eppure quello laggiù è Pinocchio” urla Arlecchino smettendo di recitare. Gli fa eco Pulcinella: “E’ Pinocchio davvero”. E tutti i burattini: “E’ nostro fratello Pinocchio”. E comincia una indescrivibile gazzarra in cui “gli abbracciamenti, gli strizzoni di collo, i pizzicotti dell’amicizia e le zuccate della vera e sincera fratellanza” si sprecano (notare che le Costituzioni di Anderson affermano testualmente: “autentica fratellanza”). Come mai i burattini si dicono tutti fratelli? Chi li ha fabbricati? Anche loro, prima che divenissero burattini, erano racchiusi in potenza in un pezzo di legno e avrebbero potuto seguire la strada che percorrerà Pinocchio. E’ escluso, anche perché non è detto in nessun luogo, che siano stati tutti fabbricati da maestro Geppetto/Massoneria e che siano caduti nelle grinfie di Mangiafoco/Ciliegia/Chiesa divenendone vittime e reclusi in quella specie di campo di concentramento che è il teatro dei burattini. In quella schiera vegetale è facile individuare tutti coloro che non si redimeranno mai perché adescati dalla fascinazione potentissima che promana da Mangiafoco. La loro è non solamente una fratellanza di sventura perché costretti a recitare una parte che non è la loro, ma anche una fratellanza ideale, massonica, almeno per coloro che eventualmente riuscissero a liberarsi. E’ proprio quel che il burattinaio teme: “Perché sei venuto a mettere lo scompiglio nel mio teatro?” egli grida col suo terribile vocione facendo raggelare tutti i burattini-schiavi che tremano come tante foglie, interrompendo ovviamente tutti gli abbracciamenti “della vera e sincera fratellanza“ (massonica). Ma l’accusa del favolista è ancora più sottile e tagliente: dando un nome preciso ai due burattini, Arlecchino e Pulcinella, maschere topiche delle Venezie e delle Due Sicilie, fa anche capire quali erano le regioni del nuovo regno d’Italia meno integrate in ambito massonico e più ossequenti alla Chiesa Cattolica. Ma c’è di più. Oltre che da Arlecchino e Pulcinella, Pinocchio è riconosciuto anche dalla signora Rosaura: “E’ proprio lui – strilla la signora Rosaura, facendo capolino di fondo alla scena”. Rosaura, in fondo alla scena, è dunque accanto al burattinaio Mangiafoco, compagna se non sposa. Chi è costei, nominata solo in questo punto della favola? In una commedia di Goldoni, Le donne curiose, in cui lo scrittore difende ed esalta la Fratellanza massonica, Rosaura è la giovane ignorante e credulona, convinta che entro le logge massoniche si tengano baccanali sacrileghi. Dunque Mangiafoco/Ciliegia/Chiesa è in buona compagnia, in compagnia dell’ignoranza.

CHI E’ MANGIAFOCO

Come si sa Pinocchio rischia di essere abbrustolito da Mangiafoco, che però, impietosito dagli strilli e dalle implorazioni del burattino, finisce per fargli grazia della vita. Ma il crudele burattinaio, per portare a termine la cottura di un suo montone allo spiedo, metafora della crapula che imbestia, ordina che, al posto del graziato Pinocchio, sia messo al fuoco il povero Arlecchino, il quale “fu tanto il suo spavento, che le gambe gli si ripiegarono e cadde bocconi per terra”. Lo scambio sacrificale fa scoccare in Pinocchio la prima scintilla di umanità. Il burattino “andò a gettarsi ai piedi del burattinaio e piangendo dirottamente e bagnandogli di lacrime tutti i peli della lunghissima barba, cominciò a dire con voce supplichevole:

– Pietà, signor Mangiafoco!…

– Qui non ci sono signori! Replicò duramente il burattinaio.

– Pietà, signor Cavaliere!…

– Qui non ci sono cavalieri!

– Pietà, signor Commendatore!…

– Qui non ci sono commendatori!

– Pietà, Eccellenza!

A sentirsi chiamare Eccellenza il burattinaio fece subito il bocchino tondo, e diventato tutt’a un tratto più umano e più trattabile, disse a Pinocchio:

– Ebbene, che cosa vuoi da me?

– Vi domando grazia per il povero Arlecchino”.

In questo dramma (dis)umano-vegetale è racchiusa, per il lettore ancora scettico, la chiave che spazza via ogni residuo dubbio sulla comprensione della favola: Mangiafoco non è signore, non è Cavaliere, non è Commendatore: effettivamente all’interno della Chiesa questi titoli non esistono, ma, a parte “signore” che è un titolo “laico”, Maestro, Cavaliere e Commendatore sono gradi massonici: per l’esattezza nel rito scozzese antico e accettato: Maestro, nelle Logge simboliche muratorie, in cui vengono assegnati i gradi primitivi o simbolici, il 3° grado; nelle Logge di Perfezione il 4° (Maestro Segreto), il 5° (Maestro Perfetto), il 9° (Maestro Cavaliere Eletto dei Nove), il 12° (Gran Maestro Architetto); negli Areopaghi o Consigli il 20° (Venerabile Gran Maestro a vita); Cavaliere, nelle Logge di perfezione, il 9° (Maestro Cavaliere Eletto dei Nove), l’11° (Sublime Cavaliere Eletto) e il 13° (Cavaliere dell’Arco Reale); nei Capitoli, il 15° (Cavaliere d’Oriente o della Spada), il 17° (Cavaliere d’Oriente e d’Occidente), il 18° (Cavaliere dell’Aquila e del Pellicano); negli Areopaghi, il 21° (Cavaliere Prussiano), il 22° (Cavaliere dell’Ascia Reale), il 25° (Cavaliere del Serpente di Bronzo), il 28° (Cavaliere del Sole), il 30° (Grande Eletto Cavaliere Kadosh o Cavaliere dell’Aquila Bianca e Nera); Commendatore, negli Areopaghi, il 27° (Gran Commendatore del Tempio); nel Tribunale, il 31° (Grande Ispettore Inquisitore Commendatore). Mangiafoco si commuove a sentirsi chiamare “Eccellenza”, titolo che si dava e si dà specialmente ai gradi eccelsi della Chiesa Cattolica, a Cardinali e Vescovi, cioè alle massime autorità spirituali di una diocesi. La parola “Eccellenza” salva dunque il povero Arlecchino. Anzi quella “magica” parola fa nascere addirittura amicizia tra Mangiafoco e Pinocchio.

IL DONO DEL BURATTINAIO

Alla fine, Mangiafoco, conosciute le povere condizioni economiche di maestro Geppetto, regala al burattino cinque monete d’oro. Attenzione però: non si tratta di un’opera di disinteressata bontà. Il dono di Mangiafoco nasconde la serpe in seno, come dicevano gli antichi in cauda venenum, cioè nella coda il veleno. Non si dimentichi che la sua frusta è costituita da serpenti e code di volpe, cioè astuzia e veleno, e quindi le cinque monete (zecchini) donate da Mangiafoco/Ciliegia/Chiesa al burattino (incamminatosi sulla strada della “redenzione” massonica) sono intrise – secondo il favolista – di veleno. Ma, di grazia, che cosa vogliono rappresentare le cinque monete d’oro? La risposta non può che essere trovata nei sacramenti che vengono elargiti ai comuni mortali (i burattini del teatro di Mangiafoco) che si affidano alla religione cristiana cattolica: battesimo, prima comunione, cresima, matrimonio, estrema unzione. L’ultimo sacramento sarebbe inutile ai fini della redenzione perché dato in extremis, quando ormai si è a un passo dalla fossa: infatti una moneta viene consumata all’osteria del Gambero Rosso, animale che, come si dice, invece di procedere in avanti, va a ritroso. Il simbolo è più che evidente: in possesso degli zecchini d’oro donati da Mangiafoco/Ciliagia/Chiesa, fallaci e maligni, si prende la strada del ritorno allo stato vegetale. In contrapposizione, alla fine della favola, ad avvenuta metamorfosi del burattino in fanciullo in carne ed ossa, la Fata dai capelli turchini, proiezione di Geppetto-demiurgo/Iside, gli regalerà invece “quaranta zecchini d’oro, tutti nuovi di zecca” , dal chiaro significato metafisico ed escatologico, in antitesi evidentissima con i miseri cinque donati da Mangiafoco/Chiesa/Ciliegia, forieri di perdizione e quindi di caduta dell’anima.

IL SEGRETO DEI NUMERI

Ma, possiamo domandarci, perché proprio quaranta? Il numero va inteso come 33 + 7: dove 33 sono i gradi massonici del Rito Scozzese Antico e Accettato e 7 le virtù etiche che devono costituire, e forgiano, l’abito mentale dell’uomo superiore, vale a dire: il coraggio, la moderazione, la magnanimità, la generosità, la mansuetudine, la franchezza, e soprattutto la giustizia, che è la maggiore di tutte, aventi come fine il bene (Aristotele). Non si può escludere, in via sussidiaria, che il numero 7 possa tuttavia rappresentare anche i cieli, o sfere planetarie (ovviamente in senso figurato, metafisico: Saturno [piombo, luogo delle tenebre, stato iniziale dell’anima greve, ghiacciata, prigioniera della carne e del peccato, cioè dell’inferno], Venere [stagno], Giove [bronzo], Mercurio [ferro], Marte [lega], Luna [argento], Sole [oro, luce e simbolo di perfezione]) attraverso cui trasmutano via via coloro che, convertendosi alla dottrina dei Figli della Luce, ne percorrano i Misteri Minori (che mirano alla perfezione dello stato umano) e Maggiori (che concernono la realizzazione degli stati sopra-umani), che passino cioè dal grado di Apprendista (cioè burattino) a quello di Adepto – Uomo trascendente, jerofante mistagogo che riesce ad aprire la porta del tempio di Dio, dove la luce celeste e la verità consentono all’anima il ritorno alla vera patria.

IL GATTO E LA VOLPE

Appena congedatosi da Mangiafoco, il burattino incontra sulla sua strada il Gatto e la Volpe, cioè la frode moltiplicata, proiezioni della frusta del burattinaio “fatta di serpenti e di code di volpe attorcigliate insieme”, se non il burattinaio stesso capace di trasformarsi come il Proteo omerico. I due birbanti consigliano a Pinocchio di portare le monete nel paese dei Barbagianni, cioè degli sciocchi, e di seminarle nel Campo de’ miracoli, cosa che, ingenuamente, il burattino andrà a fare. Similia similibus: le monete donate da Mangiafoco/Ciliegia/Chiesa non potevano che essere seminate nel Campo de’ miracoli, ma lungo la strada il burattino incontra gli assassini, in realtà il Gatto e la Volpe mascherati, alle cui grinfie cerca di sfuggire. Scappa, scappa, e non trovando scampo, si arrampica in cima ad un albero di pino, di cui è seme, alla radice della sua esistenza vegetale, cioè al massimo della regressione allo stato vegetativo, a cui lo portano gli zecchini, che si rivelano, così, inutili dal punto di vista salvifico.

PINOCCHIO SALTA IL FOSSO

Sennonché saranno proprio gli assassini a bruciare la pianta, da cui Pinocchio si salva con un gran salto. Ma quelli lo inseguono sempre: a qualunque costo vogliono derubarlo del piccolo tesoro “quand’ecco che Pinocchio si trovò improvvisamente sbarrato il passo da un fosso largo e profondissimo, tutto pieno di acquaccia sudicia, color del caffè e latte. Che fare? <<Una, due! tre!>> gridò il burattino, e slanciandosi con una gran rincorsa, saltò dall’altra parte. E gli assassini saltarono anche loro, ma non avendo preso bene la misura, patapunfete!… cascarono giù nel bel mezzo del fosso”. Saltare il fosso tutto pieno di acquaccia sudicia, simbolo dei “peccati” del mondo, come fa Pinocchio, creatura ormai incamminatasi sulla strada massonica, o camminare sull’acqua in esso contenuta è un passo topico, metaforico e metafisico, delle iniziazioni misteriche ed esoteriche. Si veda anche quanto afferma Dante (Inf. IV, vv. 106-111) accompagnato dal suo guru Virgilio: “Venimmo al piè d’un nobile castello, / sette volte cerchiato d’alte mura, / difeso intorno d’un bel fiumicello. / Questo passammo come terra dura; / per sette porte intrai con questi savi: / giugnemmo in prato di fresca verdura”. Gli assassini, caduti nel fosso largo e profondissimo, riemersi dall’acquaccia sudicia, ovviamente più sporchi di prima, non demordono dall’inseguimento. “Allora il burattino, perdutosi d’animo, fu proprio sul punto di gettarsi in terra e darsi per vinto, quando nel girare gli occhi all’intorno vide fra mezzo al verde cupo degli alberi biancheggiare in lontananza una casina candida come la neve”.

PINOCCHIO IMPICCATO

Ma alla fine il burattino viene acciuffato ed impiccato perché si rifiuta di consegnare il suo tesoretto alle due canaglie metafisiche. A questo, alla morte, lo portano dunque gli zecchini d’oro regalatigli dal perfido Mangiafoco, proiezione, o per dirla con Jung, Ombra di maestro Ciliegia/Chiesa: “A poco a poco gli occhi gli si appannarono… aprì la bocca, stirò le gambe e, dato un grande scrollone, rimase lì come intirizzito” perché soffiava “un forte vento di tramontana, che soffiando e mugghiando con rabbia, sbatacchiava in qua e in là il povero impiccato”, che, all’estremo respiro invoca il padre, cioè colui, il maestro, che lo aveva tratto, anzi estratto, con gli attrezzi della sua arte, dal legno informe dello stato vegetale: “Oh babbo mio se tu fossi qui!…” (cap. XV). Questa morte di Pinocchio è morte iniziatica: un passaggio di morte-rinascita, l’incantesimo da cui per il burattino sorgerà nuova vita. E’ l’inizio della metamorfosi del burattino-adepto. Anche il viaggio oltremondano di Dante è scandito da passaggi di morte-rinascita, da cui il Poeta assurgerà a nuova, più profonda, consapevolezza interiore (es. Inf. I, vv. 1-2; III, vv. 136; e soprattutto V, v. 142, “caddi come corpo morto cade”).

TRE GIORNI

Dalla nascita di Pinocchio fino a questa sua “morte” sono trascorsi tre giorni, tre giorni in cui Pinocchio ha vissuto come un morto: notare bene questo lasso di tempo. Nel terzo giorno Pinocchio ritorna alla vita, risorge, lo riporterà in vita la Bambina (cioè la Fata) dai capelli turchini/Iside. Noi a questo punto invitiamo i nostri lettori a leggersi, dei Vangeli, la parte relativa all’agonia e morte di Gesù, che invoca il Padre, ma soprattutto il Vangelo di Matteo (27, 45/46 ) e confrontarne i luoghi con quelli collodiani. L’analogia tra i due racconti è stupefacente, dalla meteorologia, gli elementi aerei che si scatenano, all’invocazione del Padre.

Un altro punto della favola che fa il paio col passo appena citato è quanto vien narrato al cap. XXXIII. Qui Pinocchio, che per le sue male azioni, si era trasformato in asino, aveva cioè patito e sperimentato la condizione animalesca, condizione spirituale di gran lunga inferiore a quella di burattino in fase di redenzione, si riburattinizza. Colui che lo aveva comperato “condusse il ciuchino sulla riva del mare; e messogli un sasso al collo e legatolo per una zampa con una fune che teneva in mano, gli diè improvvisamente uno spintone e lo gettò nell’acqua. Pinocchio con quel macigno al collo, andò subito al fondo…”. Dopo un po’ di tempo, il compratore pensando che l’asino fosse affogato, lo tirò su per recuperarne la pelle e “invece di un ciuchino morto, vide apparire a fior d’acqua un burattino vivo, che scodinzolava come un’anguilla”.

MORTE-RINASCITA DI PINOCCHIO

Seconda morte-rinascita, metafora cristologica del battesimo. Che cosa era stata per il burattino l’esperienza asinesca? “Una vergogna, caro padrone – confessa Pinocchio a colui che era stato il suo padrone – che sant’Antonio benedetto non la faccia provare neppure a voi!”. Questo scongiuro apotropaico è il clou del bellicismo ideologico massonico: è l’accusa che la sventura asinina vissuta da Pinocchio è stata opera di sant’Antonio, come fa intendere l’avverbio neppure. Ma il nome Antonio, guarda caso, l’abbiamo visto essere il vero nome di maestro Ciliegia, nome di frutto tanto dolce, tanto piccolo, ma – secondo la visione del favolista Collodi – velenifero. Il potere diabolico di maestro Ciliegia, con le sue proiezioni di Chiesa/Mangiafoco/straccivendolo/Omino, è per tanti versi simile a quello di Crise, il sacerdote di Apollo, che, nell’Iliade, fa nascere una pestilenza nel campo acheo. Anche Lucio, il protagonista dell’Asino d’oro di Apuleio, dopo la sua metamorfosi, si esprime con le stesse parole di Pinocchio: “Provai vergogna di me, una vergogna tutta asinina, s’intende” (Metamorphoseon, XI, 23). Dall’analisi dell’ermetismo della favola possiamo argomentare che l’unico vero massone del secolo XIX in Italia, maestro di dottrina, fu Collodi; i consorti, quelli che comunemente si autodefinivano massoni, erano in realtà, semplicemente, una consorteria di carbonari rivoluzionari bombaroli che avevano mutato nome e casacca.

IL PESCE-CANE E LA STELLA

Non si può in poche pagine analizzare tutti i passi simbolici di questa favola pagana, così complessa ed ermetica, ad uso dei soli iniziati. Tuttavia si rende necessario illustrarne ancora due passi fondamentali. Il Pesce-cane e la stella. Pinocchio, ingoiato dal grande “terribile” animale, ritrova, nel lungo oscuro e profondo budello del “mostro”, il padre Geppetto, cioè, ovunque voi andiate, anche nei luoghi più oscuri, profondi e lontani, ritroverete la Massoneria, che in questo particolare luogo della favola si ammanta del tricolore: infatti Geppetto, “vecchietto tutto bianco, come se fosse di neve”, ha davanti a sé una candela, infilata in una bottiglia di cristallo verde e accesa che spande intorno luce (che sarà per forza rossa, dato che la temperatura di combustione della candela non è molto elevata, avviene cioè con emissione di radiazione rossa e infrarossa). (Si noti per inciso che anche Beatrice si manifesta a Dante vestita con abiti dagli stessi colori, Purg. XXX, 31-33). Ma nello stesso tempo il verde è simbolo di speranza, speranza di salvarsi dalle fauci del “mostro” Pesce-cane, e il colore di maestro Geppetto “un vecchietto tutto bianco, come se fosse di neve o di panna montata”(metafora cristologica) è indice di trasfigurazione cioè il maestro, ingoiato dal mostro, nelle sue viscere si è trasfigurato (effetto del pane e del vino di cui si è detto), ha raggiunto lo stato di Uomo trascendente, cioè adepto trasformato in un centro irradiante Luce, messaggero o ambasciatore del Logos, “il Figlio di Dio”, che discende nella materia (R. Guénon). Si legga al riguardo quanto Matteo riporta a proposito della trasfigurazione del Cristo: “Il suo aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve” (Mt. 28, 3). Con la trasfigurazione di maestro Geppetto, il favolista afferma dunque che solo nella comunione massonica gli adepti, i Figli della Luce, possono pervenire all’illuminazione, cioè alla visione di Dio, alla santità.

IL MOSTRO METAFORA DELL’INFERNO

Il mostro, da cui tra poco i due protagonisti emergeranno, è dunque metafora dell’Inferno (non della biblica balena di Giona o di Moby Dick). Essere stati da lui ingoiati adombra la discesa agli Inferi, cioè al regno dei morti, ad imitazione del viaggio infero di Ulisse, Enea, Dante, e del primo di tutti gli eroi mistici Gilgamesh, l’uomo divenuto carne degli Dei, “per due terzi dio e per un terzo uomo” che, per la conquista dell’immortalità, attraversò la montagna oscura lunga dodici leghe all’uscita della quale trovò il giardino degli Dei e la luce di Shamash, il Sole, cioè la stella, che gli abbagliava la vista col suo fulgore. La presenza di Geppetto nella bocca del Pesce-cane ha un solo significato: la discesa agli Inferi non può essere fatta da soli, deve essere preceduta e accompagnata dal Maestro, che svolge così il ruolo di guru, jerofante mistagogo, ruolo che in Dante viene svolto da Virgilio. Non stiamo qui a delucidare il simbolo astronomico del Pesce-cane (parola scritta con un trattino di unione, un trattino molto importante) che ci porterebbe molto lontano. Diremo solamente che richiama la costellazione dei Pesci, sotto cui si trovava il sole nel secolo XIX, e quella del Cane Maggiore, nella quale ultima arde Sirio, la stella più brillante del firmamento, ritenuta da sempre ipostasi di Iside, la Gran Madre, Regina della notte, del cielo e del mondo sotterraneo, ma anche, in Pinocchio, la Fata dai capelli turchini. I due, maestro ed allievo, stanno per emergere dalla bocca del mostro e Pinocchio (è lui che deve guardare) “affacciandosi al principio della gola e guardando in su, poté vedere al di fuori di quell’enorme bocca spalancata un bel pezzo di cielo stellato e un bellissimo lume di luna”. L’apparizione della stella palesa la fine del viaggio, cioè la metamorfosi dell’adepto, il compimento del passaggio da Apprendista, a Compagno, a Maestro, a colui che possiede ormai la perfetta conoscenza, la Gnosi, la conoscenza che permette di dare una risposta al quesito: chi siamo, donde veniamo, dove andiamo? La trasformazione è ormai prossima e la visione della luna è un omaggio ad un altro aspetto di Iside, a Proserpina, Regina dei morti, degli Inferi, che anche Enea (Eneide, VI, 142) chiama bella (pulchra Proserpina). La presenza della stella, alla fine delle traversie o prove affrontate e superate dall’eroe mistico, ha un solo significato: siamo in presenza di un testo iniziatico. Vedi, esempio molto esplicito e luminoso, nella Divina Commedia, la chiusa delle tre cantiche. Anche nei Promessi Sposi di Manzoni, favola esoterica cristiana modellata sull’Odissea di Omero, Renzo (cioè Manzoni)(cap. XXXIII, ultime righe) “s’incamminò per viottole, prendendo per sua stella polare il duomo; e dopo un brevissimo cammino, venne a sbucar sotto le mura di Milano, tra porta Orientale e porta Nuova, e molto vicino a questa”. Dichiarazione questa, molto esplicita, di ripudio della Massoneria, a cui lo scrittore era stato affiliato in gioventù, come fa fede la stesura del suo Fermo e Lucia, cioè, anagrammando e spostando la m e la a, Lucifero (cioè portatore di luce) A. M. (Alessandro Manzoni)

ASPETTI POLITICI

Dalla favola di Pinocchio abbiamo enucleato alcuni elementi sufficienti ad illustrarne gli aspetti apparentemente oscuri. Ma il mondo di Pinocchio è anche un riflesso del mondo reale, ma alla rovescia, capovolto.

La favola non è del tutto apolitica e atemporale come vorrebbe il cardinale Biffi. Oltre agli aspetti esoterici e al bellicismo antiecclesiale precedentemente esaminati, è possibile anche un altro livello di lettura, quello di critica del sistema politico dittatoriale instaurato dai savoiardi. Nessuno scrittore, infatti, per quanto attento o impolitico, sfugge alla dinamica politica e sociale del suo tempo.

L’operazione di Pinocchio, seminare le cinque monete nel Campo dei Miracoli, a parte l’aspetto denigratorio dei sacramenti elargiti dalla Chiesa ai laici, dal punto di vista economico (un simbolo ha sempre un significato principale e vari significati accessorii, sussidiarii o complementari, ad esempio nel caso specifico dei cinque zecchini donati da Mangiafoco possiamo vedere anche una parodia della parabola cristologica dei talenti riportata nei vangeli) non è una operazione industriale, bensì una speculazione finanziaria. Quegli anni, anni della stesura e pubblicazione della favola, furono anni di intensa speculazione economica ed edilizia, di scandali bancarii e di rapine a danno dei meno abbienti tra cui la famigerata e spietata tassa sul macinato. Il pranzo del Gatto e la Volpe all’osteria del Gambero Rosso, un luogo, come vuole il nome, dove invece di andare avanti si va indietro, è un’accusa spietata contro quel parlamento dittatoriale italiano che governava con gli stati d’assedio e con le prigioni, stracolme di prigionieri politici nonostante la patente di “democraticità” di cui si vantava e sproloquiava per via del cosiddetto Statuto, osannato ma messo sotto i piedi.

LA GRANDE ABBUFFATA

Che cosa mangiano infatti il Gatto e la Volpe all’osteria del Gambero Rosso? Cibo che in quei tempi si trovava quasi solamente sulle mense dei ricchi borghesi: “Il povero Gatto, sentendosi gravemente indisposto di stomaco, non poté mangiare altro che trentacinque triglie con salsa di pomodoro e quattro porzioni di trippa alla parmigiana: e perché la trippa non gli pareva condita abbastanza, si rifece tre volte a chiedere il burro e il formaggio grattato!

La Volpe avrebbe spilluzzicato qualche cosa anche lei: ma siccome il medico le aveva ordinato una grandissima dieta, così dové contentarsi di una semplice lepre dolce e forte con un leggerissimo contorno di pollastre ingrassate e di galletti di primo canto. Dopo la lepre si fece portare per tornagusto un cibreino di pernici, di starne, di conigli, di ranocchi, di lucertole e d’uva paradisa; e poi non volle altro. Aveva tanta nausea per il cibo, diceva lei, che non poteva accostarsi nulla alla bocca”

Politicamente il Gatto e la Volpe sono metafore non facilmente estrapolabili. Quali personaggi politici siano adombrati sotto quelle due sfingi non è dato sapere. E’ tuttavia molto probabile che in questa particolare fauna di pappatori, Gatto e Volpe, siano da focalizzare il Savoia, la cui lista civile (stipendio) superava di quattro volte quella della Regina Vittoria e di cinque volte quella del Presidente degli Stati Uniti d’America, e il Primo Ministro Depretis, ridottisi, da “titani” (non credeteci) del cosiddetto risorgimento a biechi sfruttatori del popolo che si ribellava dando violenti scossoni al sistema politico con conseguente caos sociale e caduta di governi. Anzi il governo Depretis fece di più: quando nel 1878 in parlamento fu ridiscussa la tassa sul macinato, approvò una legge che aboliva, per favorire i contadini del nord, l’imposta sui cereali “inferiori” come il mais, discriminando in tal modo i contadini del Sud, che coltivavano grano. La cosa, in quel mondo ancora molto contadino, non era andata a genio ai parlamentari (ormai) meridionali, sicché, quando nel 1879 la questione della tassa sul macinato tornò in parlamento, ci fu chi ne trasse argomento per vendicarsi e il governo Depretis cadde, travolto anche dagli scandali bancari. Ma risultò ancora una volta Presidente del Consiglio un tale del nord, il Cairoli, e le cose non cambiarono. Correva l’anno 1881 quando la favola vide la luce, ma essa dovette avere un lungo travaglio intellettuale prima di essere portata alle stampe. Qualunque fosse il governo in carica, in quell’intorno di anni i tributi venivano ancora quasi sempre imposti dalla dittatura parlamentare (noi siamo autoritari fino alle ossa, aveva affermato Giustino Fortunato) per decreto invece che per legge, sempre più aumentati per coprire la voragine senza fondo dei conti dello Stato, che spendeva oltre il settantacinque per cento delle entrate in armamenti, una pacchia per le industrie del nord.

LA GIUSTIZIA SAVOIARDA

Per il Gatto e la Volpe il povero Pinocchio è costretto a pagare il conto della loro crapula all’osteria, e sono loro, il Gatto e la Volpe, che, successivamente, lo derubano delle restanti quattro monete d’oro seminate nel Campo de’ miracoli, come dire che il popolo veniva spolpato fino all’osso (rapine bancarie con finti fallimenti).

Pinocchio, dopo la truffa gattovolpinesca, fiducioso nella giustizia, corre in tribunale per denunziare i due malandrini. “Il giudice era uno scimmione della razza dei gorilla… lo ascoltò con molta benignità: prese vivissima parte al racconto: s’intenerì, si commosse: e quando il burattino non ebbe più nulla da dire, allungò la mano e suonò il campanello.

A quella scampanellata comparvero subito due can mastini vestiti da giandarmi.

Allora il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro: – quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione”. Nella giustizia, senza appello, dello scimmione-gorilla (parodia del dantesco Minosse, savio giudice infernale) che fa patire gli innocenti al posto dei rei, è sintetizzata la giustizia dei regimi totalitari, da cui quello imperante in Italia, il savoiardo, non si discostava in nulla. Anche la libertà, che Pinocchio recupererà, dopo ben quattro mesi di gattabuia, è basata sullo stravolgimento di ogni principio giuridico: per uscir di prigione il burattino sarà costretto a dichiararsi malandrino, perché solo a costoro è concesso, a seguito amnistia, riottenere la libertà: “Se escono di prigione gli altri, voglio uscire anch’io – disse Pinocchio al carceriere.

– Voi no, – rispose il carceriere – perché voi non siete del bel numero…

– Domando scusa – replicò Pinocchio – sono un malandrino anch’io.

– In questo caso avete mille ragioni – disse il carceriere; e levandosi il berretto rispettosamente e salutandolo, gli aprì le porte della prigione e lo lasciò scappare”.

LA LEGGE SICCARDI

L’ordinamento giudiziario vigente in Italia all’epoca della pubblicazione della favola era ancora quello, non tanto rispettoso dei diritti civili, della legge Siccardi del 19 maggio 1851, reso molto più restrittivo dal decreto Rattazzi del 13 novembre 1859, un decreto molto illiberale che risentiva degli effetti della guerra “sostenuta” dal Piemonte in quell’anno insieme a Napoleone III. Nel 1860 l’ordinamento giudiziario piemontese risultava essere il più arretrato della penisola, ma fu imposto per diritto di spada alle regioni conquistate. Le parole di Giuseppe Maranini, professore di diritto costituzionale, riportate nel suo interessantissimo studio “Storia del potere in Italia 1848 – 1867”   (ed. Corbaccio, 1995) sono illuminanti al riguardo: “Così quell’illiberale decreto, imposto di sorpresa e con scarsa correttezza al regno di Piemonte, era destinato a diventare, per diritto di annessione, lo statuto della giustizia dell’Italia liberata e unificata. Che la rapida vicenda delle conquiste e delle annessioni plebiscitarie tra il 59 e il 61 potesse richiedere una momentanea sospensione delle garanzie liberali è comprensibile. Grave è il fatto che quella sospensione venisse utilizzata per dare all’Italia unificata il suo nuovo ordinamento giudiziario, un ordinamento imposto dal potere esecutivo e interamente rivolto a subordinare la giustizia all’esecutivo” (pag. 265). Col decreto Rattazzi i magistrati si trovarono a svolgere il loro ruolo in condizioni molto più  precarie rispetto al passato, soggetti ai capricci del ministro dell’interno, arbitro del loro destino, che poteva, in difetto di giudizi politicamente non conformi, trasferire, punire, impedire avanzamenti. “Il povero magistrato che si ostinasse ad applicare imparziale giustizia in materie di grave pregiudizio politico, poteva ormai tenere in perpetuo le valigie pronte per lunghe peregrinazioni nelle allora remotissime province del regno; e sempre che non gli accadesse di incappare in qualche giudizio disciplinare” (pag. 266). A differenza dei comuni mortali che potevano godere, in un processo, di un minimo di assistenza legale, il magistrato caduto in disgrazia, o solamente sospettato di deviazione, veniva sottoposto, con metodi canaglieschi, molto staliniani, a processo segreto, senza difensore: “Ma il processo segreto, senza intervento di difensore, davanti a magistrati essi medesimi esposti a insindacabile <<tramutamento>> di sede per il bene del servizio, ed anche alle pericolose iniziative disciplinari del pubblico ministero, costituiva una triste parodia di giustizia…Se l’esecutivo con un regolamento deformava o violava una legge, il magistrato era così obbligato a rendersi complice della deformazione o violazione  (pag. 267)… e la pubblica accusa era, in virtù delle leggi, agli ordini del governo, fossero ordini di viltà oppure ordini di sopraffazione e persecuzione” (pag. 274). Era questa dunque la giustizia estesa all’Italia intera dal regime savoiardo. Un sistema stalinista privo di qualunque garanzia costituzionale in cui poteva inserirsi liberamente l’azione sadico-criminale (legge marziale) dei ferocissimi comandanti militari operanti al Sud che, con i loro mortiferi pseudotribunali, decidevano del destino del popolo duosiciliano, fucilando, imprigionando, deportando, senza che la magistratura meridionale, terrorizzata, agghiacciata, tremante come i burattini del teatro di Mangiafoco, potesse far valere un minimo di legalità. In questo sistema già privo di garanzie costituzionali e giudiziarie poteva prendere corpo, nel 1863, la criminale infame legge Pica-Peruzzi votata da un parlamento di canaglie giacobine, legge che in solo sei mesi portò davanti al plotone di esecuzione circa sessantacinquemila patrioti delle Due Sicilie. Era dunque questa triste parodia di  giustizia che Collodi metaforizza (e contrabbanda) nella figura del giudice-scimmione, che incarcera gli innocenti e mantiene liberi i rei, cioè mafiosi e delinquenti politici. Non si addice dunque a quella di Pinocchio l’etichetta di  favola metastorica e atemporale; essa, sia per gli aspetti ermetico-massonici che per il bellicismo anticristiano e antipapale ereditato dal 1848, e per la polemica sulla legislazione giudiziaria e sulle truffe bancarie, è figlia  verace del cosiddetto risorgimento. Astutissimo, intelligentissimo, fu il Collodi, impegnato giornalisticamente, nel camuffare, per salvaguardarsi da eventuali incriminazioni per crimen lesae e per non rischiare la fucilazione funzionante a gogò, nel camuffare, si diceva, in una cornice mitica le sue istanze polemiche contro leggi e comportamenti vomitevoli di un parlamento e di un sovrano criminali, connivente quasi tutta la classe baronale e borghese delle Due Sicilie, che aveva forse fatto proprio il motto del  principe Windischgrätz: “L’uomo comincia col barone” (Der Mensch fängt beim Baron an)[UP1] . Solo sotto il velo della metafora fiabesca, destinata in apparenza a bambini, e pubblicata su un giornaletto per bambini, gli era possibile, in quei truci anni di piombo, farsi intendere dai pochi che sapevano intendere e lasciare ai posteri un messaggio critico, anche di suo non-collaborazionismo, alle future generazioni. Solamente con la legge Zanardelli nel 1889 si pose in parte riparo a quella pseudogiustizia, ma le tare di quest’ultima legge erano ancora tali e tante che ”il fascismo ereditò un ordinamento giudiziario perfettamente adeguato alle sue necessità e al suo indirizzo” (pag. 273).