(l’opera di un grande economista liberale )

di Roberto Maria Selvaggi

Giacomo Savarese

 

 

La storiografia risorgimentale non si è limitata nel tempo a cancellare la memoria storica meridionale ma, per il timore di lasciare dello spazio e delle radici su cui potesse riprendere vita il ricordo di un tempo in cui la metà del nostro paese fu autonoma e prospera, ha dimenticato anche quei personaggi che, pur critici del centralismo borbonico e della mancanza di autonomia amministrativa e rappresentativa, di fronte alla rozza e violenta unificazione ed alla sistematica denigrazione delle istituzioni preesistenti, si ribellarono e levarono alta la protesta, per quanto fu loro possibile, contro lo stato di cose in cui versò il sud dopo il 1861.

Uno di loro fu Giacomo Savarese. Insigne economista, spirito libero e autenticamente legato alle tradizioni della sua terra, fu osteggiato e posto nel dimenticatoio della storia dalla massa servile degli inneggianti al vincitore. Figlio di Luigi Savarese, magistrato della corte dei conti, e di Marianna Winspeare, era nato a Napoli il 25 gennaio 1808. Cresciuto in un ambiente imbevuto degli insegnamenti del Vico, del Genovesi, del Filangieri e del Pagano, era nipote di Davide Winspeare, insigne giureconsulto, e padre di tutta la legislazione che portò all’abolizione della feudalità.

Discepolo di Giuseppe Zurlo, celebre ministro nel 1798 e nel decennio francese, fu ammesso nel 1826 nelle “Guardie del Corpo”, compagnia scelta tra i cadetti delle famiglie nobili per il servizio presso il sovrano. Dopo due anni di servizio preferì ritornare agli amati studi di economia e di storia, dedicandosi anche al problema che più lo appassionò nella sua vita: quello dell’istruzione pubblica infantile.

In contatto epistolare con gli intelletti più vivi del tempo, viaggiò in Toscana per documentarsi sulle condizioni degli asili pubblici e privati, per importare un sistema analogo a Napoli.

Non senza difficoltà, ma comunque con l’appoggio del sovrano, riuscì ad aprire diversi asili infantili nella capitale, divenendo il precursore dell’istruzione pubblica e privata ai bambini sotto i sei anni.

L’altra sua grande passione fu l’economia, e le sue lezioni all’università videro un concorso di studenti impensabile per l’epoca. Si affacciò poi alla vita pubblica nel 1843, quando fu eletto nel decurionato di Napoli, una sorta di moderna giunta comunale.

Nel primo tentativo riformatore di Ferdinando II con l’istituzione di un Consiglio di Stato, nel 1847, Savarese venne subito chiamato a farne parte. Nel 1848 gli fu affidato dal Presidente del Consiglio del primo ministero costituzionale, Duca di Serracapriola, l’importante ministero dei Lavori Pubblici.

Dopo pochi mesi il gabinetto cadde per far posto al ministero radicale presieduto da Troja, che portò alla sanguinosa giornata del 15 maggio.

Il fratello Roberto, che aveva partecipato attivamente ai moti, fu esiliato in Toscana mentre Giacomo, nominato Pari del Regno, si ritirò dalla vita pubblica.

Ferdinando II, che seppe riconoscere gli avversari dai nemici, lo chiamò nel 1854 a ricoprire l’incarico di Amministratore Generale delle Bonifiche: molte parti del Regno erano ancora paludose, ed il re volle che le opere, che fino ad allora erano state concepite e realizzate come atti isolati, fossero oggetto di una legge dello Stato che organizzava la bonifica dell’intero Regno.

La prima gigantesca opera fu la bonifica del Volturino, che il valente amministratore portò a termine e che la storia non ha mai voluto riconoscere tra le realizzazioni del periodo borbonico, e paragonabile a quella avvenuta negli anni 30 nelle paludi pontine. Il governo distribuì gratuitamente 50000 moggia di terra bonificata.

L’altra grande impresa portata a termine da Savarese fu la rettifica del corso del Sarno ridotto ora, come titolato in passato da “Repubblica”, ad una fogna a cielo aperto.

Caduto il Regno, Savarese, dopo un anno di esame di quello che stava accadendo, dalla piemontizzazione forzata di tutto alla progressiva e poi totale perdita di autonomia del meridione, pubblicò un libro dal titolo “Le finanze napoletane e le finanze piemontesi dal 1848 al 1860” nel quale, con scientifica serietà ma anche con appassionati sentimenti di meridionale fiero della sua cultura e della sua storia, confutò l’opera scellerata di disfacimento delle finanze dell’ex Regno ad opera dei piemontesi, mettendo in forte risalto l’onestà e la capacità degli amministratori di tutto il periodo borbonico.

Nel suo lavoro Savarese mette in luce la modernità dei princìpi governativi del tempo in fatto di finanza pubblica: “Il principio che ha regolato tutto l’andamento delle nostre finanze della restaurazione della monarchia napoletana dal 1733 al 1860, è stato costantemente quello di non gravare i popoli di nuovi tributi, ma al contrario di scemare gli antichi. Pareva a quegli antichi uomini, i governanti che si succedettero da Tanucci in poi, che la stabilità dei governi riposasse principalmente sul rispetto della proprietà privata e che la morale e la politica si accordassero per domandare ai cittadini i minori sacrifizii possibili a nome dello Stato”.

Ci ricorda ancora Savarese che nel Regno si pagavano solo 5 imposte, gravanti tutte sui ceti abbienti: gli altri le tasse semplicemente non le pagavano. Ma in un solo anno, il 1861, esse aumentarono fino a 36 oltre le 5 antiche, e fu molto complicato spiegare ai più poveri il solo significato di una parola, “le tasse”, fino ad allora sconosciuta. All’inizio del 1860 il debito pubblico del Regno era di 5210000 lire di allora. Con la guerra provocata dall’invasione garibaldina questo raggiunse la quota di 55 milioni, ma il peggio fu compiuto con le folli spese del governo dittatoriale e di quello piemontese, raggiungendo alla fine del 1860 la somma di 182 milioni, avendo tra l’altro del tutto prosciugato le casse statali: la nostra avventura unitaria cominciava col peso di troppi zeri, peso che non ci avrebbe più fatto risollevare.

Da quel momento Savarese passò fra gli oppositori, fermi ma legalitari, del nuovo stato di cose. Significativi alcuni brani tratti da una lettera indirizzata al Viesseux, datata 15 luglio 1861: “Da Garibaldi in poi si è pensato a distruggere e non già ad edificare. Sdegnano di restaurare e migliorare il vecchio, e volendo rifare a nuovo ogni cosa, riescono sempre a distruggere. Abbiamo destituito a capriccio e per odio di parte e spesso, cosa vergognosa, per far posto agli amici.

E’ meraviglia se i destituiti e le loro famiglie ci si sono fatti nemici? E con tutto questo gli impiegati nuovi non sono pienamente nostri. Sono tiepidi, e sapete perché? Perché sono ammoniti dalla sorte dei vecchi, temono per sé, e non hanno fede nella stabilità dell’impiego che si sono procacciati senza titoli e meriti.

Ogni popolo ha il suo amor proprio, e noi abbiamo il nostro: abbiamo la terza città d’Europa, una mobilissima storia civile e leggi ed istituzioni che crediamo migliori di quelle delle altre province italiane.

Tra Portici e San Giovanni a Peduccio è una fonderia bellissima del governo. Vi si fanno macchine, cannoni e mille altre cose (Pietrarsa). Il credereste? La vogliono vendere.

Se il governo ha simili stabilimenti in Piemonte, perché non averne a Napoli? Molti concludono: ci trattano come paese conquistato”.

Giacomo Savarese si spense in Napoli nel 1884: aveva vissuto in libertà sotto il tanto feroce Ferdinando II, e con lui se ne andava una delle ultime voci libere del Sud.

da “Il SUD Quotidiano” del 26/4/97