(tratto dalla rivista “FORA” di N.Zitara)

 

Denaro

Il periodico politico Indipendenza (00185 Roma, via Carlo Alberto, 39) mi ha posto la seguente domanda:

Parli, conti alla mano, di un debito storico di oltre sette milioni di miliardi che il resto d’Italia (Roma e Milano principalmente) ha contratto con il Sud [Brevemente spiega come sei giunto a indicare questa cifra] A questo aggiungi, tra i tanti flussi di ricchezza dal Sud al Nord, alcuni visibili altri no: protezionismo agricolo ed industriale comunitario; scambio diseguale tra aree a diversa quota di capitale per addetto; uso del risparmio meridionale per finanziare gli sbocchi dell’industria padana sul mercato meridionale; esportazione di capitali (attraverso Banche, Poste, Cassa Depositi e Prestiti); concentramento al Nord del sistema assicurativo privato e a Roma di quello assicurativo e previdenziale pubblico. Puoi spiegare connessione e dinamica di questi aspetti?

Risposta:

Ovviamente non esiste, né è mai esistita, ufficialmente una statistica dall’avere del Sud nei confronti del Nord. D’altra parte, se in Italia c’è una cosa che si vuol tenere nascosta è proprio questa. “Al villan non far sapere…”. Tuttavia, se evidenziano situazioni e fatti si possono avere delle stime attendibili.

Però, prima mettiamo in evidenza la chiusura di un secolare e disastroso bilancio. Confrontando il numero degli abitanti con il numero degli occupati, si ha che al Centronord sono circa il 40 per cento, mentre al Sud sono circa il 25 per cento. Il deficit occupazionale del Sud si avvicina alla cifra di tre milioni di non produttori.

Gli occupati, invece, sono circa cinque milioni in bianco e forse 500 o 600 in nero. Ma cosa fanno i lavoratori in bianco? In larga parte sono occupati nel terziario, nell’artigianato delle riparazioni e nell’ormai vecchia agricoltura. In sostanza, producono poco o niente. Anzi una percentuale significativa di loro – a partire dai grossi commercianti, per arrivare ai giornalieri che vanno la notte a scaricare le cassette di frutta trentina ai mercati generali – è legata allo smercio di prodotti settentrionali, i quali, dalle macchine al prezzemolo, hanno ormai fatto tabula rasa di ogni produzione meridionale.

Si può complessivamente stimare che il Sud manchi di attività produttive vere e moderne per una cifra di 5 milioni di uomini e donne. Considerando che un posto di lavoro vero e moderno impegna una cifra media di un miliardo e mezzo, si arriva a definire in otto milioni di miliardi ciò che il Sud ha perduto a causa della colonizzazione italiana. La cifra definisce il costo complessivo di macchine, impianti, economie esterne necessari a ricostruire il Sud in termini capitalistici. Un esborso surreale per della gente invigliacchita dai facili profitti, come i capitalisti padani.

Il conto, poco elegante, è tuttavia utile a mostrare le dimensioni del fenomeno improduttivo. Declinata, a partire dei primi anni settanta la domanda europea di lavoratori italiani (troppo caro, impiegare manodopera comunitaria!), il Sud ha varcato il confine tra sovrappopolazione e disastro antropologico. Con la sua ingordigia (in ultima istanza, perdonabile), con la sua insipienza (non perdonabile), con le sue scomposte velleità, lo Stato italiano ha rovinato un paese di gente civile e laboriosa. Ormai siamo al punto che, se non ci fossero gli stipendi dei nullafacenti del terziario statale, degli incendiari regionali, nonché le pensioni degli ex nullafacenti statali e il commercio lecito e illecito, la vita al Sud sarebbe già a livello somalo. Cosa che, peraltro, rappresenta una ineluttabile prospettiva per le future generazioni, salvo che il regime d’occupazione non vada a gambe all’aria. Eppure il paese meridionale è entrato in Italia portando una dote di tutto rispetto. La stima – o meglio l’elenco – relativo conferma che il saccheggio tosco-padano e romano corrisponde, in termini di lucro cessante, a una cifra persino superiore a quella denunziata sotto la forma residuale di danno emergente.

1) Nel 1860, l’agricoltura meridionale era in pieno sviluppo, anzi a stare a quel che ha scritto Rossi-Doria – uno che di economia agraria se ne intendeva – in una fase rivoluzionaria. Al momento dell’annunciato (ma falso) pareggio (di bilancio) tra entrate e uscite statali – intorno al 1874 – fu detto che “le esportazioni meridionali salvarono l’Italia”. Sottinteso: dalla situazione di bancarotta che Cavour e compari avevano provocato saccheggiando lo Stato. Se si seguono le curve delle esportazioni italiane tra il 1861 e il 1914, si osserva che l’olio, il vino e gli agrumi, per tre decenni, inseguono da vicino quella di seta greggia, la classica esportazione delle regioni padane, poi la raggiungono e infine la sorpassano.

Al confronto con l’Inghilterra, la Francia, la Germania e altri paesi dell’Europa continentale, l’Italia del 1860 è un paese povero che paga le sue importazioni con l’esportazione di prodotti agricoli. Anzi, fino agli anni cinquanta del secolo ventesimo, affievolitasi l’esportazione serica, sul proscenio degli scambi mondiali la sua forza economica viene essenzialmente dalle quattro produzioni elencate. Anche il surplus sociale – sia quello creato spontaneamente dai produttori sia quello coattivo realizzato con l’estorsione di famelici super-tributi – viene ottenuto in detti settori. Basta scorrere un sommario di statistiche storiche per sapere che le esportazioni meridionali pagarono (senza una vera contropartita) i 18 mila chilometri di ferrovie costruiti fino al 1920, piú gli interessi per i debiti contratti all’estero, piú gli intrallazzi dei mediatori padani, piú gli smodati lucri che gli stessi fecero con i subappalti (neanche cento Michele Sindona sarebbero stati capaci di fare altrettanto!).

La preminenza commerciale del Sud si prolungò oltre il secondo dopoguerra, senza contare che l’olio, il vino, i limoni, le arance, le essenze di bergamotto e di gelsomino furono il primo biglietto da visita delle esportazioni italiane in Europa e Oltreatlantico – molto piú accattivanti di quanto oggi siano le scarpe e il formaggio parmigiano.

E dopo tutto questo ci sono ancora dei meridionali tardo-romantici che si sentono orgogliosi perché il loro onesto lavoro, le loro rinunce, la pazienza e i sacrifici degli avi, hanno contribuito a creare una nazione solida e fra le prime nel mondo.

2) Nel 1863, a due anni dall’unificazione sabauda, si ebbe l’Esposizione Internazionale di Parigi. In tale occasione, chi comandava in Italia dovette verificare l’arretratezza dell’industria nazionale. Fu chiesto, allora, al direttore del ministero dell’industria, il milanese ingegner Giuseppe Colombo, forse il tecnico piú aggiornato del paese e futuro fondatore dell’Edison, quale fosse in Italia l’impianto meccanico capace di costruire e riparare vetture ferroviarie, macchine a vapore e rotaie. Con ponderazione e senza spirito campanilistico il funzionario indicò le cosiddette Officine di Pietrarsa, in realtà una vera fabbrica nel settore meccanico. Però a Pietrarsa fu preferita l’Ansaldo, proprietà di uno dei compari del defunto Cavour, la quale era nata con i soldi elargiti dal re sardo. Con i soldi dello Stato, a sua volta napoletano, era nata anche Pietrarsa, solo che Ferdinando II non la regalò ad alcuno. I Borboni “negatori di dio” – per loro sfortuna privata e pubblica – non erano liberali e neppure nelle grazie del club massonici londinesi, sale del mondo.

Non sempre gli italiani amano ricordarlo, ma l’Italia è divenuta un paese dotato di un’industria capace di vendere all’estero solo a partire dalla Vespa e dalla Lambretta, cioè nel secondo dopoguerra. Nel 1860 non esisteva che una sola area industrializzata, quella intorno a Napoli, la megalopoli (già a quei tempi) diffusa tra Salerno e Caserta. Scrivono gli storici italiani (in verità mi pesa dare un titolo altrove rispettato a degli autentici ruffiani) che la politica liberista, voluta e imposta da Cavour alla nazione, mostrò quanto fosse fragile e poco competitiva l’industria napoletana. Sarà pure vero che non fosse forte, però l’Ansaldo continuò a ricevere, attraverso una banca creata ad hoc, poderose iniezioni di danaro pubblico anche dopo la morte di Cavour. Il tutto, prima e dopo, alla faccia del liberismo, il quale per i cosiddetti moderati italiani altro non era, in effetti, che l’argent des autres. Il liberismo del bluffatore e speculatore, divenuto per le mani degli storici imperiali l’assertore dell’Unità e della patria libera, fu il coperchio sotto cui germogliò un sistema finanziario intrallazzistico, passato onorevolmente alla storia vera sotto l’efficace espressione di carnevale bancario. Il conclamato primato padano sta tutto in questo: nell’abilità a rubare, con i carabinieri impiegati come guardaspalla. Se l’Italia è stato ed è un paese politicamente cinico, non è tanto alla Curia che bisogna guardare, ma nei corridoi dei palazzi di Piazza Castello.

Era salda, invece, l’industria napoletana e ben impiantata; ricca di mille attività. Negata dagli storici, la verità emerge attraverso i fatti e i manufatti. La testimonianza piú eloquente la fornisce la vicenda dei cantieri navali di Castellammare di Stabia. Dopo la vergognosa sconfitta di Lissa, in gran parte dovuta all’inefficienza delle artiglierie piemontesi (chiaro presagio dei torinesi carriarmati Balilla con cui Mussolini voleva vincere la guerra), per ricostruire la flotta colata a picco, l’Italia non ebbe altro che gli antichi e gloriosi cantieri stabiesi, dove – a detta di un senatore USA – prestavano la loro opera le migliori maestranze navali del mondo. Qui, poco importa se progettata da un Benedetto Brin, l’Italia ricostruí la sua flotta. Le corazzate Lepanto, Duilio, Roma, Italia e altre di cui non so il nome, furono, nello scorcio di fine ottocento, le piú ammirate al mondo. Mi è capitato persino di leggere che qualcuna di quelle navi – certamente ristrutturata – combatté la Seconda Guerra Mondiale. Ma quando si trattò di costruire dei cantieri militari moderni, il paterno Stato nazionale li volle a La Spezia, dove spese per trent’anni una fetta consistente di quel terzo del bilancio che era destinato alle forze armate Tanto che la cittadina, che nel 1861 aveva trentamila abitanti, nel 1901 ne registrò piú di centomila.

E piaccia o non piaccia, sul finir del secolo, fiorí intorno a Napoli, e non altrove, l’unica industria italiana degna, a quell’epoca, di camminare sicura nel mondo. Cirio era un piemontese intelligente e audace, che trovò conveniente napoletanizzarsi, e il Sud che intitola strade a massacratori come Bixio, Cialdini e Lamarmora, dovrebbe intestargli almeno quella strada che a Napoli chiamano familiarmente il Rettifilo e che ufficialmente porta il nome indegno di Umberto I – il fucilatore dei Fasci Siciliani e il bombardiere di Piazza del Duomo, una intestazione servile, e non solo per la nazione meridionale, ma anche per la nobiltà dell’intelligenza umana. Cirio aveva capito che la diffusione dell’olio e del vino meridionali, nei paesi che gli emigrati raggiungevano, poteva essere il punto di partenza per l’esportazione di quelle conserve che i napoletani si fabbricavano in famiglia. Tentò e gli riuscí. Non credete ai libri dei mercanti di sapere! L’industria italiana non è nata a Milano né a Torino, ma a Nocera Inferiore, a Pagani, a Scafati, a Sarno.

Il primo altoforno nazionale nacque trasportando da Mongiana a Terni il vecchio e – secondo gli storici pagati dalle nostre università – inservibile altoforno borbonico.

3) Prima dell’unificazione, il Regno delle Due Sicilie era lo Stato piú grande e popolato d’Italia. Era inevitabile che fosse piú industrializzato del Piemonte e della Lombardia. Ma sorvolando sui dati relativi alle grosse fabbriche private presenti a Napoli e dintorni, specialmente nel campo tessile e cartaio, nonché sul vasto e fiorente tessuto di industrie alimentari, seriche e altre minori, vorrei far notare che intorno al trasporto navale e all’esportazione dell’olio e del vino, esisteva a Napoli e in Sicilia una diffusa borghesia armatoriale e commerciale, con vasti contatti mediterranei e mondiali. Migliaia di armatori – fra cui qualcuno dovette esser ben grosso se le navi napoletane erano in Italia le uniche che raggiungevano l’America e l’Australia. Un migliaio di grandi esportatori d’olio e di vino, gente che a Genova, Marsiglia, Trieste, Lisbona, Amsterdam, Londra, Stoccolma, New York non era necessario che fosse presentata attraverso la fratellanza massonica, come Cavour, ma si presentava con il suo nome e cognome, noto ai Rothschild e a tutti i grandi banchieri dell’epoca e in tutte le grandi borse del mondo. E poi tutto il secondo livello di agenti, procuratori, procacciatori, mediatori, accaparratori. Attorno parecchie case d’assicurazione navale. E infine un vero esercito di lavoratori portuali, di scaricatori costieri, di trasportatori, di barcaioli, di sensali.

Il governo borbonico dava un contributo a fondo perduto ai costruttori navali e un privilegio doganale alla bandiera. Non fece i porti, come avrebbe dovuto, e per avarizia. Ma non li fece neppure l’Italia Una, che i soldi se li scialacquava e che fu di una prodigalità sperperona con Genova, La Spezia, Livorno e Ancona, per non parlare di quella mussoliniana per Trieste e Venezia. Quel mondo marinaro, molto piú attivo e anche piú ricco di tutti gli imprenditori toscani, lombardi e piemontesi messi assieme, doveva andare distrutto perché Genova risorgimentasse agli antichi splendori navali e bancari. Sarebbe facile affermare che Bombrini, con le sue emissioni di cartamoneta garantite solo dagli archibugi dei bersaglieri, Bastogi, con la quarantennale truffa della Società delle Ferrovie Meridionali, Balduino, con i suoi loschi traffici intorno al tabacco e allo zucchero, annichilirono il Sud. Ma metterei in trono dei pidocchi. No, questi ladri, mai finiti in galera, furono soltanto i legittimi e unici avi del salotto buono della borghesia padana. In effetti, il Sud fu distrutto dai debiti che il Piemonte aveva contratto e che l’Italia continuò a contrarre per le costruzioni ferroviarie e per l’armamento dell’esercito e della marina sabaude, cose sulle quali s’avventò come una piovra il circolo dei patrioti facitori d’Italia, in testa a tutti non solo il citato furfante Bombrini ma anche il palamidone, barone Ricasoli.

4) In detta fase non si ha quel che cantano gli storici prezzolati dalla massoneria, cioè uno scambio tra merci moderne del Nord e prodotti agricoli (scalcinati) del Sud (scalcinato), ma lo scambio tra valori reali e cartamonetata inconvertibile, cosa che nell’interscambio tra due formazioni sociali, ancora chiuse in sé stesse, è lo stesso che dire furto (quella stessa cosa che vediamo con i nostri occhi a proposito del dollaro inconvertibile). Forti di un forte capitale fatto di carta e spesso di biglietti dalla serie duplicata – in sostanza emessi con frode della stessa legge fraudolenta che avevano imposto con subdoli artifici, senza che fosse necessario, il corso forzoso dei biglietti di Bombrini – i padroni dalla Banca genovese di Sconto invasero il Sud oleario, in ciò protetti dai prefetti, dai questori, dai carabinieri e dagli onorevoli meridionali, e lo schiacciarono. Tra il 1885 e 1890, in soli cinque anni il commercio pugliese e quello calabrese dell’olio passarono in mano agli uomini e alle società di paglia che coprivano gli eredi Bombrini. Il Sud – padroni e operai – perse tutto il valore aggiunto realizzabile dopo la spremitura delle olive. Una cifra enorme per quel tempo, una parte consistente del reddito nazionale.

5) Oggi osano scriverlo anche i giornalisti pagnottisti: il Sud del 1860 era la parte d’Italia piú ricca di risparmio e possedeva il doppio di monete d’argento e piú oro dell’Italia restante. Garibaldi e in appresso i luogotenenti sabaudi trovarono nella sede palermitana del Banco delle Due Sicilie 5 milioni di ducati, pari a 21 milioni di lire, e nella sede napoletana una ventina di milioni, pari a 85 milioni di lire oro. La Banca Nazionale Sarda, prima che il Piemonte assoggettasse l’Italia, non riusciva a metterne assieme sette o otto milioni di lire. A Napoli e a Palermo, il credito veniva esercitato da un sezione del Banco, detta Cassa di Sconto. La speculazione finanziaria era possibile mediante la facile trasferibilità delle fedi di credito. Ma con quel sistema le truffe bancarie alla tosco-padana erano impossibili, tanto è vero che il Cavalier Sacchi, inviato da Cavour a studiare il sistema creditizio e il sistema fiscale napoletano, e in appresso ministro delle finanze del governo d’occupazione, scrisse che entrambi erano il meglio che potesse immaginare. Sicuramente meglio di quello piemontese.

Certamente il Cavalier Sacchi non aveva capito che il sistema inaugurato dal suo padrone non voleva essere efficiente e corretto, ma solo ladro.

6) Sicuramente le banche d’emissione – inventando moneta – svolsero una funzione positiva dal punto di vista del processo di modernizzazione del commercio e della produzione. Ma, sia in Inghilterra sia in Francia, l’eventualità che diventassero una fonte di speculazioni e di frodi era impedita. A una banca d’emissione che non fosse una cosca di sfacciati rapinatori, l’Italia arrivò con trentaquattro anni di ritardo, a causa del predominio tosco-piemontese nel governo. Eppure, già nel 1861, della necessità di un comportamento serio ed equo, si parlò anche in Italia, dove non si ignorava né il sistema francese né quello inglese. Il boss Bombrini, però, accettò l’idea di avere qualche accolito napoletano, ma resistette fieramente alla eventualità di sottoporsi a un qualche controllo. Dopo quattro anni di diatribe, nel 1865 anche il Banco di Napoli, quello di Sicilia, la Banca Toscana e quella Romana furono autorizzati a emettere biglietti convertibili in argento, oppure in biglietti sfregiati della Nazionale Sarda. Insomma un pateracchio di equità e autonomia.

Dal suo punto di vista, Bombrini aveva ragione a resistere. Infatti la Banca Nazionale, nei quattordici anni carnescialeschi che furono necessari, prima di arrivare all’emissione sotto il controllo dello Stato, ne fece piú di Arsenio Lupin. Tanto per darne un’idea, dal 1859 al 1874 passò da meno di 20 milioni di carta fiduciaria a circa 2 miliardi. Tutti soldi incassati dall’illustre padre degli intrallazzi patri, piú ovviamente gli interessi che pagavano i debitori. Piú – e qui siamo al codice penale, un codice penale mai spolverato nei suoi confronti – la speculazione sul debito pubblico.

5) In breve, questo signore, nonché i suoi compari liguri, toscani e piemontesi prestavano allo Stato italiano l’importo delle emissioni di buoni del tesoro, ottenendo, su cento lire, uno sconto che andava dalle venti alle trenta lire. Collocavano le cartelle facendoci qualche guadagno. Giacché il corso calava inesorabilmente, ricompravano – con carta emessa dallo loro banca – le cartelle a un prezzo che scese fino a 21 lire. Siccome non avevano messo fuori che carta stampata da loro stessi, potevano tranquillamente aspettare la scadenza del titolo e incassare le 100 lire promesse. Era solo carta, ma carta che per legge si gonfiava di vera capacità d’acquisto. Molto spesso si pigliavano anche la briga di viaggiare fino a Parigi, dove i biglietti della Nazionale non li volevano e la povera Italietta era costretta a pagare in oro le sue cartelle del debito pubblico, per lucrare – senza aver rischiato un centesimo – anche l’aggio dell’oro sulla loro lira.

Un patriota, piú patriota di questo esultante amico del Conte (dalle braghe onte) è difficile non dico trovare, ma solo immaginare. Peraltro il galantuomo non poteva mangiare da solo e, quindi, oltre a smazzettare danari fra i ministri, i deputati, i re, i principi e le principesse reali, doveva dar da vivere anche a gente con genitali normali. Cosí la Nazionale (si fa per dire) partorí due banche di credito industriale, una a Torino e l’altra a Genova. E qui mi fermo non per pudore, ma perché i trucchi e le ladronerie dei capitalisti si mostrano mostrando i loro conti. I quali sono stati pure fatti. Celebre a riguardo il lavoro di Maffeo Pantaleoni sul Credito Mobiliare di Balduino. Ma, al tempo, i ladri erano molti e i Maffeo Pantaleoni non piú di tre.

Insomma, il capitalismo padano non fu industriale alle origini. Con una parola asettica si potrebbe dire finanziario. Ma non sarebbe la verità. La verità è questa: fu un furto, un saccheggio, un caso quasi incredibile di accumulazione selvaggia, condotta da qualche centinaio di persone – il salotto buono del capitalismo italiano, quello stesso che ha voluto Craxi in tribunale per ladronerie.

7) Ora, c’è da chiedersi perché il Sud non partecipò al carnevale bancario, con la conseguenza che i capitalisti meridionali perirono tutti e di loro si è perduto perfino il ricordo.

Certo non erano confinanti con la Francia e con quello che insegnava la corruzione imperversante in Francia sotto gli Orleans, sotto Napoleone Terzo e sotto la Seconda Repubblica: una grande lezione di immoralità, sulla prima parte della quale Marx ha lasciato un suo incisivo commento, e che Emile Zola ha rappresentato con grande efficacia. Bisogna aggiungere che Cavour e suoi compari Bombrini, Bastogi, Balduino avevano ai loro comandi i bersaglieri, le artiglierie di campagna e i carabinieri. Cosicché, convinti che solo avevano i coglioni adatti a fare buoni affari, non lasciarono spazio alcuno alle ladronerie di altri eventuali patrioti.

8) Ci sono parecchi segni che la distruzione della borghesia attiva napoletana e siciliana fosse un consapevole progetto di Cavour e dei suo compari. Per esempio Cavour buttò nel caminetto del suo ufficio di presidente del consiglio i registri navali del Regno delle Due Sicilie. Ma tranne questo scatto, non si scoprí molto con la parola e gli scritti. Certo chi sa leggerne i discorsi, gli articoli e le lettere, vede dispiegarsi l’ingordigia della persona che era stata coccolata e ben istruita sul da farsi nei club liberal-imperialisti di Londra e di Parigi. Ma, appunto, è necessario collocarsi da un angolo visuale diverso da quello che di solito occupano i postumi compari. Un posto, per la verità, pieno di chiodi acuminati che ti torturano i piedi e ti lacerano il sedere. Peraltro, se qualcosa scrisse che potesse comprometterlo, sicuramente fu raschiata dagli storici ufficiali. Sono, però, rimasti i fatti, che quasi sempre sono piú squillanti dell’Inno di Mameli.

Certamente Cavour fu la testa piú lucida e la guida piú capace dell’azione politica che portò alla nascita dello Stato italiano e al trionfo della borghesia quale classe dirigente nazionale. Ora, nessuno dubita che anche al Sud ci fosse al tempo, e che ci sia tuttora, una borghesia. I dubbi vengono circa i coglioni di questi borghesi, sia i già adulti, sia quelli in crescenza. Un altro dato è pur esso certo. Questi evirati borghesi possono essere efficienti se lavorano per gli altri, mentre per sé stessi, vanno sempre in bianco.

Quando, a metà del cosiddetto decennio di preparazione, Cavour si rese conto che avrebbe potuto contare su Napoleone III per scacciare l’Austria dal Lombardo-Veneto e che anche l’Inghilterra auspicava tale risultato, da abile giocatore puntò forte: cedette ai banchieri inglesi e francesi il diritto di costruire una rete ferroviaria che congiungesse la Svizzera, e in prospettiva anche l’Austria, con il porto di Genova e fece ogni tipo di debito a lunga scadenza (o comunque facilmente rinnovabile), pur d’apprestare armi e logistica per i contadini liguri e piemontesi che avrebbe schierato in combattimento. Solo degli storici poco seri riescono a non scrivere che almeno una parte dei debiti sperava di farli pagare ai lombardo-veneti, una volta liberati. Cosa peraltro giusta perché i regnicoli sabaudi, stremati da anni di feroce fiscalismo e da prestiti quasi forzosi, non avrebbero potuto piú farvi fronte.

Gli andò meglio di quanto sperasse, perché Toscana, Emilia, Romagna, Umbria e Marche gli caddero fra le braccia. Il peso fiscale che avrebbe dovuto scaricare sulla sola Lombardia (non avendo ottenuto, da Napoleone III, il Veneto) poté ripartilo su una popolazione piú vasta e non sprovvista di risparmi. Appena l’Austria, che teneva sotto il suo tallone l’intero sistema italiano, venne sconfitta dall’esercito francese sceso in Italia, le borghesie terriere di dette regioni si resero conto che al potere degli Asburgo, fortemente ammaccato, potevano sostituire un nuovo potere; nuovo non solo in senso geografico, ma anche in senso sociale: la loro stessa classe, guidata da Cavour.

I fatti attestano che un identico sentimento e non minore ardimento percorreva la borghesia meridionale, particolarmente la siciliana, alla quale dava motivo di gran malumore la condizione di non parità con Napoli, appena dissimulata dai gesti retorici dei Borbone.

Ministro, e quasi dittatore, del Regno sabaudo, Cavour era un conservatore moderno e si conquistò un grande prestigio perché, meglio di chiunque, fece capire alla borghesia redditiera delle varie regioni che doveva rapidamente tramutarsi in borghesia moderna, se voleva ottenere il governo dello Stato e se voleva disporre di una forza capace di tenere a freno quelle rivendicazioni popolari, che pochi anni prima, nel 1848, avevano mostrato la loro virulenza. La sua lungimiranza, che si espresse in tante vicende, rifulse allorché, a regno già praticamente fondato, non si rimangiò le aperture fatte agli esponenti filosabaudi delle altre regioni.

Si può obiettare che, a Italia fatta, non promosse una costituente nazionale, che creò un esercito falsamente italiano, che conservò l’amministrazione piemontese. L’interregionalità si ridusse al solo parlamento, anzi essenzialmente alla camera dei deputati e solo in qualche modo al senato. Lo assolve, però, il fatto che il governo piemontese era già strutturato, mentre un governo nazionale sarebbe stato una vera incognita, per giunta in un momento in cui le potenze europee, la Francia essenzialmente, che pure della causa italiana era stata la fautrice pagante, non avevano pienamente assimilato l’idea che l’Italia non era piú un’espressione geografica.

C’è però una domanda. L’apertura mostrata verso i lombardi, i toscani, gli emiliani perché non si ripeté con gli uomini del Sud? Perché, morto lui, Cavour, il suo primo successore poté essere un toscano, e poco dopo un emiliano, mentre un meridionale arriverà alla presidenza del consiglio dei ministri solo dopo trent’anni di fraternità nazionale?

La risposta è ancora nei fatti. La Toscana, l’Umbria, l’Emilia, la Lombardia, la Liguria, il Veneto, la Romagna, le Marche – realtà di splendori rinascimentali non interamente archiviati – avevano, esse, elaborato la cultura e il sistema sociale cittadino, signorile, urbano, alla fine del percorso borghese, che il Piemonte aveva lentamente interiorizzato e adesso sventolava, mentre al Sud il sistema sociale e la cultura sociale erano significativamente ben diversi: nazionali, regi, ancora cripto-feudali nonostante l’evoluzione mercantile delle campagne, e mercantilisti. L’illuminismo napoletano, che aveva pervaso prima il governo borbonico e poi quello degli occupanti francesi, era sí moderno, ma nel senso amministrativo, e quindi propugnatore di una rivoluzione che calasse dalle brache del sovrano. Il Napoletano era moderno, ma di una sua modernità nazionale, dove nazionale significa dinastico e borbonico.

Trent’anni fa, Antonio Carlo ed Edmondo Capecelatro, sulla scia delle precedenti ricerche di Domenico Demarco, scrivendo contro il concetto di questione meridionale, posero il tema della diversa linea di sviluppo adottata dai Borbone: uno sviluppo guidato dall’alto, come quello giapponese, che andò a scontrarsi con l’animalità predatoria dell’invasore cavourrista. Il Regno si era strutturato in modo organico nel corso dei lunghi secoli in cui Napoli e la Sicilia avevano fatto da retroterra alle città rinascimentali, rifornendole di grano, d’olio, di materie prime e di semilavorati, nonché pagando ai loro usurai intessi sugli interessi di inestinguibili debiti francesi e spagnoli.

Il regno aveva raggiunto un’autonomia economica di tipo autarchico, colbertista, con proiezioni mercantili lontane, essenzialmente Marsiglia e Trieste, ma anche Londra, Amsterdam e Boston, quindi un’economia del tutto diversa da quella tosco-padana, il cui costante punto di riferimento era la quieta Lione. In un mondo ancora largamente agricolo, Napoli contava sull’olio padronale, come surplus da utilizzare per gli scambi internazionali, mentre la Padania assegnava l’identica funzione alla seta contadino-artigianale. Al Sud un’eventuale avanzata voleva dire vino e frutta, nelle terre padane grano, carne e latte. E intorno a tali diversità si era andata sviluppando una manifattura di servizio e specialmente un terziario di servizio coerenti con le produzioni basilari. Quindi, fra loro, alquanto diversi.

Quando Cavour ebbe in mano anche il Sud – in pratica tutta la penisola, meno il Veneto e il Lazio – e i sudditi sabaudi passarono da cinque milioni a piú di venti milioni, fu costretto a cambiare il suo gioco, che da consociativo divenne accentratore. Il Regno d’Italia, cosí miracolosamente fondato e divenuto una potenza europea in fieri, non doveva sfaldarsi per amor di democrazia e di eguaglianza. Perché ciò non avvenisse, il nuovo venuto, il paese meridionale tanto diverso e infestato di mazziniani, doveva essere solo apparentemente sé stesso, cioè libero. Nella pratica, invece, bisognava che fosse omologato d’imperio al Piemonte, visto che non era possibile che lo facesse da sé, come le regioni del Centro. Forse Cavour non poteva non sbagliare, ma a partire dalla sua manomissione, per il Sud, ebbe inizio il disastro, che con il trascorre dei decenni divenne epocale.

Fra le conseguenze della mala unità, il meridionalismo di fine ottocento giustamente puntò il dito sul passaggio, intorno al 1887, dal liberismo di marca inglese, che aveva contrassegnato una fase di forte crescita delle produzioni meridionali, al protezionismo di marca tedesca, che ne annientò lo slancio. Un attenta analisi delle situazioni mi induce a credere che una grande responsabilità circa il crollo dell’imprenditoria sudica l’ebbe la rete ferroviaria padanista. Infatti, precedentemente il commercio napoletano d’esportazione si era svolto via mare, animando una quindicina di porti, tra siciliani, calabresi, campani, pugliesi e abruzzesi. Persino approdi che mancavano d’un pontile riuscivano a imbarcare e a sbarcare, ogni anno, merci per decine e centinaia di migliaia di tonnellate, creando – come ho detto sopra – intorno ai grossi mercanti regnicoli e stranieri una fitta rete di armatori, minori mercanti, operatori vari, nonché quelle percentuali elevate di addetti al settore secondario registrate nei primi censimenti italiani e che tanto sorprendono il professor Galasso (piemontese di Napoli).

La rete ferroviaria ebbe come esito quello di abolire le strade marittime e le attività connesse, nonché quella fetta di mondo meridionale che vi operava dentro; centinaia di migliaia di persone. Anche questo l’ho già annotato: la facilità con cui i mercanti genovesi e limitrofi potevano attingere al credito bancario, fece il resto.

Ma c’è ancora un’altra questione che mette a nudo l’animalità e la rozzezza governativa. La rivolta contadina detta del brigantaggio poneva con perentorietà il problema dell’assetto fondiario. Nell’antico sistema meridionale la tipologia dei contratti agrari accoglieva forme diminuite di proprietà, di cui beneficiavano i contadini, in particolare l’uso del demanio feudale a favore delle piccole colture annuali dei contadini, nonché per il pascolo e il legnatico. Tra gli enti ecclesiastici – conventi, abbazie, vescovati, parrocchie – e i coltivatori piú poveri si praticavano alcuni negozi direi di soccorso, che, sintetizzando, prevedevano la cessione temporanea o permanente dell’uso del campo, in cambio di un canone o interesse ad aeternum, la decima, una rata annuale in natura o danaro, il piú delle volte non consolidabile. La soluzione moderna data al problema nel corso dell’occupazione francese del napoletano (1806-1814) era stata quella di escludere i contadini da tali antiche consuetudini e di trasformare il feudo in piena proprietà. Quanto ai beni della chiesa, qualcosa era stata venduta già al tempo del primo Ferdinado (la famosa Cassa Sacra in Calabria), il rimanente si prometteva di alienarlo. Ma, in effetti, tanto i Napoleonidi occupanti quanto i Borbone restaurati non avevano fatto alcunché, sebbene gli uni e gli altri avessero fatto rutilanti promesse a favore dei contadini. In effetti i Borbone avevano deciso di far dormire il problema e lasciare che la situazione si decantasse da sé: i medi proprietari avrebbero fatto fruttare la terra, qualunque fosse l’origine del titolo; a loro volte i latifondisti avrebbero venduto fette di terra, man mano che il bisogno di danaro li avesse spinti.

Quando Garibaldi invase il Sud, per acquistarsi la simpatia popolare, proclamò a destra e a manca immediate distribuzioni di terra, per poi fare tutto il contrario (strage di Bronte). I sopraggiunti piemontesi forse pensavano di fare come i Borbone, ma la questione dell’assetto fondiario era ormai aperta. Ciò che i loro leccapiedi meridionali chiamarono brigantaggio (eterna memoria a Giuseppe Pica, firmatario dello stato d’assedio che portò al massacro intere popolazioni) altro non era che la questione fondiaria rimescolata con il lealismo contadino verso una dinastia che non simpatizzava con i liberali, eversori dei feudi e degli antichi diritti dei contadini. A questo punto, i cavorristi potevano fare alternativamente due cose, entrambe positive: o dare le terre degli antichi demani e della manomorta ai contadini, o alimentare la spinta verso la proprietà capitalistica, che era già in accelerazione nel settore olivicolo, viticolo e agrumario. Invece che fecero d’incredibilmente moderno e avveniristico, di veramente liberale? Siccome avevano bisogno di soldi (il liberalismo, nelle loro mani, fu veramente l’argent des autres) vendettero le terre della manomorta ecclesiastica e dei demani comunali a chi poteva comprarle, e spedirono l’argento ricavato a Bombrini (il quale l’intascò e mise in circolazione cartamoneta inconvertibile). Quelle terre che non riuscirono a tramutare in moneta sonante, le lasciarono ai liberali ultimamente battezzati, e come tali messi al comando dei comuni sudichi.

Se ricordo queste cose, non lo faccio solo per risentimento. Il risarcimento è invece un’esigenza politica. La quale mi porta ad aggiungere che lo Stato italiano ebbe parecchie occasioni per riparare. Gli emigrati mandarono persino soldi a sufficienza perché lo si potesse fare, però gli eupatridi li ritennero cosa nostra. Il Sud era ed è rimasto, nel sistema italiano, un prolungamento demografico, ferroviario, stradale, aeroportuale.

C’è abbastanza in quanto elencato per pretendere un risarcimento dei danni, cosa di cui prima o poi si occuperà una qualche corte di giustizia e comunque, politicamente, l’azione popolare.