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Il 1848 si apre all’insegna della rivoluzione. Il 9 gennaio nella città di Palermo l’aria è quella che precede le insurrezioni e, in barba alle disposizioni, numerosi cartelli ed avvisi a stampa annunciano la futura sollevazione contro i napoletani.

Tre giorni dopo, al grido di “indipendenza”, la città si solleva. Luogotenente del Re è in Sicilia il Generale Luigi Nicola de Majo, di origine murattiana, incapace a fronteggiare la situazione.

Come sempre il Re agisce con fermezza da una parte, e con opportune concessioni dall’altra.

Due giorni dopo lo scoppio della rivolta una spedizione navale con 5000 uomini scelti sbarca a Palermo. Essa è comandata da uno di quegli ufficiali che si preferirebbe non avere in nessun esercito: Roberto de Sauget, un soggetto sempre dalla parte giusta, eternamente promettente e mai concretamente positivo.

De Sivo scrive di lui: “Si dicea che farebbe, ma mai fece. L’unica cosa che seppe fare il Generale, che durante il decennio starà in Sicilia e nel 1860 diverrà estimatore del Piemonte, fu quello di far raggiungere ai suoi uomini i vinti di Palermo senza tentare alcun movimento autonomo per tentare da aggirare le posizioni dei ribelli”.

Il 18 gennaio Luigi, fratello del Re e Conte d’Aquila, è nominato luogotenente in Sicilia. Il Principe di Campofranco, siciliano, è nominato ministro di Stato, affiancato da Giovanni Cassisi e Giuseppe Buongiardino, entrambi siciliani e noti liberali. Il 27 gennaio tutte le truppe napoletane lasciano Palermo e si imbarcano per Napoli.

L’ineffabile de Sauget se la caverà ancora una volta, e non avrà conseguenze sulla carriera, salvo che da quel momento fu masso in disparte.

Un comitato di governo siciliano decide di ristabilire la costituzione del 1812, e di sancire l’indipendenza assoluta da Napoli.

Nel frattempo, nella capitale avvenivano i primi fatti memorabili di quell’anno.

Il Re, ormai convinto della strada da percorrere, il 27 gennaio abolisce l’odiato ministero della Polizia, e ne accorpa le funzioni al ministero dell’Interno, da lui già riformato alla fine dell’anno precedente. Nello stesso giorno decreta una amnistia generale per i detenuti politici. Il ministero presenta le sue dimissioni, e Ferdinando nomina Presidente del Consiglio Nicola Maresca Duca di Serracapriola. Cesidio Bonanni, da pochi giorni consultore di Stato, è nominato Ministro di Grazia e Giustizia, il Principe Dentice, ministro delle Finanze, Carlo Cianciulli Ministro dell’Interno, il Principe di Torella ai Lavori Pubblici e Gaetano Scorazzo all’Agricoltura e Pubblica Istruzione. Tutti sinceramente liberali e devoti alla corona.

Quel giorno migliaia di dimostranti percorrono la città, da via Foria a via Toledo, gridando “Viva l’Italia, viva Pio IX, viva la Costituzione”.

Due diverse rappresentanze di dimostranti si presentarono al sovrano per chiedere la concessione di uno statuto rappresentativo: la prima fu guidata da Francesco Paolo Bozzelli, Carlo Poerio e Mariano d’Ayala, la seconda dal Principe di Torella e dall’Avvocato Francesco Paolo Ruggiero.

Secondo le ordinanze, in vista di una rivolta il Castel Sant’Elmo inalberò la bandiera rossa, sparò tre colpi di cannone a salve, e la città piombò in un silenzio totale, perché la folla si dileguò e le botteghe chiusero anzitempo.

Il giorno successivo vi fu una riunione dei Ministri, Generali e Consultori, ed il Re annunciò solennemente che avrebbe concesso la costituzione entro dieci giorni, costituzione basata su principi liberali e rappresentativi.

Due Camere, una di Pari nominati dal Re e l’altra di deputati eletti dal popolo, unitamente alla libertà di stampa, con una legge che ne regolasse i limiti.

Poco dopo il Re uscì a cavallo per la città, circondato dai suoi fratelli e seguito da alcuni generali, dalle guardie del corpo anch’esse a cavallo e dalle guardie d’onore. La percorse in lungo ed in largo, accolto dalla popolazione plaudente.

Il giorno successivo il Generale Giuseppe Garzia fu nominato Ministro della Guerra, e Francesco Paolo Bozzelli, autore dello statuto, sostituì Carlo Cianciulli agli Interni.

L’11 febbraio appare sul giornale costituzionale lo statuto concesso ed approvato dal Re; esso fu considerato per l’epoca moderno e liberale, ma i radicali, che desideravano stravolgere ed abbattere tutto, non sembrò sufficiente.

Per tre giorni e tre notti la capitale fu illuminata a festa e sembrò di aver toccato il cielo con un dito, ma purtroppo non sarebbe stato così.

Il 24 febbraio Ferdinando, unitamente alla sua famiglia, ai ministri ed a tutte le alte autorità del Regno, giurarono la costituzione nel tempio di S. Francesco da Paola, di fronte a Palazzo Reale. Nel frattempo la Sicilia era ormai tutta in mano ai ribelli, salvo la cittadella di Messina, che fu affidata al Generale Paolo Pronio per sostenere un lungo assedio.

Questa situazione durò pochi giorni, e la leggenda narra che Francesco Paolo Bozzelli, pugliese di Manfredonia, uomo retto e moderato che aveva vissuto in prima linea la tragedia del 1820, sia caduto in lacrime ai piedi del Re per ringraziarlo.

Scrive Paladino: “Del resto si aveva ben ragione di venerare il principe che aveva accordate franchigie di gran lunga superiori a quelle chieste, e che gli altri sovrani d’Italia erano ben lontani dal concedere”.

Roberto Maria Selvaggi

Da “Il SUD Quotidiano” del 28/2/98