La modernità degli ingegneri napoletani

di Lorenzo Terzi

 

Planimetria Gaeta

 

150 anni fa moriva a Napoli Ferdinando Visconti, fondatore del Real Officio Topografico, uno dei tanti vanti scomparsi della civiltà meridionale.

All’epoca in cui Napoli era la capitale di un regno molto più europeo di quanto lo sia oggi l’Italietta in cerca di un ingresso in Europa, giungevano da tutta la penisola ed anche, incredibile a dirsi, dall’estero, in cerca di lavoro.

Fra questi proprio uno degli ingegneri progettisti del nuovo porto di Ischia, Luigi Oberty, figlio di un immigrato nella contea di Nizza, allora sotto dominio sabaudo.

Questi, e tanti degli ingegneri giunti alla fine del ‘700, costituirono il nucleo iniziale della celebre Direzione dei ponti e delle Strade.

Tutta la viabilità del Regno, bisogna ricordarlo, fu costruita sotto i Borbone, ed è quella che, dopo quasi 140 anni, viene prevalentemente percorsa ancora al sud, nella sua impostazione principale.

Officio Topografico e Ponti e Strade lavorarono insieme per la modernizzazione del Regno. Visconti, oggi praticamente dimenticato, all’estero è ancor oggi considerato uno dei più grandi geografi europei.

Era nato a Palermo nel 1772 ed aveva avuto una giovinezza travagliata, come molti spiriti del tempo, dalla diffusione delle idee rivoluzionarie francesi.

Durante il decennio francese aveva prestato servizio nell’esercito della repubblica Cisalpina e nel Viceregno Lombardo. Rientrato a Napoli dopo la restaurazione, aveva visto coronato da successo il suo sogno di creare un Officio Topografico, che avrebbe avuto risonanza internazionale per la preziosità e precisione delle sue carte.

Va ricordato che persino gli inglesi inviavano le loro carte nautiche delle coste napoletane a Napoli per farle correggere ed approvarle.

Rimase sempre affezionato all’idea di una monarchia liberale e costituzionale: venne però allontanato dal servizio, ma Ferdinando II lo richiamò nel 1831 confermandolo alla guida dell’Officio da lui creato, e che guiderà fino alla morte avvenuta il 26 settembre 1847.

A 75 anni moriva un leale servitore della patria e della democrazia, che non avrebbe assolutamente capito la distruzione scientifica della sua opera operata dai piemontesi, che chiusero il suo meraviglioso laboratorio per trasferirne le spoglie a Firenze, capitale del nuovo regno d’Italia, incendiando tutte le carte da loro giudicate inutili.

Anche in questo vi è traccia specifica della “Liberazione del Mezzogiorno”.

Da “Il SUD Quotidiano” del 25/10/97